Disney Andrea Ferraris: 20 anni di Disney, e un biglietto per Parigi

Andrea Ferraris: 20 anni di Disney, e un biglietto per Parigi

Dal 1993 Andrea Ferraris disegna le storie di Paperi e Topi. Ma da qualche mese si è trasferito in Francia, per provare a staccarsi dalla Disney e dedicarsi a un nuovo progetto: scrivere un graphic novel. Ecco cosa ci ha raccontato il disegnatore genovese in un bel pomeriggio di ottobre a Parigi, nel giardino della residenza per artisti dei Recollets (la stessa che ha ospitato Manuele Fior e Enrico Macchiavello, e presso cui risiedono oggi Giacomo Nanni e Luigi Critone).

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Che differenza c’è tra disegnare storie Disney e fare il fumettista “alla francese”? 

Mi piacerebbe scoprirla, questa differenza. Sono venuto a Parigi per farlo. Cerco di spezzare la routine disneyana con qualcosa di differente. A questa domanda spero di poterti rispondere tra un anno. Sono arrivato con un progetto, sto cercando di capire a chi potrebbe interessare e a chi presentarlo. Stilisticamente è molto lontano dal mondo Disney, per la regia e per il disegno. Racconto un fatto accaduto nel 1846 durante la guerra tra Stati Uniti e Messico, quando i nordamericani strapparono il controllo della California. Ho già disegnato 120 pagine e spero di salvarne almeno la metà. Anche se ho lavorato su una traccia chiara, mi sono servite soprattutto per elaborare l’atmosfera e per caratterizzare i personaggi ed il paesaggio.

Ok, torniamo indietro però. Al fumetto come ci sei arrivato? 

Con una trafila molto lunga e classica. A Bologna avevo fatto una scuola di fumetto, la Nuova Eloisa, con Vittorio Giardino e Marcello Jori come insegnanti. All’epoca a Bologna giravano tantissimi disegnatori. Fu l’anno della morte di Andrea Pazienza, che io purtroppo incrociai una sola volta. C’era il gruppo di Valvoline: Igort, Daniele Brolli, Giorgio Carpentieri. Era la capitale del fumetto in Italia. Mostrai per la prima volta le mie tavole a Luigi Bernardi, che aveva fondato e diretto Orient Express, e che mi fece esporre a Treviso Comics. Lì incrociai anche Giorgio Cavazzano, che mi disse che in Disney cercavano qualcuno. Io naturalmente mi precipitai e cominciai ad andare a fare praticantato con Giovanbattista Carpi, direttore dell’Accademia Disney e mostro sacro di Topolino & co. Poi è venuto tutto di conseguenza. Mi sono dimenticato dei miei progetti personali per questi personaggi, che mi hanno riempito la vita per molti anni.

A livello professionale com’è stato il tuo primo approccio con Disney?

Faticosissimo. Il primo anno fu durissimo. Disegnavo dalla mattina alla sera e non andava mai bene niente. Confesso che, se vado a vedere quello che ho fatto all’inizio, inorridisco. Poi feci il salto. Adesso in ogni caso sarebbe molto più difficile. Prima, in un certo senso, ti aspettavano, potevano permettersi di lasciarti maturare. Adesso, se non hai un talento straordinario che viene fuori presto, è dura.

Qual è il tuo personaggio preferito?

Adesso sto lavorando per Egmont, che ha la licenza per il Nord Europa. Il loro Paperone è molto fedele al personaggio degli anni Sessanta, il Paperone di Carl Barks. Per me un personaggio straordinario. E’ un vero bastardo. In Italia invece Paperone è più moderno, più edulcorato, alla “volemose bene”. Anche con Paperino è lo stesso: ho letto una storia disegnata da Daniel Branca in cui con il vicino si distruggono gli alberi, si rubano la frutta, si bruciano le case a vicenda. Non so se si potrebbe fare sul Topolino italiano, a meno che alla fine non ci sia la pace. Le storie di Egmont molto spesso finiscono male: per esempio, chiudi una scena con la casa di Paperino in fumo.

Quindi ogni casa editrice che pubblica i personaggi Disney domanda una linea precisa?

