Recensioni Novità Agricoltura e bildungsroman: “Silver Spoon”

Agricoltura e bildungsroman: “Silver Spoon”

Quando si parla di “Ritorno alla terra”, la prima cosa che viene in mente al fumettòfilo è l’opera realizzata a quattro mani da Jean-Yves Ferri e Manu Larcenet, rispettivamente ai testi e ai disegni, pubblicata in Italia da Coconino Press. La seconda, se si tratta di un fumettòfilo che si tiene informato su quel che avviene nel mondo, è che da qualche tempo è in atto un fenomeno che conferma la natura economica anti-ciclica dell’agricoltura.

Assieme alla riscoperta degli orti urbani (fatto che già di per sé ha un notevole rilievo sociologico), è ormai ufficiale che dall’inizio dell’attuale crisi economica sempre più giovani italiani, non di rado di sesso femminile, si diplomano o si laureano in Agraria, cercano – e di solito trovano – lavoro nei campi, addirittura mollano tutto per diventare coltivatori diretti, mini-imprenditori del settore agro-alimentare. Le cifre rivelano che a fronte di una disoccupazione giovanile spaventosa, l’unico settore in controtendenza è proprio quello dell’agricoltura, che non solo non ha perso addetti a livello nazionale, ma anzi li ha visti aumentare, almeno per quel che riguarda il nord del paese (+5,6%).

È allora curioso notare come nell’ultimo anno siano apparsi ben due (o meglio, tre) manga che proprio di agricoltura parlano.

Il primo, Moyasimon – Tales of agriculture di Masayuki Ishikawa, è stato sviscerato qui da Matteo Stefanelli, e inserito tra le 10 migliori serie del 2013 secondo Fumettologica. Come già è stato scritto, si tratta di un fumetto dal taglio bizzarramente scientifico, a metà tra il ludico e lo specialistico, ambientato nella facoltà di Agraria di un’università di Tokyo, nel quale in realtà l’agricoltura è trattata un po’ di sguincio, visto l’interesse preminente dell’autore per il mondo dei batteri (!). Aggiungo solo che l’atmosfera sonnacchiosa delle vicende e i personaggi sghembi possono ricordare i film di Wes Anderson, e come avviene in quelli, anche in Moyasimon sostanzialmente non accade nulla, ma in maniera affascinante, con lampi di comicità surreale.

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Moyasimon 3

Il secondo fumetto è Silver Spoon, di Hiromu Arakawa (l’autrice del celeberrimo manga fantasy Fullmetal alchemist), pubblicato in Italia da Planet Manga. Silver Spoon ha nei confronti dell’agricoltura un piglio più classico, diretto e divulgativo rispetto a Moyasimon, come si conviene al luogo in cui la vicenda si svolge: un istituto professionale agrario.

La storia inizia con il protagonista Yugo Hachiken che si aggira sperduto nelle smisurate tenute dell’istituto. Yugo infatti è un ragazzo di città che ha frequentato una prestigiosa scuola media, ma che nonostante le sue indubbie capacità, e a dispetto dell’abnegazione e delle energie profuse nello studio, ha fallito l’esame per accedere alla scuola superiore, anch’essa prestigiosa, che l’avrebbe meglio preparato per sostenere con successo il test d’ingresso all’università.

Questo relativo, ma cocente fallimento scolastico ha creato non poco attrito con i genitori, come si scoprirà pian piano. Incerto sulla direzione da prendere, Yugo ha deciso di guadagnare tempo, ripiegando sull’istituto tecnico agrario O-Ezo, considerata una scuola facile, oltre che lontana da casa, trattandosi di una sorta di fattoria dispersa nella campagna giapponese e per questo dotata di convitto e dormitorio. Yugo pensa così di poter prendere i classici due piccioni con una fava: andarsene dalla magione di famiglia, dove l’atmosfera si è fatta pesante, e sfruttare la sua preparazione scolastica per svettare come il migliore tra gli studenti della scuola.

Poiché si tratta di una commedia, e non di un dramma scolastico, Yugo scopre molto presto di essere l’unico studente dell’istituto ad avere realmente superato l’esame di ammissione; tutti gli altri sono figli di contadini o allevatori, entrati alla O-Ezo per una sorta di diritto di stampo corporativo, senza sostenere veri esami! In pratica, pensa Yugo, sono tutti delle capre – e si vince facile.

Ma se in effetti le materie tradizionali come Inglese e Matematica prevedono libri di testo talmente striminziti che più di così è impossibile (e il protagonista non deve nemmeno fare lo sforzo di aprirli visto che ne conosce il contenuto a memoria), le materie specialistiche sono invece specialistiche per davvero, e approfondite a livello para-universitario. Il risultato è che Yugo primeggia nella media generale senza essere il più bravo in alcuno tra gli insegnamenti qualificanti, e la cosa gli dà abbastanza fastidio: c’è sempre qualcuno che in quella materia (e solo in quella!) è più bravo di lui. La spiegazione sta nelle competenze derivanti dalle differenti tradizioni familiari: il figlio del pollicoltore è bravissimo in Zootecnia anche se fa schifo in tutto il resto; l’erede della grande proprietà terriera è la migliore in Management Agricolo; e così via. In campagna spesso l’esperienza val più della teoria, assicura l’autrice, lei stessa figlia di contadini e per anni al lavoro nei campi, prima di diventare mangaka.

