Jacques Tardi racconta suo padre, e la guerra

di Goffredo Fofi

Io René Tardi prigioniero di guerra allo Stalag II B (Coconino Press) di Jacques Tardi è importante nella storia del graphic novel quanto Maus di Art Spiegelman, di cui Tardi rielabora il modello mettendosi in scena non come intervistatore del padre tanti anni dopo i fatti evocati ma dialogando immagine per immagine con lui, un ragazzino curioso che ha più di dieci anni, come in un viaggio nel passato fatto per sapere e per capire. E certamente anche per riconciliarsi con una figura paterna difficile, resa aggressiva dalle esperienze subite, dai 56 mesi di prigionia passati in un lager tedesco.

Il ragazzino in calzoni corti che segue il padre in un viaggio nel passato, sempre in scenari di lager o, se all’aperto, in scenari da dopo-battaglia, e l’adulto che oggi ne disegna le fatiche e disegna il padre e se stesso bambino, ha preso dal padre il disgusto per una borghesia ipocrita e criminale (tempo fa Tardi rifiutò la legion d’onore…), quella che ha portato nel ’39 alla drole de guerre, alla “buffa” guerra (si legga, se lo si ritrova, il libro che ai mesi della disfatta dedicò Paul Nizan; si legga la Suite francese di Irène Némirovsky). “La Francia, troppo sicura di sé, in realtà non era pronta. Dal 3 settembre del ’39 al 10 maggio del ’40 non succede niente”, dice il padre. “Ma noi non ne approfittiamo per organizzarci. Finché, alla data scelta da loro, il 10 maggio c’è l’offensiva e il 13 i crucchi entrano in casa nostra come nel burro. Il 22 giugno c’è l’armistizio, Parigi occupata, Adolfo al Trocadéro. Gli inglesi saranno gli unici a continuare la guerra. Quanto al governo francese si darà allegramente al collaborazionismo con i tedeschi”.

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Se la guerra del ’14-’18 era stata presentata dal potere come l’ultima delle ultime (la der des ders, cioè la dernière des dernières) questa, ancora più micidiale della precedente, consegnerà la Francia a cinque anni di occupazione e a un governo (quello di Pétain insediato nel sud) oscenamente servile. I tedeschi “avevano all’improvviso a disposizione migliaia di schiavi per armare e nutrire il ‘Grande Reich’.” Un milione e 800 mila soldati vennero fatti prigionieri di guerra, “un milione e 600 mila di loro vennero spediti in Germania. Un sacco di gente da sfamare, ma schiavi a gogò”.

Basandosi sui quaderni di ricordi scritti dal padre, Tardi – che ha sposato la figlia di un altro prigioniero di guerra incontrato dal padre nei primi tempi delle sue traversie, ed è lei, Dominique, a scrivere una introduzione al volume che affianca quella di Tardi: due figli, due padri – ricostruisce con minuziosa precisione la vita dei lager, le sopraffazioni e le violenze, la resistenza quotidiana dei più e i cedimenti di alcuni, gli inutili tentativi di fuga, la fame e la merda, i pidocchi e le piattole, gli spettacolini in travesti, l’organizzazione della vita quotidiana da parte dei prigionieri nei limiti del possibile, la pasta di cui sono fatti gli uomini, i privilegi di chi si lascia corrompere… Il “piccolo” Tardi impara le parole che la storia ha dimenticato (borsanera, quinta colonna eccetera) e scopre che la guerra “è meno bella che al cinema”, scopre soprattutto il padre e le ragioni della sua amarezza, quelle di uno che dice: “quando sento la Marsigliese mi viene da vomitare”… Poi rapidamente le cose cambiano, arrivano prigionieri russi, italiani, inglesi, americani, comincia l’evacuazione. Dopo la sconfitta tedesca, ci sarà la fatica nuova del ritorno, un tempo lungo e travagliato che Tardi narrerà in un secondo volume.

Alla pari con il recente novel di Gipi che mette a confronto l’oggi dell’autore con lo ieri vissuto dal nonno nella Grande Guerra, alla pari di Spiegelman che parla del padre in modi non meno forti e non meno necessari, Tardi parla anche di sé. Il suo inconfondibile segno, il bianco e nero e grigio pieni e definiti, rotti soltanto in non più di quattro o cinque immagini dal rosso del cielo (nella prima tavola) e delle bandiere naziste ma anche francesi, la densità dei volumi, la precisa misura degli sfondi, la perizia scenografica delle inquadrature, il nervoso movimento delle scene d’azione, la gravità dei corpi, la ricchezza delle mimiche, trovano in questo grande albo una sorta di nuova unità, una dimensione che ha qualcosa di più accorato e sofferto, una partecipazione emotiva e affettiva che ha avuto, mi pare, il suo avvio con le illustrazioni fatte per i grandi romanzi di Céline. Dopo le avventure di Adèle Blanc-Sec e di Nestor Burma, dopo i misteri di Parigi al seguito di Nestor Burma e di Léo Malet – Tardi ci ha fatto dono di un altro grande lavoro, forse il suo più sofferto, certamente il più personale.

*Questo articolo è stato pubblicato su “Lo Straniero” n.166.