Al Feldstein: 40 anni di orrore e pazzie

Il 29 aprile è venuto a mancare Al Feldstein, noto soprattutto per la sua lunga collaborazione, sia come autore che come editor, con Mad magazine. Per ritornare sulla sua carriera, pubblichiamo una intervista di alcuni anni fa, condotta da Chip Selby il 27 agosto del 2000 e apparsa originariamente sula rivista autoprodotta “The Artist” n.6 (2006).

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Al Feldstein mostra una copia del numero di ‘Mad’ dell’aprile del 1974, la cui copertina all’epoca suscitò scalpore.

Iniziamo dall’inizio. Quando hai incontrato per la prima volta Bill Gaines?

Stavo facendo fumetti per adolescenti per l’editore Victor Fox. A un certo punto ho sentito che Victor era nei guai con i suoi soci e mi hanno anche detto di stare molto attento che mi pagasse per tutti gli albi che consegnavo. Si trattava di albi che scrivevo e disegnavo interamente. In quei tempi, mentre Bill andava ancora al collage, suo padre morì in un incidente in barca. A Bill non importava niente dei fumetti e della EC Comics, la casa editrice del padre: voleva il diploma e voleva diventare un insegnante di chimica.

Un socio di suo padre, che continuava a gestire la casa editrice mentre Bill si dedicava agli studi, mi fece sapere che, se ero disponibile, avrebbero voluto che facessi un albo per adolescenti per loro. Così mi presentai da Bill Gaines e gli feci vedere le cose che facevo. E gli piacquero molto, soprattutto le ragazze che disegnavo. Allora mi fece un contratto e mi concesse una cosa che ai tempi era impensabile: una percentuale dei profitti dell’albo.

Andai a casa e, mentre lavoravo al fumetto, Bill mi chiamò e mi disse che il mercato degli albi per adolescenti stava sgretolandosi. Mi fece osservare che avevamo un contratto per almeno tre numeri e mi disse che, con quei tre albi, avrebbe perso quattrini. Gli risposi che poteva strappare il contratto se voleva, che stavo cercando un posto in cui lavorare e che mi sembrava che loro fossero persone a posto che mi potevano offrire altre opportunità.

Ci demmo la mano e fu così che divenni un dipendente di Bill Gaines.

Io e Bill diventammo amici in fretta e allora iniziai a parlargli francamente. Gli dissi che in un mercato in cui tutti si improvvisavano editori era inutile mettersi a imitare i fumetti degli altri. Uno fa un albo di successo per adolescenti e tutti gli altri iniziano a imitarlo. Questo fino a quando il mercato non si satura e collassa. Gli dissi: “Perché non ci inventiamo un nuovo modo di fare fumetti, così saranno gli altri a doverci imitare”.

Siccome a entrambi piacevano le trasmissioni radiofoniche dell’orrore, come “The Witches Tale”, “Lights Out” e “Inner Sanctum”, gli dissi: “E se facessimo dei fumetti dell’orrore? Cerchiamo di terrorizzare i ragazzi che ci leggono!”

Bill non era troppo d’accordo, ma disse che andava bene. Provammo con un paio di storie.

In quei tempi la distribuzione era molto diversa da oggi. C’erano dei tizi chiamati “road men” che giravano per i negozi, parlavano con i proprietari e contavano gli albi rimasti sugli espositori per sapere come andavano i fumetti. Ogni dieci giorni c’era un momento informale in cui potevi avere un’idea di quanto vendessero i tuoi albi. Osservando i dati portati dai road men, capimmo che le nostre storie dell’orrore, stava andando bene. Bill decise che quella era la strada da intraprendere. Così “Crime Patrol” divenne prima “The Crypt of Terror” e poi “ Tales from the Crypt” e “War against Crime” cambiò titolo in “Vault of Horror”.

E’ così che io e Bill abbiamo cominciato.

Bill Gaines e Al Feldstein, nel 1950
Bill Gaines e Al Feldstein, nel 1950

Tutte le critiche ai fumetti dell’orrore si concentrano sul gore. Ma quelle storie hanno anche un codice morale. Non è così?

Quella componente delle storie dell’orrore, a ben vedere, viene completamente ignorata. Estes Kefauver per esempio utilizzava le indagini del Senato (nel ’51 sul crimine organizzato in America, nel ’55 sulla delinquenza giovanile, e così via) come enormi occasioni pubblicitarie per tentare di conquistare il vertice del Partito Democratico. Voleva solo diventare Presidente.

Alla ricerca di occasioni pubblicitarie largamente visibili, si trovò accanto questo “esperto” di fumetti un po’ naif che si chiamava Fredric Wertham. Wertham era uno psichiatra assolutamente convinto di aver trovato la causa delle patologie di tutti i ragazzi difficili che aveva avuto in cura: tutti avevano letto fumetti. Ridicolo!

E così siamo finiti nei guai. Ci criticavano per tutti i casini che succedevano negli anni Cinquanta, perché i ragazzi si ribellavano contro un futuro che sembrava loro terribile. Eravamo nel bel mezzo della Guerra Fredda. Erano i tempi in cui le potenze si guardavano dicendosi: “Bene. Io ho 7.300 bombe atomiche e tu ne hai 5.000. Ci cancelleremo dalla faccia della terra all’unisono”.

E i ragazzi giocavano alla bomba atomica e si buttavano sotto i banchi. Non riesco neanche a immaginarmi la possibilità di aver avuto tutta quella paura da ragazzino. Mi ricordo che, quando ero bambino, giocavamo a indiani e cowboy o alla Prima guerra mondiale. Ci sparavamo e se eri colpito, avevi preso una pallottola. Mica eri incenerito da una bomba.

