Marcello Jori: “Dove ho messo i lacci delle scarpe?”. La prefazione a Lover

Uscito diviso in puntate su “Alter” nei primi ’80, Lover di Marcello Jori è stato recentemente pubblicato in un unico volume da Coconino Press, all’interno della collana dedicata al gruppo Valvoline. Del gruppo di Igort, Mattotti, Carpinteri, Brolli, Kramsky e dello stesso Jori si è tornati a parlare recentemente soprattuto grazie a una mostra organizzata in occasione dei 30 anni (più uno) della nascita di Valvoline, presso la Fondazione del Monte di Bologna: un’occasione per ricordare una delle più importanti rivoluzione stilistiche del fumetto contemporaneo italiano e non solo. Su Fumettologica, proseguiamo la celebrazione della scossa valvolinica pubblicando la versione integrale della prefazione a Lover firmata da Jori.

Lover cover bassa

Ci vuole tempo per mettere a fuoco la storia. Oggi sappiamo che essere giovani agli inizi degli anni Quaranta era orribile, che invece essere adulti negli anni Sessanta era magnifico. Allo stesso modo possiamo dire che essere ventenni a Bologna quando è nato il gruppo Valvoline era una fortuna. Era meglio che stare a Milano, quasi come stare a New York. Era come stare nel mondo intero, nel tempo intero. A casa mia, dal ’77 in poi, circolava grande arte. Ancora lattante qual ero, avevo avuto un incontro ravvicinato con Mario Merz, genio portante dell’Arte povera, che aveva lasciato una tacca nella mia formazione di artista. Poi Giulio Paolini, il concettuale dal pensiero più elegante che avessero l’Italia e l’Europa… Era cominciata una bellissima amicizia con Luigi Ontani e un rapporto fraterno con Hermann Nitsch, il vampiro dell’arte austriaca.

Grazie a Francesca Alinovi ero stato sbalzato a New York dove mi ero ritrovato in mezzo al meglio dei graffitisti, Keith Haring e Kenny Sharf. Sempre portata da Francesca, era passata una scatenata e fanatica rockettara di nome Patty Smith per fare un concertino in una specie di arena parrocchiale o cinema all’aperto, non ricordo… E una violinista parlante straordinaria di nome Laurie Anderson. A Ginevra, da Adelina von Fürstenberg, mi ero ritrovato a esporre in una mostra davvero speciale, con al piano sopra, come un dio protettore, Andy Warhol; in pieno vernissage era disceso per stringere le mani a noi cinque giovani promesse, con sguardo di alieno. E poi l’impatto con Schifano, che per un mese si era sistemato nel mio studio distruggendolo di schizzi e colori. Io guardavo e imparavo e mi nutrivo. Questo mi succedeva agli albori degli anni Ottanta ed è in quel contesto che per destino mi sono trovato a cadere dentro il fumetto. Il primo impatto è stato con Pazienza, poi con i Valvolini. Una specie di tamponamento a catena. È in quello stato di eccitazione che ho concepito Lover, negli anni Ottanta.

Questo libro però non si può chiudere in una gabbia di dieci anni. Dentro ci sono gli anni Trenta, gli anni Quaranta, Cinquanta Sessanta Ottanta Duemila Tremila. È un libro sull’eternità, l’eternità dell’amore, l’eternità del mostro, l’eternità dell’immaginazione, l’eternità della sperimentazione. È un libro pretenzioso e antipatico, che mette a dura prova l’attenzione del lettore. Non è facile arrivare in fondo vittoriosi. Il mio scopo era stupirmi di quello che mi accadeva sotto le matite. Tutto doveva essere rigorosamente logico affinché potessi perdermi in ciò che non capivo. Perché scrivevo quelle cose? Perché inventavo quelle trame e quei personaggi così odiosi, quando io ero un affettuoso passionale? Perché su “Linus” disegnavo un orribile Feto che dormiva nelle pance delle donne dopo averle uccise e, per Valvoline, su “Alter”, un mostro dell’amore – Marko Caro, protagonista di Lover – che usava le donne e i loro orgasmi per puro tornaconto personale? Per quale motivo su “Frigidaire” creavo la storia di un generale inventore di un fucile a due colpi, capace di uccidere il corpo e anche l’anima? Perché, anche se ancora non lo sapevo, intuivo che gli anni Ottanta non erano quella scatola di meraviglie che appariva agli ingenui giocatori d’arte. Sentivo che erano pericolosi, che l’amore era pericoloso, l’appetito di vita, di bellezza e di arte erano pericolosi e infatti sono stati in molti, i caduti lungo la strada dell’entusiasmo.