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Yugo confronta i suoi voti con quelli dei compagni

Al principio Yugo si dibatte tra la completa ignoranza, soprattutto pratica, delle nuove materie che si trova ad affrontare e la voglia di primeggiare comunque nello studio. Un piccolo spunto che basta all’autrice per fare sì che la vita di uno studente di agraria si dimostri molto più avvincente di quel che si potrebbe credere.

Come Yugo, infatti, anche il lettore medio non sa niente di niente dei cavalli, della preparazione del formaggio, di come si fa la pancetta, dell’allevamento di polli e maiali… perciò la sorpresa, la voglia di imparare e l’entusiasmo contagioso del protagonista diventano subito quelli di chi legge, in un coinvolgente processo di immedesimazione ottenuto con una mirabile economia drammaturgica.

Il fatto è che davanti alle mille scoperte che si fanno ogni giorno in un posto del genere, ci si meraviglia sì come accade al protagonista, risparmiandosi però ogni fatica. Per esempio quella di doversi alzare ogni giorno alle 4 per strigliare i cavalli del club di equitazione (al quale Yugo si è iscritto, ignaro degli orari, solo per far colpo sulla compagna di classe di cui si è innamorato). L’effetto è spassoso, perché le disavventure di un altro sono sempre divertenti, se ben raccontate. La serie infatti è ottimamente realizzata, con un disegno solo all’apparenza semplice, di grande leggibilità e perfettamente controllato dall’autrice, che  riesce a muovere un gran numero di personaggi riuscendo a mantenerli tutti sempre perfettamente caratterizzati, distinti e riconoscibili. Il ritmo poi è perfetto, e il ritmo è tutto quando c’è da dare la stura alle possibili divagazioni comiche.

Anche se la divulgazione narrativa ha un incedere tassonomico che sviscera i mille snodi della filiera agroalimentare, l’impianto resta però quello del classico bildungsroman di ambientazione scolastica. Ma in questa variante rurale, il protagonista si pone molti quesiti bene poco peregrini. Non solo sulla direzione da far prendere alla propria esistenza, ma anche su quello che vede ogni giorno attorno a sé, ovvero lo stato dell’arte dell’agricoltura e della zootecnia, giapponese e non.

Per esempio: perché non bisogna affezionarsi al proprio bestiame? Ovviamente Yugo, da impulsivo fessacchiotto qual è, dà subito un nome al maialino più piccolo e gli si attacca al punto da scatenare tra gli studenti della scuola un acceso dibattito sulla liceità di uccidere animali per venderne la carne, dibattito che terminerà in modo apparentemente esilarante, ma sottilmente problematico: sarà Yugo stesso a comprare la carne del suo maiale, una volta macellato, e a farne ottima pancetta, un po’ versando lacrime per la bestiola, un po’ sfoggiando il legittimo orgoglio del norcino debuttante.

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Yugo dà l’ultimo addio a Butadon, il “suo” maiale

Pensieri anche banali si mescolano a considerazioni più puntute sull’agricoltura e sul consumismo tout-court. Perché le patate troppo piccole o bitorzolute non possono essere vendute per la loro bruttezza, e perché non vadano sprecate se le devono mangiare i contadini? Eppure sono buonissime. E come mai non ci sono controlli alla fonte sul latte (in Giappone, si intende)? Perché la vita del contadino è fatta di fatica bestiale, ma a fine giornata ci si sente benissimo? E per quale perverso meccanismo finanziario così tante aziende agricole giapponesi si indebitano fino al collo prima di poter monetizzare con il raccolto, col risultato che se un’annata va male… è finita per sempre? Da consumata narratrice, la Arakawa ne approfitta per introdurre nell’universo narrativo di Silver spoon la crisi economica. Una nota drammatica che fa da perfetto controcanto alla vitale allegria della serie.

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Quando chiude un’azienda agricola

 Poi c’è la domanda fondamentale: perché tutti gli altri studenti hanno già ben chiaro cosa faranno al termine della scuola e Yugo ancora no?

La fine della vicenda sembra ancora lontana, ma è ovvio che prima o poi Yugo troverà quello che cerca, ed appare altrettanto ovvio – per le leggi che governano la narrativa seriale nazional-popolare – che lo scioglimento della tensione narrativa avverrà con un lieto fine. Ma come al solito, la differenza tra un prodotto popolare corrivo e uno pienamente godibile come è finora Silver spoon, non sta tanto nel punto di arrivo del racconto, più o meno (o anche per nulla) originale, quanto nel percorso fatto per arrivarci. Come insegna Mitsuru Adachi, che termina ogni sua storia con il bacio tra i due protagonisti. Ma la fa sembrare sempre diversa. Pur rifacendola uguale.

E poiché i sentieri battuti dalla Arakawa sono stati finora piacevolissimi, l’augurio è che la divertente passeggiata per questi boschi narrativi continui ancora a lungo.

Silver Spoon manga
Silver spoon 6

 P.S. Il terzo manga che citavo all’inizio è Nobiltà contadina, anch’esso della Arakawa. È un gag-manga autobiografico, ricco di considerazioni e aneddoti sulla vita quotidiana dei contadini, considerata vagamente folle da chi vive in città. Esilarante, se si apprezza l’umorismo nipponico.

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