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Storia non convenzionale dei supereroi

«Sembra che non ci sia nessuna mitologia eroica su quest’altra Terra! Nessun Ercole, Ulisse, Gilgamesh». (Robin a Batman, catapultati su una Terra parallela)

Quando nasce esattamente, nella storia, il concetto di “supereroe”? Che cosa vuol dire – filosoficamente – la parola “superuomo”? E perché i nazisti, che pur avevano il mito della superiorità, detestevano Superman? A questi e a molti altri interrogativi, risponde l’interessante saggio di Flavio Santi, Aspettando Superman. Storia non convenzionale dei Supereroi (Gaffi Editore).  Uno sguardo lucido sulla contemporaneità e i suoi feticci nelle sue più disparate accezioni: dal mondo classico (attraverso la riscoperta, anche filologica, della tradizione epica, nelle figure di Ulisse e Enea), ai fumetti e al cinema contemporaneo, passando per Gesù, mago Merlino, Harry Potter, Tarzan, Superman e i Kamikaze del mondo islamico, fino ad arrivare ai culturisti e a insospettabili figure della realtà e dell’immaginario.

Vi presentiamo qui di seguito un capitolo in anteprima: “Dalle caverne all’agorà”.

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Capitan Marvel era un memorabile supereroe degli anni Quaranta, la mitica Golden Age dei fumetti. Vendeva più di Superman, per dire, e la DC Comics, la publishing house dell’Uomo d’Acciaio, dovette far causa alla più piccola Fawcett, responsa-bile di cotanto affronto, obbligandola a chiudere i battenti con l’accusa di plagio. Sventure editoriali a parte (quanti supereroi sono nati e morti nel corso degli anni!), Capitan Marvel possedeva «la formula che mondi possa aprirti», la parola magica che lo trasformava dall’anonimo Billy Batson, orfano e in miseria, defraudato da un zio avido, nella meraviglia delle meraviglie. Era sufficiente pronunciare sei lettere, per riallacciare un legame antico e primigenio. Sei lettere per una parola fondativa. Shazam. Si tratta di un acronimo, ogni lettera indica un nome – e che nome. S rimanda a Salomone: la sapienza e la chiaroveggenza. H sta per Hercules, Ercole: la forza. A sta per Atlante: la resistenza. Z per Zeus: la potenza. A per Achille: il coraggio. M per Mercurio: la velocità. Tra le tante caratteri- stiche uniche di questo personaggio – tra le altre, la morte umana, troppo umana per cancro – questa palese dichiarazione-rivendicazione di appartenenza storica è l’imprescindibile cordone ombelicale.

Poco importa che il singolo supereroe sia effimero e passeggero: «Capitan Blood!» urla uno strepitante padre di Mafalda in una striscia di Quino, tra lo sconcerto dei bambini che ignora-no chi sia Capitan Blood. Sic transit gloria mundi. Del resto chi si ricorda di Ka-Zar, Eagle, Pioneer, Major Liberty, Defender e tutti i Captain possibili e immaginabili, Captain Courageous, Captain Victory, Captain Flag, Captain Freedom, Captain Glory, Captain Wonder? Forse non se ne ha completa contezza: ma chi si mettesse a scorrere l’anagrafe dei supereroi, resterebbe impressionato dalla quantità di personaggi creati. Centinaia e centinaia. Noi, al massimo, ricordiamo la classica sporca dozzina, quelli guarda caso tornati alla ribalta nei roboanti “cineco- mics” di Hollywood – Superman, Batman, Spider-man (con il trattino, come vogliono i puristi!), Hulk, Thor, Iron Man, i Fan- tastici Quattro, Flash, Capitan America, Daredevil, X-Men, Avengers –, ma che dire di Ant Man, Namor il Sub-mariner, Calabrone verde, Silver Surfer, Wasp che hanno goduto di una loro discreta popolarità? Sic transit gloria mundi.

