Ombre rosse e blu: Tex, John Ford e Stephen Crane

1. L’epopea western è un sedimento archeologico d’immagini, un palinsesto di figure. Prendiamo il Color Tex n. 4 (Sergio Bonelli Editore) che ha appena inaugurato un nuovo corso di storie brevi – in maniera analoga a quanto già fatto nei Dylan Dog Color Fest – con protagonista assoluto Tex Willer. Nella prima storia, contenuta nell’albo uscito in edicola a novembre, dal titolo L’uomo sbagliato, di Tito Faraci e Giampiero Casertano, le prime tre tavole sono un esplicito omaggio ad alcune sequenze di Ombre Rosse (Stagecoach, 1939, regia di John Ford).

La copertina del Tex Color (disegno di Laura Zuccheri)

 

Il manifesto di «Stagecoach»

L’arrivo della diligenza, il breve colloquio tra Tex e i postiglioni mostrano più di un’analogia con le immagini del celeberrimo film. E quando Tex sale in carrozza – come il John Wayne, alias Ringo, del film – trova cinque passeggeri che Casertano modella sui «calchi» dei viaggiatori della diligenza di Ombre Rosse; a cominciare da Doc Boone (l’attore Thomas Mitchell) che nel fumetto si chiama Michael Glaser, che fa anche lui il dottore e non si separa mai dalla sua valigetta (che nel film contiene bottiglie di whisky per l’alcolizzato dottorino).

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La vignetta di tav. 3 con Tex e i passeggeri della diligenza. Il terzo da sinistra è il dottore.

 

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Il dottor Michael Glaser disegnato da Casertano.

 

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Il Doc Boone di John Ford.

L’«imprinting» cinematografico – e in particolare proprio da Ombre Rosse – è inoltre evidente fin dagli esordi dell’eroe bonelliano e galleppiniano. Nella storia «El Diablo», la sequenza che inizia nella striscia n. 23 (Tex serie a striscia – Prima serie n. 8, 18 novembre 1948, Casa Editrice Audace) è praticamente una replica della sequenza dell’assalto alla diligenza di Ombre Rosse.

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La sequenza di strisce 23-25 da «El Diablo».

Qui ci sono banditi, là indiani ma facce, gesti, posture e movenze sono copie dei singoli fotogrammi fordiani. Gli attori Andy Devine (Buck, il postiglione) e George Bancroft (lo sceriffo) trovano i loro perfetti sosia nei personaggi disegnati da Aurelio Galleppini.

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Andy Devine (Buck) e George Bancroft (lo Sceriffo)

 

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Vignetta (da striscia 23)

 

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Vignetta (da striscia 25)

Camicie, cappelli, fazzoletti annodati… tutto è uguale.

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Una sequenza di «Stagecoach».

E la posizione di tiro di Ringo (John Wayne), a distanza di quasi dieci anni, è servita da manuale a Tex: stesso corpo ad arco, stessa gamba destra tesa e stesse montagne sullo sfondo. Anche se è noto che il bravissimo Galep ritraeva più i paesaggi della sua Sardegna o delle Dolomiti che la Death Valley in Arizona, cara a John Ford e set d’eccellenza per i suoi western.

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Ringo spara…

 

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… e Tex lo copia.

2. Sfogliamo ancora Color Tex e arriviamo alla terza storia dell’albo di Sergio Bonelli Editore. Il titolo è L’ultimo della lista e a firmarla sono Gianfranco Manfredi e Stefano Briglia. La grande vignetta d’apertura mostra un edificio, in un paesaggio innevato e ventoso, sulla cui facciata spicca l’insegna Blue Hotel.

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La vignetta d’apertura di «l’ultimo della lista».

Siamo in Nebraska e la vicenda vede l’incontro-scontro fra Tex e Scott Wannabe, un bounty killer alla caccia di un rapinatore che gli ha ucciso il fratello. Ciò che subito colpisce è l’ambientazione, ovvero il Blue Hotel, che poi è la stessa ambientazione de Lo svedese, un graphic novel di Christophe Gaultier, in Italia pubblicato da Coconino Press – Fandango.

