L’autobiografismo di Gabrielle Bell, tra confusione e riservatezza

Quando ci si sente soli a Tokyo, si possono imboccare due strade: iniziare un’insolita relazione con Bill Murray, oppure trasformarsi in una sedia. Se la prima è ovviamente la scelta del personaggio interpretato da Scarlett Johansson nel film Lost in Translation, la seconda è la metamorfosi messa in atto da Hiroko, la protagonista di Interior Design, l’episodio diretto da Michel Gondry nel film collettivo Tokyo!.

gabrielle bell

Il film è poco conosciuto in Italia, come d’altronde il fumetto da cui è tratto l’episodio, scritto e disegnato dall’americana Gabrielle Bell, per qualche tempo anche compagna del regista di Eternal Sunshine of the Spotless Mind e The Green Hornet. La storia si intitolava in realtà Cecil and Jordan in New York ed aveva, come si può intuire, tutt’altra ambientazione. New York, e Brooklyn in particolare, è infatti il luogo dove si svolge la gran parte dei fumetti della Bell, che sono per lo più un diario in cui l’autrice racconta il suo quotidiano, facendone emergere la magia e al tempo stesso l’insensatezza.

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Un autoritratto di Gabrielle Bell.

Eppure Gabrielle Bell, nata a Londra nel 1976, cresciuta sulle montagne della California del Nord da genitori che per vivere vendevano erba, trasferitasi a San Francisco e maturata a New York, non è solo una cartoonist autobiografica, come viene di solito definita. Nelle sue tavole c’è molto di più, e lo dimostra già nel 2003 con When I’m Old and Other Stories, raccolta targata Alternative Press dei mini-comics fotocopiati e autoprodotti realizzati a partire dal 1998. Molto vicina alla tradizione underground, When I’m Old è la tipica antologia di un’artista ancora in cerca di sé stessa, caratterizzata da una molteplicità di scelte stilistiche e di temi. A prevalere sono soprattutto racconti grotteschi, a volte naif, in cui la personalità dell’autrice si intravede sotto le mentite spoglie delle protagoniste, che siano una babysitter, un’artista di strada tossica e sgraziata, la cameriera più brava del mondo. Il tratto è ancora grezzo e geometrico, le tavole piene di tratteggi, anche se in un paio di episodi emergono le linee rotonde ed essenziali dei tre numeri autoprodotti di Lucky, prima espressione di uno stile del tutto personale.

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Lucky inaugura, infatti, un approccio che fisserà la cifra stilistica della Bell. La pagina appare spesso aperta, in alto a sinistra, da una data, a chiarire l’origine degli eventi; la suddivisione regolare della tavola, di solito in sei o otto vignette, mostra invece l’intento documentaristico dell’autrice, sebbene tutt’altro che puntiglioso, dato che non mancano mai elementi surreali o del tutto inventati. Le storie sono ricchissime di testo e traggono la gran parte del materiale dal quotidiano e dalle dinamiche interpersonali, che Gabrielle Bell, cresciuta in isolamento in mezzo alla natura, vive con stupore e impaccio. Il suo è uno sguardo leggero, ironico e anche pudico, che non esplora l’intimità della sfera personale, glissando sui fatti più rilevanti per soffermarsi sulle piccole cose di tutti i giorni, e in particolare sulla difficoltà a tirare avanti tra i tanti lavori estemporanei (come la modella di nudi femminili) e i fumetti. Volendo trovare un termine di paragone, siamo dalle parti dell’Alec di Eddie Campbell più che del realismo spietato di Joe Matt o Chester Brown, altri cartoonist pubblicati da Drawn & Quarterly, casa editrice che noterà il lavoro della Bell, salito agli onori della critica e premiato con un Ignatz Award nel 2004 – categoria Outstanding Minicomic – in occasione del terzo numero di Lucky.

