Mark Alan Stamaty, intervistato da Steven Guarnaccia

È da poco uscito in libreria, per i tipi di orecchio acerbo, Giallo giallo, rivoluzionario ed esplosivo albo illustrato a firma di due colossi del fumetto americano: Frank Asch e Mark Alan Stamaty, quest’ultimo autore di libro di culto come Who Needs Donuts?. Per l’occasione presentiamo l’intervista fatta a Stamaty dall’amico e collega Steven Guernaccia, già pubblicata parzialmente sulla guida bibliografica Scelte di classe 2012 e integralmente sul n°34 della rivista “Hamelin. Sesso e altre bugie”.

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Sarei curioso di sapere com’era il mondo dei libri per ragazzi nel periodo in cui hai deciso di iniziare a scrivere i tuoi. Quando è stato esattamente?

Il mio primo libro è stato Yellow Yellow. Sono andato a scuola con Frank Asch alla Cooper Union, tra il 1965 e il 1969. Lui è arrivato al secondo anno ma ci siamo conosciuti solo al terzo anno e ci siamo subito resi conto di avere una sensibilità molto simile. Tra il terzo e il quarto anno Frank ha iniziato a pubblicare libri per ragazzi mentre eravamo ancora a scuola; così all’inizio del nostro ultimo anno, venne in classe con alcuni libri già pubblicati, scritti e illustrati. Poi un giorno, durante una lezione di ginnastica, conobbi una donna che mi chiese cosa facevo. Le risposi, e lei mi disse che dovevo assolutamente conoscere il suo amico Bob, e così misi insieme un portfolio da mostrargli, senza sapere chi fosse Bob (scoprii più avanti che era un agente, ma all’epoca non lo sapevo. Due anni dopo Bob mi commissionò dei lavori). Con il mio portfolio tornai poi alla Cooper Union, e in mensa incontrai Frankie, gli mostrai i miei lavori, e lui mi chiese se avevo voglia di fare un libro per ragazzi. Abbozzò una storia per me che è diventata Yellow Yellow e così, per un colpo di fortuna, entrai nel mondo dei libri per ragazzi.

Ero sempre stato innamorato di George Grosz, Steinberg e Feiffer, ma la cosa che ha segnato di più i miei primi anni alla scuola d’arte e a New York, sono state le mie passeggiate notturne, verso le undici di sera. A quel tempo avevamo due insegnanti di “dimensional design”; uno di loro era Ben Cunningham che affermava di essere un “visual voluptuary”; e decisi che lo sarei diventato anch’io. Cominciavo a essere consapevole di che cosa significasse essere un artista, e così camminavo di notte per le strade e mi lasciavo guidare dalle sensazioni; gli occhi erano uno strumento. Vedevo le luci blu evanescenti di una tavola calda e le assorbivo fino a quando era necessario, o il luccichio dei marciapiedi…

Lo fai ancora?

Non faccio più passeggiate notturne come allora, ma credo di essere ancora un “visual voluptuary”. Molto dipendeva anche dalla città, dagli stimoli che lanciava, dalle persone che incontravo per strada, per esempio. A un certo punto ho iniziato a tirare fuori tutto quello che avevo assorbito e a fissarlo su carta. Era un processo intuitivo.

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Le immagini erano figurative?

Per molti aspetti, sì. Erano un po’ da cartone animato, ma nel tempo si sono evolute in modo diverso. Per molti anni, quello che considero arte astratta, l’ho tenuta per me. Al secondo anno, alla fine di una lezione di “dimensional design”, fermai il professore (era Robert Jorgensen e insegnava anche a Yale) e gli dissi che non capivo la composizione. Lui mi rispose: “Vai in biblioteca, prendi un libro di Degas e uno di Hopper.” Poi rimase seduto accanto a me per un’ora e mi accompagnò, pagina dopo pagina, attraverso Degas e Hopper insegnandomi la composizione. E una volta finita la lezione, la composizione mi era entrata dentro, nelle viscere. Lui mi diede un legame viscerale con la composizione; non è qualcosa che capita spesso con gli insegnanti. È stata una delle esperienze più belle della mia vita.

