Focus Il primo graphic novel italiano? È datato 1870

Il primo graphic novel italiano? È datato 1870

Che uno dei primi fumettisti della Storia sia stato lo svizzero Rodolphe Töpffer, è un fatto ormai noto. Magari non proprio a tutti, bisogna ammetterlo, ma nei testi di storia del fumetto, bene o male, sempre da lui si parte. Restano invece ben poco conosciute le risposte a due altre domande. Chi furono i primi fumettisti italiani? Quale fu il primo graphic novel realizzato da uno di loro? Riguardo alla prima, cercheremo di fornire qualche informazione, di puntata in puntata, con questa column dedicata al ripercorrere le tracce dei primi autori di fumetto nella Storia del nostro paese (e non solo). Alla seconda, invece, prova a rispondere questo post. Con una (ri)scoperta: Pasquino all’Istmo di Suez, opera di Casimiro Teja del 1870. Ma andiamo per gradi.

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La copertina di “Pasquino all’Istmo di Suez”, di Casimiro Teja.

 

Teja, padre (ottocentesco) del fumetto italiano

Il piemontese Casimiro Teja è ricordato come la figura di maggior rilievo nel panorama della caricatura italiana dell’Ottocento. Lo conferma anche la mostra “Casimiro Teja, sulla vetta dell’umorismo” che pochi mesi fa, a Torino, ne ha ripercorso i tratti salienti della carriera, tutta svoltasi nel capoluogo sabaudo, dove l’artista nacque nel 1830 e si spense quasi alla fine del secolo. Un autore politicamente niente affatto rivoluzionario, anzi: un borghese moderato, monarchico devoto a Vittorio Emanuele, ben inserito nella società di quegli anni, la cui matita litografica era volta più a scalfire che a ferire. Un atteggiamento che per lungo tempo ne ha appannato la memoria, valendogli anche la reprimenda del nostro più importante storico della satira disegnata, Enrico Gianeri (GEC).

A un orientamento politico diremmo oggi conservatore, fa da contraltare una profonda sensibilità creativa. Teja fu un autore particolarmente attento alle tendenze grafiche europee, e negli anni Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento questa sua competenza gli permise di ricoprire un ruolo chiave, come intermediario culturale per il pubblico piemontese (e in seguito italiano) con quanto veniva pubblicato all’estero, soprattutto oltralpe. Per comprendere la familiarità con la caricatura e il fumetto francese dell’epoca, va ricordata, naturalmente, la situazione del Regno di Sardegna nel “decennio di preparazione”, durante il quale i periodici stranieri avevano libera circolazione e il francese era la lingua parlata dalle élite sociali. Nel Piemonte “francofono” di quel periodo, Teja dunque si afferma come un autore dal gusto e dallo stile in perfetta sintonia coi tempi, e la sua popolarità è confermata dopo l’Unità d’Italia dalla presenza in numerosi fogli caricaturali, riviste e, infine, dall’antologia di sue vignette pubblicata nel 1900. Un piccolo evento editoriale: la prima antologia, in Italia, dedicata a un singolo caricaturista.

Teja è anche l’autore che fin dagli anni Cinquanta, inizialmente sui torinesi Pasquino e Il Fischietto, e sugli almanacchi annuali di questi periodici, adotta con maggior costanza soluzioni analoghe a quelle utilizzate da fumettisti e caricaturisti stranieri come Töpffer, Cham e altri. Se molte di queste prove ricadono nella formula, consueta in quegli anni, delle “riviste” (tavole che coprono un periodo o un tema, assemblando insieme più fatti in una continuità piuttosto debole), l’artista crea spesso narrazioni che si sviluppano su più pagine, e talvolta su più numeri di uno stesso periodico. Fra queste, “Le nuove miserie di Monsù Travet”, ispirato alla commedia Le miserie ‘d Monsù Travet di Vittorio Bersezio, e apparso nel 1870 sul Pasquino.