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La copertina de «Lo svedese».

E simile è il Blue Hotel, perché identica è la fonte originaria, ovvero il racconto omonimo (in italiano L’Hotel Azzurro, Mattioli 1885), dello scrittore americano Stephen Crane (1871-1900).

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Il Blue Hotel disegnato da Christophe Gaultier.

Christophe Gaultier trasforma il corrusco e fatalistico dramma western da camera di Crane in un racconto quasi gotico che stempera in toni dal blu al grigio, all’arancio scandendo coloristicamente la crescente temperatura psicologica della vicenda: una partita a carte, segnata dalla predestinazione e dalla morte del protagonista Svante Jønasson, lo “svedese” del titolo. E guarda caso, il capo dei banditi della storia scritta da Gianfranco Manfredi si fa chiamare lo Svedese e ha più di un tratto in comune con il demoniaco personaggio creato dallo scrittore americano. Del resto anche lo sceneggiatore bonelliano è a suo agio con le atmosfere gotico-western (Magico Vento) e ben conosce la storia e la letteratura americana, come ha dimostrato anche in alcune sue prove narrative (Ho freddo e Tecniche di resurrezione).

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Lo «svedese» disegnato da Stefano Biglia.

 

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E lo «svedese» di Christophe Gaultier.

3. Stephen Crane è considerato una delle voci fondative della moderna letteratura degli Stati Uniti e, nella sua breve vita (nacque a Newark nel 1871 e morì di tisi, nel 1900, in un sanatorio in Germania) conobbe e divenne amico di Joseph Conrad e H.G. Welles durante un suo soggiorno a Londra.  Il suo romanzo The Red Badge Courage (un impietoso racconto della Guerra Civile Americana, visto da un soldato semplice) sta di diritto tra classici di quella letteratura.

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Stephen Crane in Grecia, nel 1897.

 

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Copertina de «L’Hotel Azzurro»

Fu scrittore poliedrico (romanzi, racconti, poesie), giornalista e corrispondente di guerra da Cuba e dal fronte della Guerra Greco-Turca (1897) e scrisse per il New York Journal di William Randolph Hearst.  Non sappiamo se Crane ebbe mai l’occasione d’incontrare Richard F. Outcault o conoscesse i suoi disegni, ma il fatto è che proprio in quegli anni, il creatore di Yellow Kid andava pubblicando le sue tavole sul New York Journal. Ma c’è di più: la Hogan’s Alley, teatro delle imprese di Yellow Kid ha molto da condividere con la Bowery Street, descritta da Stephen Crane in uno dei suoi racconti più celebri, Maggie: A Girl of the Streets (1893).

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La Hogan’s Alley di Yellow Kid.

La descrizione naturalistica e realista della misera vita di quel quartiere newyorkese e dei suoi abitanti fu anche il frutto della frequentazione, da parte dello scrittore americano, di quei vicoli e di quelle case e dell’amicizia stretta con la gente, prostitute comprese; cosa che gli procurò più di un guaio e una cattiva reputazione presso la società letteraria ufficiale.

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Copertina di «Maggie» (Parenti, 1956)

L’incipit di Maggie sembra una scena con Yellow Kid e compagni: «Un ragazzino ritto su un mucchio di ghiaia, a difesa dell’onore di Vicolo del Rum, scagliava sassate contro i monelli della Salita del Diavolo che giravano all’impazzata attorno alla piccola altura e lo bersagliavano».

Stephen Crane scrisse anche parecchi racconti di argomento western e tra questi, Il vecchio Bennet e gli indiani, quasi una cronaca, dura e drammatica, di un massacro, che ritroviamo in una vecchia e rara raccolta (Parenti Editore, 1956) curata da Luciano Bianciardi, con una copertina azzurra (un caso?).

Il cerchio, quasi perfetto, che si era mosso da Tex si chiude qui, ma il gioco delle citazioni, dei rimandi, delle analogie, delle figure incrociate è aperto a un’altra partita.