Focus Profili Maestri, fra alti e bassi: Ditko, Kirby, Wood (by Ponchione)

Maestri, fra alti e bassi: Ditko, Kirby, Wood (by Ponchione)

Si intitola DKW, ed è una sigla che è già un programma. Quello di Sergio Ponchione, che in questo albo racconta – a fumetti – la carriera e l’arte di tre mostri sacri del comic-dom americano: Steve Ditko, Jack Kirby e Wallace Wood.

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In questo albo Ponchione si appropria degli stili di ciascuno dei tre fumettisti, e si lancia in prima persona – mettendoci la faccia (disegnata) – per raccontare direttamente la sua passione per tre figure larger than life che hanno segnato come poche altre la storia del fumetto nordamericano di supereroi (ma non solo).

Ormai da alcuni anni Sergio Ponchione è tra i rari fumettisti italiani ad essere tradotto con regolarità negli Stati Uniti, a partire dai racconti con protagonista il suo personaggio feticcio, l’Obliquomo. Naturalmente, anche un progetto come DKW non è passato inosservato nella terra di D, K, e W: pochi giorni fa l’autore astigiano ha comunicato che, come già in passato, l’edizione americana sarà pubblicata dall’editore Fantagraphics. Di questo curioso progetto, fra biografia e divertissement grafico, abbiamo parlato con l’autore stesso.

È notizia di questi giorni l’uscita del tuo albo DKW in USA. Un autore italiano “insegna” la storia del fumetto americano in America?

Più che altro direi un italiano che è cresciuto e si è formato con tanti autori americani, alcuni dei quali sente molto vicini. Ditko, Kirby e Wood hanno occupato molti dei miei pensieri. Il loro lavoro, le loro scelte, gli alti e bassi. Da qui il desiderio di mettere su carta questo legame, senza alcuna pretesa se non di riconoscenza per ciò che mi hanno dato. In Italia poi è famoso solo Kirby, Ditko meno, Wood praticamente sconosciuto, quindi può avere anche una funzione divulgativa. In America, invece, credo prevarrà l’aspetto celebrativo. A Eric Reynolds e Gary Groth di Fantagraphics l’albo è subito piaciuto molto. Visto il taglio storico/biografico, inizialmente si era anche pensato di presentarlo come inserto del magazine/rivista The Comics Journal. Ma la maggiore identità e visibilità dell’albo singolo ci hanno fatto propendere per questa scelta. L’uscita è prevista per il 2014, in occasione di qualche importante convention, probabilmente San Diego a luglio.

Nel fumetto compari tu stesso, nelle vesti di insegnante di fumetto. Cosa c’è di vero nell’incontro con quel ragazzo?

In quello non molto, nel senso che così non è mai avvenuto. Ma ci sono tante similitudini con altri accaduti nel tempo, anche in giro o a scuola dove insegno. Ero restìo a mettermi come personaggio nelle pagine fra i racconti, ma alla fine mi è sembrato un buon espediente per collegare fra loro tre diverse storie accumunate però dalla mia passione per i loro protagonisti. Al contrario di come può sembrare dal racconto non sono il tipo che subissa gli altri con lezioncine o con i miei gusti, che tra l’altro negli anni sono diventati sempre più laterali e anacronistici rispetto a ciò che viene prodotto e seguito ora, ma questa poteva essere una gustosa eccezione. Il ragazzo che viene a trovarmi è inventato, ma il mio studio, in casa, è uguale all’originale.

Quanto manca oggi nei giovani l’attenzione verso i maestri del passato? Sembri un po’ sottolinearlo.

