Recensioni Tempo e silenzio: Voyage d’hiver di Anne Brouillard

Tempo e silenzio: Voyage d’hiver di Anne Brouillard

Tra tutti gli interessi e le passioni che coltivo, al primo posto è sicuramente la musica. Amo la musica e per questo amo il silenzio. Sia perché esso è già sonorità, sia perché ha in nuce tutti i suoni possibili. C’è sempre un momento magico, quando si va ad un concerto (di qualsiasi genere) o si mette un disco ed è l’attimo prima dell’arrivo del suono.

voyage hiver Anne Brouillard

Il pezzo è già iniziato in realtà, e quel silenzio è la  musica dell’attesa e delle possibilità, e comunica un tempo ambiguo: da una parte è sequenziale, perché subito dopo si sentiranno le prime note e noi già andiamo là con l’immaginazione, quasi a mordere un pezzettino infinitesimale di futuro. Dall’altra è verticale perché quell’attimo di silenzio si lega a tutti gli attimi simili passati e futuri, abbraccia con la sua risonanza i nostri passati e i nostri futuri, diventa la colonna sonora della nostra intera esistenza.

Ascolto sempre musica e sono abituato ad averla come sottofondo mentre lavoro, mentre scrivo, mentre leggo saggi e romanzi (in questo caso evito quelli con le parole). Solo in due casi – apparentati a mio avviso per molte caratteristiche nel linguaggio – non riesco proprio a sopportarne la presenza, ed è quando ho in mano una poesia o un albo illustrato. Lì, qualsiasi colonna sonora diventa cacofonia perché va inevitabilmente a disturbare quella già presente. Se per la poesia è facile immaginarselo, forse è un po’ meno evidente per l’albo illustrato, che pure ha alla sua base proprio un battito ritmico, un respiro suo, una sospensione, che hanno bisogno del vuoto attorno per poter essere colti davvero.

voyage hiver Anne Brouillard

Questa caratteristica emerge con forza quando si legge un silent book, un albo senza parole in cui, proprio per questo, si rivela ancor di più una partitura. Quando ne ho uno nelle mani mi metto in ascolto ed è questo il modo di leggerli. Mi richiedono un’attenzione particolare, che è insieme un prendersi cura e mettersi in disparte, e l’esplorazione dei miei occhi si trasforma immediatamente anche in suono immaginato. Insomma bisogna disporsi all’ascolto, ed è anche per la scarsa abitudine che abbiamo nel metterci in questa condizione che i silent book mettono in imbarazzo molti (adulti e non bambini), perché non sanno come leggerli, non sanno come raccontarli ai più piccoli. In realtà bisogna solo fare silenzio lasciare che siano loro a raccontare.

Questi pensieri mi sono ritornati alla lettura di Voyage d’hiver di Anne Brouillard, edito da Esperluète éditions e candidato tra le Pèpite del Salon du livre et de la presse jeunesse di Montreuil, conclusosi all’inizio di dicembre. Si tratta di un leporello, stampato solo su un lato, piccolo di formato ma piuttosto lungo, che si apre con la partenza e si conclude con l’arrivo di un treno nel lato opposto.

A vederlo sembra lo stesso, ma rimane un’ambiguità, non ci sono personaggi o altri elementi che ce lo fanno capire con chiarezza. Nel mezzo si sviluppa un paesaggio continuo, come i vecchi panorami, e l’impasto pittorico dell’autrice gioca con la trasmutazione del paesaggio che da stazione diventa lago, montagna e bosco sullo sfondo, neve, poche ville isolate, un battello che scivola sulle acque, qualche auto in lontananza, e poi un parco giochi deserto, un uomo che porta a spasso il cane e ancora la strada, auto in coda, la città, corvi sui tetti, di nuovo i binari.

voyage hiver Anne Brouillard

Sono solo alcuni degli elementi visibili e anche ad elencarli tutti il libro non sarebbe ugualmente riassumibile perché il vero nocciolo del racconto è la simultaneità del tempo, l’andamento parallelo delle nostre esistenze, la somiglianza di queste con quelle di ogni creatura vivente, e persino degli oggetti.

Perché in fondo anche l’altalena vuota sulla neve sembra comunicare il ricordo e l’attesa dei bambini che furono e che saranno, non diversamente dagli uccelli in volo, probabilmente sorretti dalla speranza del poco cibo risparmiato dal gelo, o dalle sagome umane che si intravedono dalle finestre, o si immaginano nelle auto, ognuno con  i suoi pensieri, obiettivi, direzione. Tempo e silenzio avvolgono un panorama che va ben oltre la porzione di mondo ritratta, perché senza declamazioni qui è il Tutto ad essere protagonista, che è come dire il mistero di vivere. Lettura molto sofisticata si dirà, ben lontana dalle possibilità concrete di una lettura e comprensione infantile. Non sono così convinto.

«Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese, voleva che il ruscello fosse un fiume e il fiume un torrente, e questa pozza il mare. Quando il bambino era bambino non sapeva di essere bambino, per lui tutto aveva un’anima e le anime erano un tutt’uno. […] Quando il bambino era bambino era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu, perché sono qui e perché non sono lì, quando comincia il tempo e dove finisce lo spazio…»  (Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino,)

Emilio Varrà // Hamelin Associazione Culturale

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