Avete presenti le parole di Jung? «L’archetipo è la tendenza a formare singole rappresentazioni di uno stesso motivo che, pur nelle loro variazioni individuali anche sensibili, continuano a derivare dal medesimo modello fondamentale».

Ecco. Questo è il supereroe: un loop nella partitura “Uomo”, una costante irrinunciabile fin dalla notte dei tempi.

La notte dei tempi… Già. Alcune delle maggiori acquisizioni umane nascono allora. Oltre alla ruota, al fuoco e alle altre proverbiali scoperte, nasce il romanzo ad esempio: come dice Vladimir Nabokov il romanzo è nato quando l’uomo primitivo comincia a raccontare fatti di cui non ha esperienza diretta. Torna alla propria caverna dicendo di aver visto un mammuth.

Ma non è vero. Racconta la cattura di mirabolanti prede. Ma non è vero. Per fare tutto ciò (affrontare mammuth, cacciare animali in abbondanza) ci sono individui eccezionali, capaci di soddisfare più degli altri i bisogni di cibo e sicurezza della tribù. Non importa che siano il semplice frutto della fantasia di questi primi romanzi orali. Possiamo immaginare i nostri antenati raccolti intorno al fuoco ad ascoltare le gesta di queste persone eccezionali che superano i normali limiti fisici. Una specie di esorcismo contro la caducità dell’esistenza.

Il primo supereroe a uscire dall’anonimato e ad avere precise generalità, un nome e quant’altro, è Gilgamesh, figlio del nobi- le Lugalbanda e della dea Ninsum, protagonista della saga assiro-babilonese: qua il tempo si misura a spanne millennarie, e la cosiddetta Epopea di Gilgamesh passa dai sumeri agli hurriti, ittiti, babilonesi e assiri, dal 4500 a.C. fino al 1200 a.C.

Gilgamesh possiede già molte caratteristiche del supereroe “classico”, quello della cosiddetta Età dell’Oro dei fumetti (gli anni Quaranta del XX secolo):

È stato dato a te il potere di giudicare chi tra gli uomini ha commesso il male, è stato dato a te il potere di stabilire la luce e le tenebre del genere umano, è stato dato a te il potere di primeggiare sull’umanità, è stato dato a te il potere di non avere avversari, è stato dato a te il potere di vincere le guerre da cui nessuno torna vivo, è stato dato a te il potere di condurre assalti da cui nessuno può sfuggire.

Ma procediamo con ordine.
Gilgamesh, re di Uruk, è per un terzo uomo e per due terzi dio – poi nel corso dei secoli il pourcentage muterà fino a stabilizzarsi a un democratico fifty-fifty. Accompagnato dal fedele amico Enkidu, affronta imprese memorabili: la fiera resistenza contro il re di Kish, Agga, che vuole conquistare Uruk; la lotta contro il Toro Celeste, disceso dal cielo a devastare la Terra; la salita alla Foresta dei cedri e la lotta con l’orco Huwawa. Ciò che lo contraddistingue è l’impeto giovanile, lo slancio fisico: disprezza i consigli degli anziani e del più prudente Enkidu, agisce spinto da irrequietezza fisica, non da un codice morale ed etico preciso, nell’assoluta convinzione che la gloria valga molto più della vita. Ma la morte dell’amico Enkidu lo getta nella disperazione:

Levò la sua voce come leone,
come leonessa derubata dei suoi cuccioli:
«Quando morirò, non sarò dunque simile a Enkidu? Il dolore è entrato nel mio cuore,
temo la morte e vago per il deserto».