Manca non poco, secondo me. Negli aspiranti autori latita spesso la conoscenza di tanti nomi che avrebbero parecchio da insegnare. A parte qualche autore o fenomeno del momento, che magari tentano di copiare, il resto è quasi sconosciuto. Certo, siamo stati tutti così all’inizio, ma poi bisogna studiare. Rarissimi sono i talenti “puri”, e comunque anche quelli vanno affinati. Un modo è quello di conoscere e approfondire chi è venuto prima di te o anche chi fa belle cose ora, che poi altro non sono che il risultato di un percorso di studio, appunto. Per i neofiti, a parte scoprire D, K e W, spero che lavori di questo tipo, benché piccoli, possano comunque aprire qualche nuova porta nell’approccio al racconto a fumetti, rendendolo più curioso e meno superficiale.

Perché proprio questo terzetto di autori?

Per ciò che ti ho detto, ma anche un pò per caso. Tutto è iniziato con Wood, il cui lavoro e vicende personali mi avevano colpito talmente da raccontarle per una rubrica a fumetti online de Lo Spazio Bianco. La storia su Ditko mi venne in mente di colpo per strada a Torino dopo aver rivisto dei suoi lavori a casa di un amico. A due storie fatte iniziai a soppesare l’idea di un possibile albetto, ma ne mancava almeno un terzo. Pensai quindi a un autore simile a loro, che avesse cioè lavorato molto nel mainstream ma in modo atipico, personale. Chi altri se non Kirby? DKW suonava anche bene. Tutti e tre hanno identità grafico-narrative forti e uniche, frutto della loro visione delle cose. Questa è la cosa che ti rende un vero autore, riuscire a mettere un pezzetto di te stesso anche nel come disegni quel piccolo lampione sullo sfondo a destra. Se poi quel te stesso è molto particolare lo sarà anche il lampione, e il gioco è fatto. Purtroppo particolari si nasce, al massimo si può riuscire a esprimere la particolarità. Questo è proprio il fulcro del loro lavoro: nessuno dei tre è stato un maestro di disegno in senso classico, accademico, ma nel loro lavoro traspare un mondo interiore ben più ricco e prezioso di tanti perfetti fuoriclasse della matita.

In poche parole, cosa hai voluto sottolineare di Ditko nel tuo racconto?

Ditko è l’obliquità assoluta, e per me che ho creato l’Obliquomo rimane dunque imprescindibile. Ispirato da un articolo apparso sul New York Post ho immaginato uno sguardo sulla sua imperscrutabile vita privata, un ritratto che suggerisse più che mostrare, come poi è anche il suo lavoro: disseminato di soluzioni e dettagli che spalancano la percezione anche di ciò che non è disegnato. Il varcare la soglia del suo studio diventa quindi un po’ l’affacciarsi sulle sue dimensioni impossibili, rese con invenzioni grafiche tanto efficaci e semplici quanto filosofiche. In fondo proprio come può esserlo una vita passata al tavolo a fare sempre la stessa cosa: inseguire su carta le proprie visioni e convinzioni.

E di Kirby?

Kirby è la potenza del segno, movimento, energia, trascinante e irresistibile. Se si amano i super eroi non si può ignorare. Può non piacere, ma non lasciare indifferenti. Ho tralasciato la sua vita, che dei tre fu la più normale, e ho cercato di ricreare il sense of wonder del suo storytelling concentrandomi proprio sulla sarabanda di forme, corpi, creature, macchinari ed effetti che si rincorrevano magnificamente senza sosta nelle sue esplosive tavole. Non avevi ancora chiuso la bocca dallo stupore per una tavola, che già la riaprivi per la seguente. Il racconto è una specie di what if, volutamente più diretto e di fiction degli altri, perché così era Kirby: pragmatico e tutta sostanza, senza troppi problemi o filosofie. Lui andava dritto al sodo, e così facendo dritto al nostro cuore.

Infine: Wally Wood?