Io non mi identificavo con il realismo e allora perché ho sposato uno stile così estraneo, quasi socialista? La risposta è semplice: dovevo fare ciò che non si doveva! Per non privarmi di quello che non mi assomigliava e che oggi mi assomiglia. Per dire che Valvoline non era un movimento che si identificava con uno stile cubista o futurista, che alcuni di noi frequentavano, ma un atteggiamento mentale fuori dal tempo e dagli stili del momento. Un gruppo di artisti che vagavano tra il fumetto, il design, l’architettura, la pittura.

Un gruppo di amici che raccoglievano dovunque nell’arte per arrivare al presente e un giorno, oggi, arrivare finalmente “al presente”!

La mia storia cominciava fra i contadini nazisti poiché quello mi sembrava l’habitat ideale per lo sviluppo di un mostro. Ma questo non era il solo motivo. Ce n’era un altro, segreto, che non ho mai voluto confidare a nessuno: sono nato a Merano, in un albergo asburgico dove, ai tempi di mia nonna, avevano dormito numerosi ufficiali nazisti in fuga.
Uno di questi, prelevato all’alba per essere fucilato, aveva lasciato sotto il letto la sua pistola Luger e un pacco pieno di scatole. Contenevano centinaia di oscure diapositive. Sinistre. Mia nonna le aveva trovate, fasciate, riposte in una cassa di legno e sepolte nel giardino. Ero ormai un adolescente molto curioso quando le fece dissotterrare davanti al mio naso. La Luger venne consegnata alle forze dell’ordine, le diapositive finirono nelle mie mani. Non ci voleva un esperto per capire che quell’ufficiale nazi era una spia. Tutto materiale scottante: foto di cartine geografiche con tanto di rifugi segreti, basi di U-Boot seminate per gli oceani, ritratti di ricchi ebrei americani con tanto di nomi, cognomi, indirizzi e professioni, neri eleganti e neri impiccati che pendevano dai lampioni delle strade statunitensi. E poi contadini, tanti contadini nazisti felici e belli nel pieno della loro giovinezza. Conservai il tutto gelosamente per anni fino a quando decisi di usarlo come terreno fertile per coltivarci un mostro: Marko Caro. Un regalo da condividere con i miei ignari amici di Valvoline. Poi è accaduto che il personaggio, cresciuto fra i demoni tedeschi, ha voluto andarsene in America, quella del sogno americano, e insieme ci siamo voluti sporcare del carbone delle miniere, del grasso delle fabbriche di armi e del denaro, della fatica degli operai russi, per finire e concludere dove abitano gli alieni.

Io non sapevo cosa stavo facendo quando lavoravo per Valvoline. Adesso lo so.

Ho cominciato a fare fumetti perché un giorno, mentre ventenne camminavo distratto per una fiera del libro, ho incontrato un folletto di nome Oreste del Buono, talmente attraente che non potevo rinunciare a inventare giochi per lui. Io sapevo poco del fumetto, non ne avevo mai fatti, eppure in stato di trance avevo mentito, gli avevo detto che i miei cassetti traboccavano di fantastici fumetti. E anche lui ha mentito, mi ha detto che gli interessavano molto: portameli subito a Milano, aveva detto… Così sono corso subito a casa e nei mesi successivi, tra un sonno e una veglia, ne ho sfornati abbastanza, di fumetti. Storie di un personaggio astratto, dalla testa ovale, che con il fumetto c’entrava poco. Andai a Milano ma Oreste, bugiardo, si nascose sotto qualche scrivania, così lasciai i disegni alle sue sacerdotesse senza dare né il mio nome né il mio indirizzo. Sei mesi dopo su “Linus” usciva Minus, pubblicato a mia insaputa. Oreste lo aveva battezzato di sua iniziativa, non sapendo né come mi chiamavo né dove trovarmi…

Poco dopo ho conosciuto Pazienza e ho scoperto che nel fumetto si nascondevano artisti tridimensionali. Nel fumetto, in quel momento, si era sprigionata la stessa energia che trovavo nel circo dell’arte internazionale, qualche volta anche di più. “Frigidaire” mi aveva emozionato. E poi anche Carpinteri, e Igort, lui con la sua complicata Sardegna e io con il mio lucente Tirolo, anche loro mi emozionavano. Perfino quel burbero geniale di Mattotti mi attirava, o quell’antipatico del mio futuro amico Brolli, così diverso da me, così insofferente quando io sprigionavo insostenibili raggi di entusiasmo e lui di fastidio.

Con Andrea era sempre festival dell’entusiasmo. Quando stavamo insieme, e accadeva sempre più spesso, ci eccitavamo talmente che cominciavamo una danza su noi stessi insopportabile per chiunque ci stesse accanto. Ancora stiamo danzando sui nostri pianeti.

Quello che tutti noi facevamo allora è come se fosse fatto adesso. Ho provato a leggere questo libro poco fa e non mi vergogno di averlo dato alle stampe, anzi, ne sono quasi orgoglioso, anzi, lo sono, anzi mi piace e mi serve adesso per capire che cosa farò!