Il dolore per la morte della persona cara è la molla che spinge all’azione, è un motivo che attraversa i secoli: anche Peter Parker decide di diventare Spiderman in seguito alla tragica morte dell’amato zio Ben, ucciso da un rapinatore. Il supereroe babilonese è però ancora un egoista, non agisce per il bene degli altri, pensa solo alla propria salvaguardia: così si reca da Utanapishtim, l’uomo sopravvissuto al Diluvio universale, per ottenere il segreto dell’immortalità. Ma Gilgamesh è ancora un abbozzo di supereroe: non solo è egoista, ma è destinato a invecchiare e di conseguenza a morire. Ecco il tassello mancante. Non ha l’immortalità dei supereroi comme il faut che infatti non invecchiano mai. Al massimo può aspirare al ringiovanimento grazie a una pianta «simile a uno spino»: se le sue spine lo pungeranno avrà una nuova vita, cioè ringiovanirà. In un’epica immersione – Gilgamesh scende nelle profondità delle acque zavorrandosi con delle pietre – la pianta è colta, ma sulla via del ritorno un serpente gliela ruba.

Il primo supereroe della storia dunque morirà. (Salvo arrivare fino ai nostri giorni nei panni dell’investigatore privato Gil- bert Nash nel romanzo di Wilson Bob Tucker Signori del tempo, dove è una specie di viaggiatore del tempo che grazie a un metabolismo più lento sopravvive fino al XX secolo e saggiamente commenta parlando di se stesso: «Trovò quel che cercava. Ma era troppo tardi per salvarsi la vita»).

L’etnologo francese Jacques Soustelle ha paragonato il mito a un’eco. Dunque esso riecheggia di civiltà in civiltà, al contem- po simile e diverso, coeso e diviso. È il trionfo della différance di Jacques Derrida. Il sasso del mito gettato nel lago della storia genera cerchi concentrici che si propagano sempre uguali e sempre diversi, incessantemente.

È per questo che il passo da Gilgamesh a Ercole e agli eroi dell’antica Grecia è un passo breve e naturale. È lì, infatti, che si gioca il futuro del supereroe. «Noi vediamo con gli occhi dei greci e parliamo con le loro espressioni» ricorda uno dei maestri di Nietzsche a Basilea, il celebre storico Jacob Burckhardt.

E dunque quando vediamo un supereroe cosa vediamo in controluce?

Vediamo un eroe greco innanzitutto.
E come si presenta questo eroe greco?
Come se fosse esistito davvero e solo eccezionalmente avesse conseguito l’essenza di dio, suggerisce lo studioso ungherese Károly Kerényi. È la divinità decaduta nella storia, che nella storia inciampa e si confronta. Non c’è dunque la semplice forza fisica – per quanto smisurata –, c’è la capacità di essere, andare “oltre”, di cogliere, vedere, capire ciò che gli altri non colgono. Il supereroe sfonda sì la barriera dell’umano, ma se fosse una questione di semplice prestanza fisica, anche i selvaggi ciclopi andrebbero annoverati tra gli antecedenti della categoria.

Dunque questo eroe è storico o mitico?

Detto altrimenti: tra Alcibiade ed Ercole, tra Socrate e Achille chi scegliere?

Non ci sono dubbi: Ercole e Achille. Tra l’eroe storico e l’eroe mitico la preferenza cade sempre e comunque sul secondo. L’eroe storico, quello che Ralph Waldo Emerson chiama «uomo rappresentativo», non ci interessa, o meglio ci interessa come presupposto – e non sempre a dire il vero. In ogni caso, col mito si prendono due piccioni con una fava, perché come dice Roland Barthes «il mito trasforma la storia in natura». L’eroe storico non è mai un supereroe, e spesso non è neppure un modello di vita: Alcibiade, l’eroe ateniese della Guerra del Peloponneso, era un libertino arrogante e un voltagabbana; il Cid Campeador, l’eroe spagnolo dell’identità castigliana, era un sanguinario non meno di Vlad l’impalatore passato alla storia come Dracula; Wallenstein, il comandante dell’esercito del Sacro Romano Impero durante la Guerra dei Trent’anni, era un iracondo e psicotico, posseduto dal demonio secondo le dicerie dell’epoca; di Garibaldi il poeta Alfred Tennyson sotto- linea la «divina stupidità dell’eroe». Certo non tutti gli eroi storici sono di tal fatta – su ciò avrà molto da dire Thomas Carlyle –, spesso hanno una vita esemplare: Catone di Utica, Buddha, Socrate, Giovanna d’Arco, il Mahatma Gandhi… Come dice lo scrittore greco Plutarco (I secolo d.C.), autore delle celeberrime Vite parallele, e uno degli iniziatori del culto del- l’eroe storico: «la storia dei grandi uomini è come uno spec- chio che guardo per plasmare e regolare la mia vita alla luce delle virtù che in esso si rispecchiano».