Credo proprio che se la stessero prendendo col fumetto per nascondere i reali problemi del paese: si trattava di delinquenza giovanile o di protesta? Negli anni Cinquanta si brancolava nel buio e c’erano delle candele che venivano accese per rischiarare l’oscurità. Noi eravamo una di quelle candele. Mad Magazine e Harvey Kurtzman, che lo aveva inventato, erano candele nel buio.

Le storie di “Crypt of Terror” e “Vault of Horror” venivano presentate dal custode della cripta e dal custode del sepolcro. Da dove vengono questi narratori?

Mi ricordavo della Vecchia Strega degli show radiofonici. Quella che rideva sguaiatamente e, sghignazzando, diceva “Ho 103 anni, Satana, e ho una storia spaventosa da raccontare a chi mi ascolta”. Queste presentazioni mi piacevano molto e pensai che si poteva metterle anche nei fumetti horror, per ammorbidirli un po’. Arrivavano dopo il finale a sorpresa e ironizzavano su quanto era appena stato raccontato.

Hai scritto molte storie in cui tu e Bill eravate i personaggi principali. La mia preferita è “Orrore sotto le strade” in cui venivate terrorizzati dal custode della cripta e dalla vecchia strega.

Stavamo andando forte con i fumetti e ci stavamo divertendo. Allora iniziammo a scherzare tra noi, e questo diventò una specie di tradizione. La cosa cominciò con l’ultimo fumetto rosa che avevamo fatto. Io e Bill finimmo dentro questa storia, e fu molto divertente. Successivamente, siamo finiti in storie di cavalieri e di fantascienza.

In “Orrore sotto le strade” c’erano questi due o tre tizi tremendi che vivevano nelle fogne di Manhattan. Ci rapivano e ci minacciavano. Era solo una cosa per ridere. Mi sembra interessante che, alla fine, quel fumetto sia stato un precursore della satira su noi stessi che Harvey Kurtzman iniziò a fare fin dai primi numeri di Mad.

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La copertina di ‘Tales from the Crypt #23’ del 1951, disegnata da Feldstein

Parlaci di Harvey.

Un giorno un tizio entrò nell’ufficio. Aveva le guance scavate, era quasi calvo e sembrava un coniglio. Faceva per la Marvel delle pagine pazzescamente divertenti che si chiamavano “Hey Look”. Ce le fece vedere, ed io e Bill finimmo a terra per le risate. Aveva anche uno stile di disegno personalissimo.

Allora dissi: “Bill, questo tizio deve lavorare per noi!”

La prima cosa che Harvey Kurtzman fece per noi fu una pubblicità. Avevamo una divisione, diretta dallo zio di Bill, che faceva fumetti pubblicitari. Facevamo albi a tema per varie industrie, organizzazioni e così via. Avevamo una richiesta, credo dalla Columbia University, per un fumetto tematico su come evitare la sifilide e la gonorrea. C’era un lavoro da fare, e Harvey lo fece. Credo abbia dovuto dar fondo alle esperienze più promiscue della sua vita. Poi iniziò a lavorare per me sugli albi di fantascienza. Si era rifiutato di lavorare sulle storie dell’orrore e io rispettavo quella scelta.

A un certo punto, siccome eravamo in crescita e io già facevo un albo la settimana, con Bill decidemmo di dare a Harvey un albo di guerra, che si chiamava “Frontline Combat”, e uno di avventura, “Two Fisted Tales”. Lo spingemmo a fare storie atipiche. Così, nell’albo di guerra ci ritrovammo con storie antimilitariste, dove il nemico veniva rappresentato come un essere umano, uno che nel portafogli ha le foto dei bambini. E Harvey era eccezionale. Faceva anche delle ricerche straordinarie. Se c’era da fare una storia con un sottomarino, lui andava a cercare qualcuno che gli desse il permesso di salire su un sommergibile per contare anche le viti. Io queste cose non le facevo. Scrivendo, facevo un lavoro di fantasia. Harvey era molto più preciso.

Però tutto questo lavoro di ricerca lo rallentava. Io guadagnavo più del doppio di Harvey e lui voleva guadagnare di più. Bill gli disse: “Se fai un altro albo mensile, guadagni il doppio di quanto prendi ora”. Allora mi tornarono in mente le pagine umoristiche che ci aveva fatto vedere durante il nostro primo incontro e suggerii di fare un albo comico per adulti. E così nacque Mad.

I primi numeri contenevano solo parodie dei nostri fumetti. C’erano le parodie del fumetto dell’orrore, di quello di fantascienza, di quello di crimine e così via. Un giorno mentre stavamo tornando a casa in metropolitana, gli dissi: “Harvey, fai tutte queste versioni umoristiche delle nostre storie. Perché invece non allarghi un po’ gli orizzonti delle tue parodie? Perché non colpisci gli altri fumetti, le strisce, l’immaginario americano? Ci si può divertire tantissimo guardando cosa sta succedendo oggi in questo pazzo mondo”. E lui mi ascoltò, e cominciò a farlo. Prima con Lone Stranger e Superduperman, poi con le parodie di Robinson Crusoe e King King, e infine con la satira.

E’ così che Mad divenne la candela nel buio degli anni Cinquanta di cui dicevo prima. Così, quando il nostro Ministro della Difesa, che amministrava anche General Motors, diceva “Quello che va bene a General Motors, va bene anche al paese”, Mad rispondeva: “Hmmm… Forse no”. E naturalmente quello non fu che l’inizio.

Il primo numero di 'Mad'. Copertina di Harvey Kurtzman
Il primo numero di ‘Mad’. Copertina di Harvey Kurtzman