Rubriche #tavolidadisegno Nello studio di Otto Gabos

Nello studio di Otto Gabos

Questa settimana, per la rubrica #tavolidadisegno, siamo entrati nello studio di Otto Gabos. Al solito, abbiamo fatto cinque domande e scattato parecchie foto.

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Quali sono i progetti a cui stai lavorando attualmente?

A due cose opposte e in contemporanea. Una storia a puntate di 80 tavole a colori per Super G, il nuovo mensile per ragazzi, spin off de Il Giornalino. Un romanzo di formazione raccontato in un percorso narrativo che spazia dall’avventura pura al fantastico. Ancora una volta è la città, una metropoli visionaria a fare da perno, per certi versi riprendo e sviluppo certe tematiche già affrontate con Esperanto. Ancora una volta parlo di emigranti italiani verso l’America. Il titolo provvisorio è al momento Tobia e l’Oceano Capovolto. Devo dire che ogni volta che torno a raccontare storie che nascono almeno inizialmente per ragazzi mi diverto. Scrivo e disegno pensando a me stesso quando da ragazzino leggevo fumetti quasi soluzione di continuità. Ritrovo quella gioia, quella disinvoltura, a tratti spavalda che rendono fluida e spontanea una narrazione. Eppure non è affatto facile pensare a un pubblico di giovanissimi contemporanei. In questo l’aiuto di mio figlio, primo lettore e giudice severo, diventa essenziale, se non determinante. E poi riavvicinarsi all’edicola su una delle rarissime riviste rimaste sul mercato è una gran bella soddisfazione. Un ritorno alle modalità di fumetto inteso nella sua forma più classica e più pura.

L’altro lavoro invece è distantissimo per modalità, approccio e tematiche. È un romanzo che uscirà per Lizard, il terzo che faccio per il gruppo RCS. C’è di nuovo la Sardegna, la mia terra d’origine. Ci sono le miniere del Sulcis e la nascita di Carbonia, città artificiale creata d Mussolini per sviluppare l’industria del piombo e del carbone. Una città che in pochi anni diventa la terza per popolazione in una Sardegna sempre comunque a bassa densità. Un romanzo storico, un noir crudele che si snoda tra poliziotti incarogniti, gerarchi, lavoratori, morti. S’intitola L’illusione della terraferma e la sua composizione richiede molto materiale di documentazione, ricerche sul campo, raccolta di testimonianze, studio delle tracce. Un romanzo nel romanzo che mi permette di confrontarmi con una pagina dolente e irrisolta dell’isola, con un periodo storico in realtà mai finito del tutto, durissimo, decisivo che studio da anni per interesse personale, quasi un’ossessione. Per non dimenticare, per ricordare, per riflettere e arginare.

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Quali sono gli strumenti che usi per disegnare?

Mi piace disegnare su carta. Il contatto fisico è impagabile e irrinunciabile. In questo caso sono antimoderno. Mi piace unire la tradizione al digitale. Integro tecniche e strumenti. La macchina non è mai da combattere ma da capire e usare. Insieme si amplificano le potenzialità espressive e si gestisce un controllo più capillare, quasi totale. Comunque gli strumenti su carta sono matita, quasi sempre una micromina 2B o grafite grassa 6B, poi la china dal pennino (contè, zebra o crowquill), pennello serie 7 windor&newton punte 00, 0 e 2, alla brush pen, fino a una gamma molto ampia di pennarelli. Inchiostri widsor6newton, pebeo, higgins, ferrario a seconda dei disegni e della carta (windsor6newton, cartiere magnani, canson, fabriano, da spolvero). Ogni tanto gli acquerelli, i pastelli (sempre derwent). In certi casi la biro, una comunissima e fantastica bic cristal.

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C’è qualche forma di abitudine ami predisporre prima di metterti a disegnare?