Dice il filosofo romano Lucio Anneo Seneca:

Scegli per te un eroe morale la cui vita, parole e aspetto ti piacciano, poi immaginalo come tuo protettore e punto di riferimento etico. Tutti noi abbiamo bisogno di qualcuno il cui esempio possa plasmare i nostri caratteri.

[…]
Prendi un uomo di grande carattere e tienilo sempre a mente. Quin- di vivi come se ti stesse osservando e ordina tutte le tue azioni come se lui le vedesse.

Il problema è che l’eroe storico, come si è visto, è un modello a corrente alternata, mentre l’eroe mitico è sempre di grande bontà d’animo e cristallina integrità morale. Al famoso bivio dove si trovano due donne, Areté ed Eudaimonia, virtù e felicità, Ercole sceglie la virtù. Un eroe storico, poniamo un Alcibiade, avrebbe scelto la felicità.

Ma allora questo eroe mitico e virtuoso è mortale o immortale?

Qualcuno particolarmente malizioso come il filosofo ellenistico Evemero di Messene (IV secolo a.C.) si è posto la domanda canonica: è nato prima l’eroe o il dio? Secondo lui l’eroe, e quindi tutti gli dei non sarebbero altro che eroi divinizzati: è il cosiddetto evemerismo. È forse per questo che il filosofo di Agrigento Empedocle si gettò speranzoso nelle fauci dell’Etna… Ma anche di recente, nel 1989 all’uscita del primo Batman di Tim Burton, alcuni discendenti dei Maya si misero in marcia verso la California perché avevano riconosciuto nell’Uomo Pipistrello la quarta reincarnazione del loro dio, il Serpente piumato Quetzalcoatl.

La questione dell’immortalità dà vita a una specie di tacito patto con chi segue le gesta dell’eroe: non si parla quasi mai della sua morte (basti pensare ad Achille nell’Iliade e a Ulisse nell’Odissea), anche se di fatto è prevista, anzi è naturale. Giasone che ha conquistato il vello d’oro muore. Teseo che ha vinto il Minotauro muore. Edipo che ha sconfitto la Sfinge muore. Orfeo che ha sfidato gli Inferi muore. Solo Ercole è accolto tra gli dei dell’Olimpo. Ma è l’eccezione.

Ma queste non sono semplici storielle, hanno a che vedere con ciò che Aristotele chiama ἀθανατίζειν, il “diventare immortale”. Come dice Platone nel dialogo Teage: «Potrei augurarmi, credo, di diventare tiranno, come la maggior parte degli uomini, se non tutti. E ancora di più di diventare dio».

Diventare dio: ecco il nodo centrale della questione. Legittima aspirazione dunque, sennonché di solito frustrata.

Insomma tutti, o quasi tutti, i supereroi della tradizione classi- ca muoiono: la morte è una specie di completamento finale. Come disse l’intrepido pirata Francis Drake – un eroe storico, in carne e ossa – alla regina Elisabetta: «Signora, le ali del suc- cesso sono rivestite con le piume della morte». L’immortalità è data dalla memoria che essi tramandano, non è un fatto perso- nale di sopravvivenza fisica. Del resto l’immortalità di per sé non è garanzia di specchiate virtù: la crudele Medea, stermina- trice implacabile dei propri figli, è immortale.

Dunque questo antenato del supereroe ha tutte le carte in regola: è mitico, forte, bello e buono. Ma ha un conto in sospeso con l’immortalità.

Finché non compare Lui…

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