I libri costano troppo!

Quando ancora i libri avevano un mercato, capitava spesso di sentire qualcuno lamentarsi per il loro costo eccessivo. Subito, il difensore delle cause inutili interveniva, inveendo contro il malcapitato: “Sei pazzo? I libri non costano tanto! Per un film e una pizza si spende di più. E in tre ore, al massimo, è tutto finito!”

Una visione del piacere limitata alla durata e non all’intensità. Mai che, allora, si facesse il paragone con un videogioco, che di ore ne impegna e consuma molte di più.

C’era poi quell’altra questione: il libro si conserva. Dura per tutta la vita! Una maledizione cronica di cui non ci si può liberare: Un inferno!

Quanto costano i libri? Troppo.

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JC Menu

Innanzi tutto hanno, nella quasi totalità dei casi, un’isola di bruttezza totale e assoluta in copertina: il codice a barre. Una sequenza di righe verticali, di diverso spessore, necessaria affinché quella merce – codificata, ordinata, immagazzinata, inserita a sistema ed esposta al pubblico – sia riconosciuta da una macchina. Il codice a barre non ti serve e chi pensa che schiantarlo in copertina, magari chiamando la propria casa editrice come un codice univoco per l’identificazione delle merci, sia una cosa molto figa meriterebbe di essere chiamato con il proprio IBAN.

Poi, mica su tutti i libri c’è il codice a barre: i pirati, quelli che non vanno al mercato e i geni non ce lo mettono. Questi signori hanno la mia stima più assoluta. Faccio un esempio, il più bello.

JC Menu, nei suoi anni alla guida dell’Association, faceva stampare il prezzo e il codice a barre su un’etichetta appiccicata alla quarta di copertina. Quell’adesivo aveva una colla gentile e non è mai successo che qualcuno danneggiasse il cartoncino staccandolo. Preso in mano il libro, il lettore percepiva, dalla differenza di spessore, che quell’etichetta era un corpo alieno e, anche senza leggere la scritta piccolissima che chiedeva al lettore di liberarsi al più presto di quella schifezza imposto dalla legge, la staccava. Quando il bifronte Menu, tronfio tiranno per la casa editrice e maestro libertario per i lettori, è stato deposto, uno dei primi atti compiuti dalla nuova gestione è stato ripristinare la stampa dei codici e dei prezzi. La giustificazione? Quello scherzo costava quindicimila euro l’anno. Questioni merceologiche, insomma.

(C’è solo una cosa più brutta del codice a barre ed è il QR code. I rettiliani hanno iniziato a stampare pure quelli sulla copertina. Fortunatamente quella roba non serve quasi a nessuno e forse si estinguerà.)

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Ma i libri non costano tanto solo per quell’isola di bruttezza. I libri costano tanto, tantissimo, troppo, indipendentemente dal prezzo stampato in copertina e dal raccapriccio del codice a barre. I libri costano tanto perché sono materici. Pesano e occupano spazio. Sono una dannazione eterna (o la migliore approssimazione che possiamo permetterci). I folli farneticanti che, come me, sono condannati all’accumulo, si ritrovano schiacciati dal peso della carta che si trascinano dietro. Quei parallelepipedi si devono innestare in modo efficace nello spazio domestico: bisogna poter ritrovarli e ottimizzare l’uso delle mensole. Uno scaffale è uno scaffale è uno scaffale. Ha limiti fisici. Nessuno scaffale è mai abbastanza pieno da non poter ospitare un altro libro? Sciocchezze!

Il costo di un libro è determinato dal prezzo di copertina e dallo spazio che esso sottrarrà alla tua casa e alla tua vita per tutta la durata della sua permanenza nella tua abitazione.

Sono in balia di questi pensieri mentre sposto le scatole da una casa all’altra. Il trasloco è il momento più difficile della carriera di un umano.

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