Senza caffè non parto. Poi leggo posta e rassegna stampa, qualche pagina di libro e quindi metto la musica. Solo allora inizio a lavorare sulla scrivania che spesso è in disordine con i disegni sparsi, finiti la sera prima. La musica mi alleggerisce l’approccio, visto che iniziare è sempre una pratica lenta che si fa da subito frenetica quando sono sotto scadenza. La selezione musicale cambia a seconda dell’umore e di ciò che vado a disegnare. Anche quando scrivo ascolto la musica. Il volume cambia per fascia oraria e strumento espressivo. Quando disegnavo La giustizia siamo noi (scritto da Pino Cacucci) il volume era molto alto e mi supportava nella performance gestuale, visto che parecchie sequenze le ho disegnate in piedi massacrando con la matita interi fogli di carta da spolvero. Per certi libri esiste una vera e propria colonna sonora di riferimento che poi elenco nello spazio apposito dei ringraziamenti. Mi ricordo per esempio che gli Smashing Pumpkins hanno accompagnato tutta la stesura de l Camminatori, i Nine Inch Nails erano l’ideale per Apartments versione paperback. In realtà la musica per me non ha solo una funzione di tappeto sonoro dei miei disegni, è piuttosto alla base del mio processo creativo. La maggior parte delle idee si formano partendo dalla musica. Ciò che evoca, ciò che racconta, l’aspetto teorico che la innesta. In pratica mi sento un musicista che suona e canta con il fumetto. È stata la musica a farmi scoprire Frigidaire e Vavoline che sono stati i punti di riferimento per un’età decisiva per la formazione: quella dei vent’anni. La mia dimensione di autore nasce allora con i primi vestiti neri, i Joy Division, i Tuxedo Moon, l’incontro della avanguardie storiche con la narrativa popolare, lo snobismo con la provocazione. Altri tempi ma fondamentali.

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Quali sono i tuoi autori di riferimento? Ci sono testi che devono essere a portata di mano mentre disegni?

Leggo e mi aggiorno sempre e comunque. Per curiosità, per dovere, per qualche scampolo di passione di lettore entusiasta. Comunque gira e rigira i punti di riferimento sono sempre i soliti. In ordine sparso: Pratt, Jacovitti, Magnus, Segar, Igort, Tardi, Kirby, Micheluzzi, Joe Kubert, Clerc, Chaland. La new entry più recente è Guy Davis. A turno o anche tutti insieme sulla scrivania e dintorni mentre lavoro. Non c’è un criterio unitario per la loro scelta. Certi mi accompagnano da sempre, altri li ho conosciuti da adulto. Magnus quand’ero piccolo era il massimo assoluto e averlo avuto poi come insegnante è stata un’esperienza fondamentale. Igort è stato il primo autore che parlando scivolava con estrema naturalezza dal fumetto al cinema alla musica. Finalmente avevo incontrato uno che non ragionava per compartimenti stagni.

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Il tuo studio non coincide con la tua abitazione. Disegni solo qua o anche a casa? Quante ore passi nel tuo studio? E qual è la differenza fra i due contesti? Raccontaci un po’ della “routine” quotidiana del fumettista.

Disegno ovunque. Ho la capacità di non avere grossi problemi di concentrazione. Mi adatto molto ai luoghi, anche se non sopporto i soffitti troppo bassi. Mi opprimono e frenano il fluire delle idee.
Disegno a casa o in studio a seconda dei giorni, degli impegni, della voglia e dei lavori. Lo studio è il mio sancta sanctorum, quasi una bolla atemporale nel centro di Bologna. È la mia fortezza della solitudine. In studio uso poco internet anche se sono circondato dal cimitero dei computer in disuso che porto lì a pensione avvenuta. Un posto dove avendo poche distrazioni (niente TV) le ore di lavoro diventano più intense. A casa è diverso, sicuramente più comodo, ma anche più pericoloso. Succede spesso che il confine tra lavoro e vita domestica si faccia labile, fino a fondersi e questo non è proprio un bene. Comunque anche quando resto a casa mi vesto come se dovessi uscire per un impegno di lavoro. Detesto la vita in tuta o pigiama, tappa ineluttabile verso l’abbrutimento totale dell’artista.

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