Si. Ci sono degli stili differenti. In Italia le storie seguono molto di più l’attualità, ed anche i personaggi sono più moderni, evoluti rispetto alle origini. Egmont invece è rimasta all’antica. E si tratta di due tipi di prodotti che non si contaminano tra di loro: Egmont pubblica le storie italiane (che acquista) su albi diversi rispetto a quelli dove escono le loro storie.

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Oggi come oggi sembri molto più a tuo agio con le storie ambientate a Paperopoli, ma che differenza c’è tra disegnare storie di Topi e storie di Paperi? 

Il topo è un po’ più trattenuto, come personaggio: Topolino è una persona seria. A meno che non ci siano dei personaggi di contorno – Pippo e Gambadilegno sono molto divertenti ad esempio – un’indagine potrebbe essere anche molto noiosa. Non tutti disegnano topi e paperi, inoltre. All’inizio non potevo scegliere: mi venivano commissionate anche le storie di Topolino, molto difficile da disegnare. Ormai, invece, faccio solo paperi da molti anni.

La cifra di un disegnatore Disney si riconosce dai particolari. E in rete si trovano molti commenti dei lettori su vari aspetti della tua produzione. Come descriveresti il tuo stile?

Il mio stile in Italia era riconoscibilissimo. Ho ricevuto e continuo a ricevere mail dai frequentatori del forum del Papersera. Alcuni mi criticavano per i nasi dei personaggi secondari, i cosiddetti nasi “a tartufo”. Non credo che avessero tutti i torti: noi disegnatori disneyani, ad un certo punto, sbarelliamo. È diventata tale la manualità e l’abilità che ci prende un po’ la mano, ci lasciamo andare in certe cose. In alcuni casi diventa una cifra stilistica riconoscibilissima, in altri una cosa un po’ aberrante, fuori dallo stile Disney. In questo senso il periodo passato in Spagna è stato molto utile per me, mi ha aiutato a rimettermi in carreggiata. Quando sono arrivato a Barcellona per entrare in Egmont ho fatto un anno di lavoro a fianco dell’art director sullo studio dei personaggi. In Egmont fanno soprattutto storie sul modello di Carl Barks, su 4 strisce, un modello svecchiato sapientemente da disegnatori provenienti dall’animazione, come Daniel Branca. Mi chiese il perché di quel salto, io che in Italia ero ormai conosciuto. Gli dissi che avevo bisogno di uno stimolo, di una cosa diversa. Gli dissi che ero un ammiratore di Branca. Si stupì dicendo che pensava che in Italia nemmeno lo prendessimo in considerazione.

Il tuo nome è legato soprattutto a Disney, ma hai disegnato anche altro.

Si, nel 2011 è uscito Bottecchia (Tunué), che ho disegnato su testi di Giacomo Revelli. Un lavoro che dal mio punto di vista considero zoppicante, ma fondamentale per uscire dallo schema disneyano. Dopo 20 anni di Disney uno disegna di default: hai immagazzinato talmente tanti di quei meccanismi che è difficile lasciarli perdere. In Bottecchia ne vedo ancora parecchi.

Perché hai deciso di trasferirti a Parigi?

Prima di Parigi andai a Barcellona per lavorare con Egmont, che ora è il mio principale datore di lavoro. Mi fermai due anni, poi tornai a Cagliari, dove la vita costava meno e io potevo avere più tempo libero per potermi dedicare ad altri progetti. E’ li che ho cominciato a disegnare Bottecchia, che avevo nel cassetto da molti anni. Andai al festival del fumetto a Napoli e conobbi Igort. Poi tornai a Cagliari e per caso lo rincontrai al supermercato. Da li è nata un’amicizia.

In tutte le storie di fumettisti, a un certo punto, salta fuori Igort.

Una personalità potentissima, una passione verso il fumetto straordinaria. E soprattutto una grande cultura. Non solo fumettistica. Io mi sto rimbalzando con lui la sceneggiatura. Quando penso che sia buona lui mi porta in alto mare e mi lascia senza remi. Tutte le volte che arrivo a riva ho fatto un salto in avanti. Sentendo i suoi racconti ho deciso di venire a Parigi. Per rendermi conto di quello che c’è in giro. Respirare un po’ di quest’aria fa bene, anche solo per guardarsi un attimo da lontano e pensare che ci sono tanti che fanno il tuo stesso lavoro e anche molto bene, per ridimensionarsi. Se non ti abbatti, può essere una cosa positiva.

Churubusco 2

 

 

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