Wood è il virtuosismo grafico unito alla versatilità: un connubio micidiale. Capolavori realistici ed umoristici partoriti da un animo ambizioso ma problematico e autodistruttivo. Era un maledetto, sconfitto dalla sua stessa passione che lo aveva consumato come un cero. “A pensare di rifarlo ora, mi taglierei le mani” diceva negli ultimi anni. Come detto la sua vicenda mi colpì molto, facendomi prendere consapevolezza estrema di quel che già sapevo: ciò che ti piace ti distrugge. Nella sua vita splendore e miseria andarono di pari passo, finché la seconda prese il sopravvento. Nel mentre fiorirono alcuni dei lavori intensi e ineguagliabili di cui ho provato a dare l’idea nelle poche pagine del racconto. In generale io amo il vecchio fumetto mainstream americano e D, K e W ne sono pregiata essenza. Tutti e tre hanno costruito i loro mondi dedicando con passione l’intera vita al lavoro, e il semplice pensarlo mi fa venire voglia di lavorare.

Come si è evoluto il tuo rapporto con l’editore americano Fantagraphics nel corso di questi anni? Sei praticamente il primo e più longevo autore della tua generazione pubblicato in USA.

Il rapporto è iniziato nel 2007 con la pubblicazione della miniserie Grotesque, edita in Italia da Coconino Press. Alcune tavole apparvero anche nell’albo realizzato per il Free Comic Book Day 2008. Dopo un inizio in sordina, la serie iniziò a incuriosire, ci furono diverse recensioni (più che in Italia, devo dire) e se non ricordo male il terzo albo fu una delle novità Fantagraphics più vendute a San Diego Comic-Con 2009. Negli ultimi anni ho pubblicato i tre racconti spin-off di Grotesque – usciti in Italia su “Linus” – sulla loro rivista antologica “Mome”, curata da Reynolds, per cui ho fatto anche un’illustrazione inedita. Quello americano è un pubblico difficile, da sempre abituato a nutrirsi quasi solo delle proprie produzioni. La sensibilità verso disegno e narrazione è diversa, e molte cose che in Italia o Europa hanno grande successo là faticano a essere pubblicate. Viceversa, lavori come i miei, che qui rimangono magari più di nicchia, possono avere più chances proprio oltreoceano, perché più vicini a quei gusti.

Nel tuo rapporto con l’editore indipendente di Seattle ha contato anche la relazione professionale con Kim Thompson, editor tra i più apprezzati e influenti dell’editoria statunitense, scomparso poco tempo fa.

Ho avuto il piacere di incontrare Kim una volta, a Milano, proprio poco prima del debutto americano di Grotesque. Accompagnava la moglie in una serie di concerti coristici. “Quando vado all’estero cerco sempre di incontrare gli autori che pubblico” mi disse, e così fu. Ero in compagnia di Gabriella Giandelli, anche lei pubblicata da Kim, e passammo qualche ora insieme a chiacchierare in un caldissimo pomeriggio di luglio. Kim conosceva diverse lingue e traduceva personalmente tutto il materiale europeo edito da Fantagraphics. Visto il mio discreto inglese, iniziai a supervisionare la sua traduzione di Grotesque fino a diventare un suo saltuario consulente per l’italiano. A fine 2011 mi chiese di aiutarlo nella traduzione de Lo Scimmiotto di Milo Manara e Silverio Pisu, che lo faceva dannare non poco. Ci sentimmo ancora qualche volta nell’estate seguente, poco prima che venisse comunicata la sua malattia. Kim era infaticabile, multitasking e puntuale come un orologio: appena passate le 18.00 arrivavano le sue email in risposta alle mie, inviate mentre a Seattle era notte, e in genere l’attesa per una sua risposta in tempo reale era di uno, due minuti. Era di origine danese, e il suo retaggio europeo veniva fuori tutto nel grande sforzo infuso per fare conoscere gli autori europei ai lettori americani. Non solo quelli che aveva tanto amato da ragazzo, come Jacques Tardi, ma anche i nuovi come me. Con la sua scomparsa il fumetto ha perso una figura che ha davvero ampliato i suoi confini, senza di cui tanti autori oggi anche famosi non avrebbero forse mai avuto la stessa voce e spazio.

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