Old Boy: manga coinvolgente e film viscerale

Nei primi anni dei 2000 eravamo in piena new wave del cinema sud-coreano. Per gli asianofili – quella particolare categoria di persone per cui risulta normalissimo conoscere a memoria gli horror indonesiani – pareva di vivere una nuova epoca d’oro. Ogni campione di incassi in quel di Seul corrispondeva a un nuovo capolavoro da recuperare via DVD import, perfino i film mininalisti più puri. Anzi, a pensarci bene, la fascia più interessante stava proprio sospesa tra questi due estremi. Ancora una volta avevamo davanti agli occhi la dimostrazione tangibile di come il cinema d’evasione potesse essere sinonimo di grande autorialità. Tra tutti quei nuovi registi che parevano destinati a cambiare le carte in tavola, il caposcuola indiscusso era sicuramente Park Chan Wook, capace di guadagnarsi le luci della ribalta con un dramma politico per nulla scontato (JSA) e di diventare una superstar con un capolavoro neressimo (Sympathy for Mr Vengenace).

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Il suo era ormai un nome che incominciava a circolare con una frequenza preoccupante e il salto verso il palcoscenico internazionale pareva inevitabile. Il destino beffardo volle che il suo film seguente – Old Boy, in assoluto la cosa meno personale su cui mise le mani fino ad allora – fosse presentato nella stessa edizione del Festival di Cannes in cui Quentin Tarantino era presidente di giuria. Visto il livello esorbitante dell’opera, il premio della giuria arrivò quasi come fosse scontato, ma l’ingombrante ego dell’autore di Pulp Fiction finì per oscurarlo, rendendolo un’emanazione di sé. Park Chan Wook venne incoronato dalla stampa internazionale come la risposta orientale – perché, ricordiamocelo bene, dall’altra parte del mondo arrivano solo controparti di quello che “noi” abbiamo già – al regista di Le Iene e Kill Bill. Iper-violento, ironico e colto. In pochi, però, avevano veramente cognizione di chi si stava parlando, e in molti preferivano continuare a indugiare sui denti estratti a martellate e sui piani sequenza sanguinolenti. Poche parole furono spese per cercare di spiegare come il fascino dell’opera del coreano consisteva nel far apparire bellissime delle sfaccettature agghiaccianti. Fortunatamente, a far riflettere il pubblico, ci pensò il successivo Sympathy for Lady Vengeance. Ancora più bello (soprattutto nella director’s cut, in cui i colori si desaturano con lo scorrere dei minuti), ancora più straziante e minimale.

Più si andava avanti nel tempo più ci si rendeva conto di come Old Boy non fosse altro che una marchettona – una qualsiasi trasposizione di un manga – resa qualcosa di immenso dalla potenza visionaria del regista. La controparte cartacea dell’opera da cui il film è tratto verte tutta sullo stoicismo e sulla forza di volontà del protagonista, una sorta di samurai focalizzato unicamente sulla vendetta. Freddo, calcolatore e capace di sostenere anni di esercizio fisico ossessivo. Nel film, invece, regna disperazione e rabbia animale. Tutto è più viscerale: dalla causa scatenante del sequestro fino alla conclusione. Quello che rende il tutto accettabile sono le tristi melodie della colonna sonora, la raffinatezza della fotografia, la maniacalità nella cura del particolare estetizzante. Il vero fulcro di Old Boy è questo stridere tra il suo cuore nero e lo scintillio del suo completo cucito su misura.

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Un gioco di luci che quasi nessuno sarebbe stato in grado di mettere su carta. E in fatti l’Old Boy di Garon Tsuchiya si presenta come un racconto di genere molto ben strutturato, imperniato sul classico gioco sadico tipico di tanta narrativa nipponica. Quel formidabile espediente narrativo capace di dare il via a una moltitudine di opere destinate a svilupparsi per lo più come drammi psicologici – da Il Nostro Gioco a Battle Royale, per intenderci. In questo caso abbiamo un uomo segregato per dieci anni in una stanza, senza nessuna spiegazione. Poi, all’improvviso, la libertà. Da questo presupposto parte un gioco al gatto e al topo che sprofonda più in un thriller come Il giorno dello sciacallo che nel tormento interiore di Park Chan Wook. Impossibile dire se il risultato sia migliore o peggiore rispetto alla sua trasposizione. Entrambe le strade risultano perfette per il mezzo scelto.

Se non fosse per il film probabilmente Old Boy sarebbe considerato un manga di culto. Sceneggiatura di ferro, ottimi personaggi, ritmo sostenuto. Peccato che il confronto con la trasposizione sia annichilente per portata emotiva e umana. D’altra parte il passaggio da un linguaggio a un altro è sempre traumatico, mai naturale. La mimesi assoluta può portare a monoliti di noia come il Sin City di Rodriguez o lo Yattaman di Miike, mentre la troppa libertà può rovesciare tutte le premesse autoriali dell’autore (vedi l’ultimo Superman). In questo caso il giochino si inverte. Partendo da un manga coinvolgente e complesso, emerge un’opera capace di sviscerare il materiale di partenza adattandolo contemporaneamente al linguaggio del regista. Un caso piuttosto raro, avvicinabile a quanto fatto da un altro gigante come Miyazaki. Autentico esperto nella valorizzazione di materiali di partenza non certo al livello dei suoi lavori originali.