L’Arte della Felicità, e il suo successo. Intervista ad Alessandro Rak

Nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America è messo per iscritto, nero su bianco: «[…] tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità». Prima ancora dei padri fondatori americani, a parlare di diritto alla felicità era stato Gaetano Filangieri, filosofo napoletano. E sempre a Napoli, ultimamente, è nato l’ennesimo progetto ispirato a questo tema. Solo, questa volta non si parla di diritto, ma di arte. Arte di essere felici, arte – letteralmente – della felicità. Come se ci fosse una ricetta nascosta, da qualche parte.

954765_346829868784192_814927007_n

Il progetto in questione è un film di animazione. Che non ha molto in comune con la tradizione recente, piuttosto semplicista – e poco ‘felice’ – del cinema di animazione italiano. Si tratta dell’opera prima di Alessandro Rak e del suo studio, che si sono impegnati – su stretta direttiva del produttore Luciano Stella – a confezionare un lungometraggio che parlasse all’anima degli spettatori: serio, preciso e puntuale. Lo stile di disegno è realistico, e la combinazione tra animazione 2D e 3D costituisce la nervatura principale dell’opera. Come tiene a specificare lo stesso Alessandro Rak «un esperimento, che poteva fallire come riuscire». Fortunatamente per noi, pare piuttosto riuscito: un piccolo successo di critica e di pubblico.

I segni principali si sono visti a Venezia, al Festival del Cinema, durante la Settimana Internazionale della Critica; ma anche a Lione, dove quest’anno si è svolta la nuova edizione dell’evento Cartoon Movie. E dove proprio Alessandro Rak è stato nominato all’ambito titolo di Director of the Year. «Il film è arrivato tardi, quindi non ci aspettavamo certo di vincere». Eppure L’Arte della Felicità ha fatto colpo anche qui, in Francia. Un film di questa portata, con questi temi, ha una vita decisamente più facile oltralpe che in Italia, dove pure – non va dimenticato – ha ottenuto diverse recensioni positive. A cominciare da Roberto Saviano, che sulle pagine di Repubblica ha definito Rak, in maniera forse fin troppo roboante, “il Miyazaki italiano”.

«A queste cose non ci penso – ha confessato il regista – Io faccio quello che mi piace e non sto a pensare a cosa viene dopo, come la distribuzione o la vendita. Nell’organizzazione del lavoro sono molto sistematico, ma non nella sua elaborazione. Faccio quello che mi piace», ha ripetuto ancora una volta. Ed è innegabile che Rak ami quello che fa: si capisce dalle piccole cose, dall’attenzione che ha per i particolari. Mentre discutevamo qualche momento nella saletta d’ingresso dello studio del suo team, non smetteva do (pre)occuparsi chiedendo ai collaboratori: «Riusciamo a chiudere le scene per oggi?»

Minimal e dal colore bianco come il latte, lo studio de L’Arte della Felicità è ancora nuovo, circondato da sagome cartonate di alcune opere della Dreamworks, e farcito di computer. Perché è con questo, naturalmente, che Rak e la sua squadra lavorano. Nonostante i modelli vengano anche da lontano: «Adoro il lavoro di Pratt e di Moebius, ma è difficile dire che mi ispiri a qualcuno. Quando lavoro, non ci penso a queste cose. Lavoro e basta».

Quanto basta prima che arrivi il suo «Mi dispiace non darvi quello che vi serve; è che non sono così bravo in queste cose…». Il che, in un certo senso, conferma l’approccio artigiano e appassionato di un disegnatore-regista attento e innamorato del proprio lavoro. Sorride, poi, quando gli ricordiamo dei giornalisti che hanno paragonato il suo successo a quello di Paolo Sorrentino e del suo Oscar. E ci racconta dei suoi prossimi progetti: «Al momento sto lavorando su diverse cose. Sapete… per tenere a galla lo studio. Però tra i progetti futuri, quelli importanti, c’è un lungometraggio intitolato Cinderella The Cat, diretto da Ivan Cappiello, ed una serie tv tratta dalla graphic novel A Skeleton Story (un trailer di qualche anno fa è visibile qua; NdR). Che un giorno mi piacerebbe far diventare anche un film».

Idee e progetti propri, non “in prestito” da bestseller, grandi classici o properties commercialmente consolidate. Alessandro Rak e i ragazzi che lavorano con lui, in fondo, coltivano una rinfrescante e autentica voglia di creare. Un desiderio che ha già messo a segno, grazie alla dedizione collettiva, un buon colpo. E che sembra proseguire sereno, in attesa di assestare il prossimo. Magari tratto da un (proprio) fumetto.