Focus Il Marchio Giallo, la grande avventura di Blake e Mortimer

Il Marchio Giallo, la grande avventura di Blake e Mortimer

Edgar, Jacques e Bob: i tre moschettieri con Georges nel ruolo di D’Artagnan. Ovvero: Edgar Pierre Jacobs (Blake e Mortimer), Jacques Martin (Alix, Lefranc) e Bob De Moor (Cori le Moussaillon) con Georges Remi (in arte Hergé) e il suo Studio come reggia. Del primo, Jacobs, e del suo Marchio Giallo conviene riparlarne, visto che a sessant’anni di distanza dalla prima uscita, nel 1953, e a 26 anni dalla morte del suo creatore, le librerie di mezza Europa si riempiono di copie di L’Onde Septimus séguito di quell’avventura (la terza della serie) di Blake e Mortimer.

Dopo Le Secret de l’Espadon (1946) e Le mystère de la grande pyramide (1950) Edgar P. Jacobs scrive e disegna il suo capolavoro, Il marchio Giallo, che pubblica a puntate sul settimanale Tintin e successivamente in albo. Protagonisti, come nelle precedenti due avventure e come nelle seguenti cinque, sono Francis Percy Blake, capitano dei servizi segreti britannici e il suo amico Philip Angus Mortimer, fisico nucleare. Anche in questo caso dovranno vedersela con il loro eterno nemico, il colonnello Olrik, uno dei più riusciti vilain del fumetto.

marchio giallo blake mortimer

Ambientato in una Londra più nebbiosa, piovosa e notturna che mai, Il Marchio Giallo mette in scena una serie di attentati, sequestri e furti compiuti da un misterioso individuo che firma i suoi crimini con una sigla tracciata con un gesso giallo: una «m» all’interno di un cerchio che sembra una «g» (e il gioco riesce meglio in italiano, visto che in francese «giallo» è jaune e dunque con la «j»).

L’esordio è spettacolare: il furto dalla Torre di Londra della corona regale. Blake e Mortimer indagano, soprattutto quando tre soci del Centaur Club vengono rapiti uno ad uno. I sospetti di Mortimer si appuntano su Jonathan Septimus, uno psichiatra, membro anche lui dell’esclusivo club londinese frequentato dai rapiti, nonché da Blake e Mortimer. All’inseguimento dell’individuo mascherato dietro cui si cela la vera identità del Marchio Giallo, il professor Mortimer entra nel laboratorio sotterraneo di Septimus e scopre che sotto il pastrano e la mantella nera e dietro gli occhiali a infrarossi del criminale c’è un uomo dallo sguardo sconvolto, di nome Guinea Pig, ovvero Olrik.

Olrik è stato raccolto da Septimus mesi prima, disperso in un remoto villaggio egiziano (lì dove era sparito Olrik, nella precedente avventura narrata in La grande Piramide). Il «mad doctor» ne ha fatto la cavia (guinea pig, porcellino d’india) dei suoi folli esperimenti basati sull’Onda Mega e il Telencefaloscopio, con cui riesce a dominare le coscienze e a ridurre gli uomini in docili schiavi del suo volere. Il finale, come si conviene, sarà catartico con l’annientamento di Septimus, la liberazione (e il rinsavimento) dei sequestrati e dello stesso Mortimer (nel frattempo imprigionato da Septimus), il recupero della corona… e una nuova fuga dell’innafferabile Olrik.

Edgar Jacobs tesse una trama fitta e ricca di suspence e fa recitare magistralmente i suoi attori sullo sfondo di una scenografia di grande effetto: prima di diventare disegnatore di fumetti era stato un uomo di teatro, un baritono mancato e un amante del melodramma; e anche la sua collaborazione con Hergé fu basata sul disegno degli sfondi, dei décor e dei costumi di alcune storie di Tintin.

Il Marchio Giallo è pieno di «scene madri» mirabili per costruzione e «ripresa». Si è detto della Londra notturna e piovosa, un’atmosfera che insinua freddo e inquietudine nel lettore, fino alla magnifica sequenza di una dozzina di tavole, ambientata nei docks sul Tamigi, nella quale il Marchio Giallo, prima attenta alla vita di Blake e poi riesce a sfuggire alla polizia, sparendo in un vortice di fuoco. Si dirà dell’inseguimento nei sotterranei e nelle fogne (sottosuolo, caverne, antri sono una costante jacobsiana, come ha ben indagato Guido Vogliotti in Blake e Mortimer. Il travaglio del sottosuolo, un acuto e affascinante saggio, edito da Pavesio nel 2010).

Jacobs è impareggiabile nel nitore e nella raffinatezza del segno, nella capacità di imprimere dinamismo (nonostante le sue logorroiche nuvolette e didascalie) ed espressione ad azioni e personaggi, con pochi segni ed onomatopee: punti esclamativi e interrogativi, trattini a raggiera attorno alle teste, riccioli di spirali che partono dai piedi per indicare bruschi movimenti.

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Ma Jacobs è anche impareggiabile nel rigore documentario di oggetti, arredi, sfondi e luoghi. In un bel volume di Claude Le Gallo dal titolo Le monde di Edgard P. Jacobs (Edition du Lombard, 1984), c’è un dossier (firmato da Daniel Vankerkhove) che analizza le fonti e le caratteristiche della messa in scena de Il Marchio Giallo. A cominciare proprio dalla Londra disegnata sulla base di foto eseguite dall’autore o tratte da guide e riviste dell’epoca in cui è ambientata l’avventura. Passando per gli aggeggi tecnologici e gli studi e le teorie sul cervello e le onde elettriche in voga nei primi anni Cinquanta. Arrivando ad alcune curiosità e, tra queste, quelle relative alle varie edizioni del fumetto di Jacobs, comprese quelle italiane. Che riservano qualche sorpresa.

Uscito a puntate sulla rarissima versione in italiano del settimanale Tintin (Vallardi Edizioni Periodiche, dal 1955), poi in albo nella serie dei Classici dell’Audacia di Mondadori (n. 15, 1 febbraio 1965), poi ancora dall’Editore Gandus di Genova e per i tipi della Comic Art; infine da Alessandro Editore, secondo la versione ultima delle Editions Blake & Mortimer (etichetta del gruppo Dargaud), Il Marchio Giallo ha subito vari ritocchi e rimaneggiamenti a comiciare dal lettering che, nelle ultime versioni si è fatto più leggibile ma ha perso il fascino del corsivo tipico usato nello Studio Hergé. Ma il «peccato» maggiore fu commesso nell’edizione mondadoriana.

Per far tornare i conti delle pagine di quella collana (che prevedeva tra l’altro due pagine centrali – la 34 e la 35 – dedicate a redazionali di vario genere) le originali tavole di Jacobs sono state ridotte con tagli di intere vignette e rimontate. Ma, per funzionare e non far perdere del tutto il filo, hanno richiesto alcune vignette «inedite», probabilmente ridisegnate (peraltro bene) o ricavate con invisibili collage. Un piccolo mistero degno di un’indagine di Blake e Mortimer.

Leggi anche:
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