Servire ancora caldo. Chef Rubio: Food Fighter

Un aspetto che ho sempre invidiato al mondo televisivo statunitense è la capacità di produrre personaggi tanto caratteristici da poter essere infilati – senza il rischio di sconfinare nella pagliacciata – come guest star nei Simpsons. Potrebbe sembrare una banalità, ma non lo è: occorre un grande equilibrio, per rimanere sospesi tra piacevole sorpresa e fastidiosa ospitata.

Pensateci bene, quale rappresentante dell’intrattenimento italico vedreste in una serie a cartoni animati? Praticamente nessuno. Personalmente ricordo solo il Mollica nazionale sulle pagine di Topolino. Per il resto, la vasta mancanza di carisma e personalità hanno sempre creato il deserto in questo campo. Anche perché tutto il palinsesto nazionale è già occupato da macchiette che non hanno neppure bisogno della bidimensionalità per ricordarci la loro natura.

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In questa valle di lacrime Chef Rubio è un’eccezione. In un momento storico in cui cucinare e fotografare i propri piatti è ormai questione di vita o di morte, l’hobby nazionale è diventato concedersi la cena in un ristorante stellato, e piacenti cuochi paiono assurti ormai a ruoli da guide spirituali, il Nostro si è sempre presentato come variazione ruspante – ma non cafona – sul tema. Orgogliosamente terraterra, eppure mai ignorante. Per quanto mi riguarda, trovo più cultura nel suo Unto & Bisunto che in qualsiasi altro programma culinario in onda sulle nostre reti. C’è la strada, il gusto popolare, un senso dell’intrattenimento moderno e la voglia di porsi come autentica rottura. Tanto basta per elevarsi a vette stratosferiche rispetto alla concorrenza. Tutto alla faccia di Eataly, del finto vintage, del kilometro zero radical chic, del turismo enogastronomico e di tutta una serie di trovate che stanno allontanando un sacco di gente – più o meno tutti quelli che non hanno tempo/denaro/voglia da spendere in cose da cui tutti, fino a qualche anno fa, fuggivano – dall’amore per la cucina.

Per una volta abbiamo quindi un personaggio che è calibrato al millimetro per essere la cosa giusta al momento giusto. E infatti, su un certo target la presa è stata immediata. Conosco gente refrattaria a tutta questa pornografia gastronomica che non si è persa una puntata delle sue trasmissioni. Per tornare al primo paragrafo: se solo esistesse una serie animata per adulti prodotta in Italia, Chef Rubio come guest star ci starebbe benissimo. Per la sua innata dote di essere popular senza sconfinare nel kitsch, nella ruffianeria o nella maschera da commedia dialettale.

Capirete quindi il mio piacere nello scoprire, a suo tempo, l’annuncio di questo Chef Rubio: Food Fighter. Rarissimo esempio di fumetto italiano capace di stare sul pezzo senza vergognarsi di farlo. Perché, se da un sacco di altre parti del mondo sfruttare certi andamenti culturali per mettere sul mercato prodotti con la speranza di vendere il più possibile – e magari prendere l’occasione per raccontare altro – è una prassi, qui da noi no. Bisogna sempre arrivare dopo. Questo per dire che, anche se questo strano esperimento fosse pessimo, meriterebbe comunque un plauso. Per essere stato in grado di incanalarsi in maniera degna nella mania del momento, per essere riuscito a riconoscere al volo l’esemplare più rappresentativo – eppure più anticonformista – di questa moda e per averci costruito attorno un prodotto capace, per lo meno, di far sorridere anche chi di fumetti non ne sfoglia uno da anni. Il tutto ribaltando ogni preconcetto che potreste avere al riguardo.

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Chef Rubio: Food Fighter non è certo un fumetto privo di difetti, ma ha il grandissimo pregio di perculare con la grazia di un treno merci un sacco di didascalismi ormai insopportabili: la multinazionale cattivissima, il gusto massificato, le piccole realtà contro l’evoluzione a ogni costo. Tutte cose verissime, ma che ormai risultano tanto abusate da raggiungere in scioltezza il grado di isteria collettiva. Perdendo ogni valenza di verità. Coraggiosa quindi la scelta di andare contro tutti e tutto, mettendo il dr Mengele (anche se in questo caso si parla di un Frankenstein di Morriseyana memoria) a capo delle cucina della catena a diffusione planetaria e dando nomi truci a ogni bettola nazional-popolare. Sono tutti luoghi comuni che meritano di essere demoliti. Se un sacco di gente va da Starbucks non è per via di additivi aggiunti di soppiatto, ma perché effettivamente ha voglia di spendere fior di soldi per brodaglie imbevibili. Alla stessa maniera non è che se un ristorante ha l’aria casereccia e si trova in provincia allora deve essere per forza di cose una gemma da provare a tutti i costi. Eppure il costante flusso di informazioni gastronomiche ci sta levando ogni traccia di lucidità, convincendoci sempre più di vivere dentro una puntata di Linea Verde. Altro punto a favore di Chef Rubio: Food Fighter quindi, prodotto istantaneo capace di porsi come acuta osservazione sulla nostra società.

Peccato che il volume non funzioni in diversi altri punti: banalizzazioni abbastanza fastidiose (tra tutti gli edifici moderni da copiare per la sede della multinazionale se ne poteva scegliere uno più sconosciuto, magari, rispetto alla city hall di Londra), alcuni personaggi abbastanza gratuiti e l’umorismo non sempre centrato. Tanto per dare un’idea, direi che l’ottimo Long Wei rappresenta tutta un’altra levatura nel lavoro di Cajelli. Non ho idea se questo dipenda dal pubblico a cui è stato indirizzato il volume (penso ascrivibile alla categoria “chiunque”) o da altri fattori, fatto sta che spesso si prova un certo retrogusto amaro a pensare a cosa potesse consegnarci una squadra di autori così capaci alle prese con un’idea così ficcante e centrata. Poco male, un sacco di elementi buoni ci sono. La lettura è, tutto sommato, piacevole e mai noiosa. Quel che manca è giusto il guizzo in grado di renderlo un brillante esercizio gioiello pop, e la scioltezza tipica di chi è sicuro che chi leggerà il volume lo capirà.