Recensioni Classic L'arte della Caduta: il Billie Holiday di Sampayo e Muñoz

L’arte della Caduta: il Billie Holiday di Sampayo e Muñoz

Pubblicata in origine su due numeri della rivista Corto Maltese, nel 1990, e raccolta in volume nel 1993 da Rizzoli, Billie Holiday ha impiegato vent’anni a tornare sugli scaffali, grazie a Edizioni BD (qui un’anteprima). Ma quella che viene considerata ormai un’opera “minore” del duo Sampayo-Muñoz – la biografia romanzata della grandissima vocalist americana – non è certo priva di elementi interessanti, visti i due grandi talenti all’opera.

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L’espediente utilizzato da Sampayo per parlare della vita di “Lady Day” è semplice: a trent’anni dalla sua scomparsa, un giornalista è incaricato di scrivere un pezzo per ricordarla. Totalmente a digiuno di informazioni, incomincia a scavare negli archivi, cercando di rintracciare ogni possibile notizia sulla Holiday. “Prostituta, alcolista, tossicomane, morta giovane…portava un fiore tra i capelli. Una vita sentimentale infelice […] Non ebbe molta fortuna con gli uomini…La stampa scandalistica porrà l’accento su questi aspetti…è la legge del mercato. C’è un pubblico che ama tutto questo. Esiste un altro pubblico che fa finta di non amare che gli si raccontino le cose come senza mascherarle, come se non le accettasse”. Tutto quello che riesce a raccogliere si sedimenta intorno ai cliché, alla vita randagia, scombussolata, abusata e gettata in pasto ai rotocalchi. Ma, è la stessa Eleonora Holiday, detta Billie, nata a Baltimora, Maryland, il 7 Aprile 1915, a parlare di sé in questi termini.

La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciotto anni, lei sedici, io tre. La mamma lavorava come cameriera, da una famiglia di bianchi, e quando i padroni si accorsero che era incinta la buttarono fuori su due piedi […] È un miracolo che mia madre non sia finita alla pubblica assistenza e io all’orfanotrofio. Ma Sadie Fagan mi volle bene fin da quando non ero per lei che un mucchio di calci nelle costole mentre strofinava pavimenti. Andò all’ospedale e si mise d’accordo con la direttrice. Le disse che per pagare l’assistenza per sé e per me era disposta a pulire per terra, per un certo periodo, e che avrebbe fatto la serva anche alle altre bagasce che andavano lì a partorire. Quel mercoledì 7 aprile 1915, quando io nacqui a Baltimora, la mamma aveva tredici anni.

L’incipit di La Signora canta il Blues, la sua autobiografia scritta “in collaborazione” con William Dufty, è quanto meno eloquente: la sfrontatezza della Holiday si respira sin dall’inizio. Un’ostinazione che borbottava come un basso continuo nelle sue melodie, lontane e aliene al blues, e vicine a qualcosa che flirtava con il jazz.

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Sampayo e Muñoz, allora, costruiscono un patchwork temporale, dando corpo ad una voce ormai rinchiusa tra i solchi bituminosi dei vinili. Incarnano le note malinconiche e bluastre della Holiday nella sua carne, erosa dall’alcol, dagli uomini – tranne dal suo amato Lester Young – e dall’eroina. Una storia di cadute e di risalite, costellata da dipendenze estreme e mai celate, tanto da farle dire a Françoise Sagan, che sarebbe morta da lì a breve tra due poliziotti. Così come, in effetti, accade il 31 Aprile del 1959. L’immagine della Holiday non è ripulita a colpi di ipocrisia e morale, e nel contempo, costretta solo nella sua voce: è vissuta nell’intreccio delle vite e delle identità, che nel bene e nel male interpretò sempre tenacemente. Il tutto poi, è calato nell’universo fumettistico dei due autori argentini: Alack Sinner intreccia a sua volta la sua vita a quella della cantante, in maniera netta e indistricabile.

Una variazione sul tema, quella di Sampayo e Muñoz, eppure fedele e legittima. Nonché affettuosa.

Il segno di José Muñoz è netto e preciso in questa ricostruzione. Tanto espressionista e caricaturale quando tratteggia minuziosamente i poliziotti e la borghesia bianca, infastiditi dalla ricchezza e dal talento della Holiday (ribaltando così il topos classico della rappresentazione della negritudine nel fumetto), quanto realista nel fotografare i segni del tempo e dell’alcol sul volto della cantante, sempre più espressivo, sino a farsi quasi maschera tragica.

Peccato che questa edizione non permetta ai disegni di respirare appieno, e che il contrappunto tra i bianchi e i neri perda la sua enfasi – e il suo swing – a causa di un formato stringatissimo, che certo ha il merito di tenere bassi i costi, ma purtroppo penalizza inesorabilmente la fruizione. Il paragone con le ristampe di Alack Sinner e del Carlos Gardel di Nuages risulterebbe azzardata, ma vi è una differenza importante nel formato anche con l’edizione di riferimento, ovvero quella dell’editore francese Casterman. Rimane tuttavia una buona occasione per approcciare un’opera interessante, che manca da più di vent’anni dal mercato italiano.

Billie Holiday
di Carlos Sampayo e José Muñoz
Edizioni BD, 2014
72 pagine, € 10.00

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