L’arte astratta mi interessa moltissimo; non sempre, nei quadri, guardo i soggetti; quindi, era tutta una questione di processo intuitivo, le mie camminate notturne, il lavoro, persino The Donut, tutto. C’è sempre un processo intuitivo che mi guida. L’intuito è il giudice di quello che la testa produce e non il contrario, per fortuna.

Ma torniamo ai libri per ragazzi. Frank quindi ha un manoscritto, tu fai le illustrazioni di Yellow Yellow. Questo è stato il tuo primo libro, per me esplosivo. Quando lo vidi per la prima volta, mi colpì innanzitutto il fatto che era un libro in bianco e nero e un unico colore, il giallo, usato in modo estremamente assennato. Poi, le storie incredibilmente elaborate, quello che Will Elder chiama “Chicken Fat”, che richiamano i disegni di “Mad Magazine”…

Sì, amo molto “Mad Magazine”. E anche Smokey Stover era uno dei miei preferiti.

E il fatto che il ragazzo, che non ha un nome, porta una t-shirt che continua a cambiare per tutto il libro. E nel mezzo del nulla, trovi la copertina che è disegnata alla rovescia. È un’esperienza visiva molto intensa. È stata una naturale evoluzione di quello che avevi fatto nel tuo taccuino di schizzi oppure hai programmato ogni passo?

Non saprei dire esattamente. Vedi, quando camminavo per strada, mi lasciavo guidare dalle intuizioni, ma mi aspettavo anche di conquistare il mondo. Da qualche parte nel libro puoi anche trovare qualcosa del tipo “Questo libro è solo l’inizio. Conquisterò il mondo!”. In realtà, ho iniziato a fare lunghe passeggiate molto prima di arrivare a New York, quando ancora ero in New Jersey. Era una camminata emozionale, in un certo senso. Tutto è iniziato al liceo, quando non avevo appuntamenti con le ragazze, ero molto timido e sempre in preda a un turbamento esistenziale. Magari mi trovavo a una festa e mi sentivo spinto fuori nella notte e cominciavo a camminare. E lì ho iniziato ad avere queste esperienze mistiche. Quando il professore mi parlò di “visual voluptuary” mi indicò una direzione che avevo già intrapreso, perché allora sentivo che la notte era la scenografia di un set, di un altrove, di una realtà diversa che veniva fuori.

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La cosa che trovo meravigliosa in questo libro è che c’è un equilibrio perfetto tra questa eccessività e la riservatezza misurata con cui viene comunicata. Il ritmo è incredibile.

Per questo devo molto a Frank, perché mi ha dato un bozzetto. Era un bozzetto molto semplice. Lui però non voleva farlo sull’elmetto di un operaio edile, voleva farlo su quello di un poliziotto. Era il 1969, e voleva fare un libro politico sulla polizia a Chicago e sui disordini, e io non lo sapevo.

E l’elmetto era giallo?

Forse, sì. Era un bozzetto così semplice che pensai fosse l’elmetto di un operaio. Quando feci i primi schizzi, lui mi disse: “No, no, voglio che sia l’elmetto di un poliziotto.” E io risposi: “Frank, non voglio fare un libro politico per ragazzi.” Ed ecco quello che accadde: guardavo i siti in costruzione in città, stavano costruendo la biblioteca di NYU vicino a dove abitavo, io volevo fare un libro sull’edilizia, lui continuava a voler fare un libro politico. Così creai il personaggio di un operaio edile.

Consegnai la versione finale del mio libro il 1 maggio 1970, proprio nei giorni in cui Nixon iniziava a bombardare la Cambogia. Portai il libro al mio editore, il quale mi invitò a pranzo. Di ritorno a casa, passai accanto al nuovo edificio della New School e vidi studenti dappertutto. Gli studenti avevano occupato la scuola, l’intero edificio. Allora incontrai un mio amico, un tipo di sinistra più grande di me che insegnava alla New School. Era il 1 maggio e lui mi disse: “Hai sentito cosa è successo? A City Hall i pacifisti sono stati assaliti dagli operai edili!” Avevo appena consegnato il mio libro ed era diventato, per coincidenza, un libro politico! E prima di quel giorno gli operai non erano un simbolo di oppressione contro i pacifisti!

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