Il primo graphic novel (e graphic journalist) italiano

È in quello stesso periodo che l’artista realizza il più importante graphic album italiano ottocentesco, Pasquino all’Istmo di Suez. Pensato come strenna da distribuire gratuitamente agli abbonati del Pasquino per il 1870, ma posto comunque anche in vendita, l’album di Teja narra le (dis)avventure del caricaturista stesso, inviato come giornalista all’inaugurazione del Canale che iniziava a collegare il Mediterraneo al Mar Rosso. Se volessimo descrivere la situazione in termini contemporanei, con quel volume Teja è il primo autore italiano a creare un libro di graphic journalism.

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L’albo si compone di un frontespizio con il titolo, due pagine ironiche di “nozioni” sull’Egitto a mo’ di prefazione, e 13 vignette litografiche singole per foglio, seguite da una di pubblicità per lo stesso Pasquino. Lo sviluppo ricorda un tipico carnet de voyage. Le prime pagine sono dedicate a un ringraziamento, in toni umoristici, del kedivè egiziano: per il suo generoso invito al quale, naturalmente, un ampio numero d’invitati sta facendo onore, soprattutto per quel che riguarda i buffet offerti… Dopo una carrellata sugli ospiti italiani (Peruzzi, Bonghi, Torelli, Cesana…), la maggior parte del volume è occupata da una serie di appunti sparsi sulle attività tipiche del turista, condite da notazioni folkloristiche spicciole e contraddistinte, come da attendersi, da un tono decisamente satirico. Per fare un altro paragone coi nostri giorni, pare di vedere all’opera un antenato dei paradossali travelogue di Guy Delisle. Infine, la chiusa vede lo stesso disegnatore chiedere scusa per i ritardi: le strenne erano pensate per uscire verso la fine dell’anno, per fornire un incentivo ai nuovi abbonati, mentre questa si era fatta attendere alcuni mesi.

Si badi bene a un dettaglio. Con questo articolo non vogliamo affermare che Pasquino all’Istmo di Suez sia il primo esemplare di “album grafico” pubblicato in Italia. Fra gli altri, per la somiglianza del formato, vale almeno la pena di ricordare “Vita di Buontempone”, uscita (pare) per l’editore catanese Perrotta nel decennio precedente, ma in realtà di origine francese. Anche nell’impianto narrativo, la storia ha sì una struttura più coesa delle classiche pagine di “riviste” ma, aldilà della sua gradualità, non inventa certo la “sequenzialità”, che faceva già parte del bagaglio di tecniche condivise dai disegnatori satirici a cavallo fra i Sessanta e i Settanta del XIX secolo.

Quello che contraddistingue Suez, però, sono due aspetti importanti. Il primo è che si tratta di un’opera di autore italiano, e non una traduzione – più o meno riscritta e ritoccata – di materiale straniero. Il secondo è il modo nel quale l’album fu veicolato: come strenna singola, legata a un rilevante fatto di cronaca. Una logica da editoria moderna, rapida e reattiva all’attualità, che ne ha probabilmente garantito una visibilità assai maggiore rispetto ai tentativi precedenti.

Naturalmente, anche il talento grafico di Teja, e la sua indiscutibile scioltezza ed eleganza, hanno fatto la loro parte nell’assicurare al volume una vitalità ancora oggi evidente, fondata su uno stile brioso e sicuro, che mostra tutta la maturità del maggior caricaturista dell’Ottocento italiano. Ma se Teja sarà un modello e un riferimento artistico per tanti autori che seguiranno, fino agli inizi del XX secolo, il ricordo di questo suo graphic album è stato a lungo avvolto dalle ‘nebbie’ di una vicenda storica parallela alla nostra, la caricatura. Un ambito che con il fumetto, soprattutto nel XIX secolo, ha condiviso molte esperienze, autori e linguaggi. E sul quale ritorneremo.

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Pasquino all’Istmo di Suez, di Casimiro Teja (quarta di copertina)

Leggi anche: La prescolastica poco scolastica di Antonio Rubino

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