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L’etichetta di Montreal pubblica così una raccolta dei tre numeri autoprodotti di Lucky, una nuova versione della serie e lo splendido Cecil and Jordan in New York, che raccoglie, oltre all’omonima storia breve apparsa in origine sul quinto numero della seminale antologia Kramers Ergot, alcuni racconti usciti tra il 2004 e il 2008. È in questo periodo che la nostra dimostra le sue abilità nella fiction e proprio Cecil and Jordan meriterebbe di essere studiata dagli aspiranti fumettisti per come riesce a sviluppare un intreccio ricco di eventi e pregnante in sole quattro pagine. Arrivata a New York per accompagnare il suo ragazzo, un regista in erba in cerca di attenzioni per i suoi film, Cecil si trasforma in una sedia e, trovata in strada da un musicista, sente svanire quel senso di inutilità che la tormentava in precedenza. Il senso di estraneità e di smarrimento faceva già parte delle inquietudini espresse in Lucky, ma qui viene delineato con un tono che unisce all’ironia un senso di malinconia capace di toccare le corde più profonde del lettore.

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Le storie di Mome, antologia edita da Fantagraphics, non sono da meno e mostrano un’invidiabile capacità di spaziare tra toni e argomenti. La scelta degli editor di affidarle la copertina e l’apertura del primo numero è ben ripagata da I Feel Nothing, un pezzo magistrale, stavolta quasi carveriano nel suo cinico pragmatismo. Ma la cosa migliore di questa fase è senz’altro Felix, 24 pagine a colori pubblicate nel quarto numero di Drawn and Quarterly Showcase. Anna, un’allieva della scuola d’arte, cade nelle grazie di un affermato artista concettuale, che la sceglie come insegnante di disegno per il figlio. I tre sono protagonisti di una dinamica complessa, resa con una notevole sensibilità per le inquadrature e un uso perfetto di pause e silenzi. La frase finale pronunciata dalla protagonista – “Allora credo di non avere scelta” – è una delle tipiche espressioni lapidarie che concludono le storie della Bell, rendendo con sottigliezza la complessità e a volte l’ineluttabilità di certe relazioni, oltre a disegnare l’ennesimo personaggio di una donna impassibile davanti agli eventi, una sorta di contraltare alla protagonista inquieta e a volte in preda al panico dei suoi diari.

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I due numeri di Lucky targati Drawn & Quarterly mostrano un’ulteriore crescita artistica e l’approdo a uno stile più raffinato e meno immediato, rimasto costante sino a oggi. Le figure sono disegnate da linee rotonde, l’opposizione tra i bianchi e i neri è più netta, i giochi d’ombra sostituiscono i tratteggi degli esordi e gli spazi disadorni delle prime storie autobiografiche. A parte My Affliction, che mette l’accento sulla componente fantastica fino ad arrivare nei territori del visionario, le tematiche sono quelle abituali, che caratterizzeranno anche la produzione successiva, prima pubblicata on line e sotto forma di mini-comics e poi ristampata dalla Uncivilized Books di Tom Kaczynski nel volume The Voyeurs, uscito nel 2012, e nel recentissimo Truth Is Fragmentary.

The Voyeurs interior artIl primo è quanto di meglio offra il fumetto autobiografico contemporaneo. Interamente a colori ed elegantissimo nella confezione, è la testimonianza di un periodo movimentato innanzitutto dal punto di vista sentimentale, dalla storia con Gondry, che ci porta in Giappone e in Francia, a quella con il collega Ron Regé Jr, ambientata tra New York e Los Angeles. Non aspettatevi però di leggere i dettagli delle sue relazioni, perché come sua abitudine la Bell non rivela troppo di sé stessa. Nel capitolo dedicato a Gondry, per esempio, ci troviamo subito a Tokyo, dove la cartoonist co-dirigerà Interior Design, ma non sapremo mai come i due si sono incontrati e hanno avviato la relazione. Due riuscitissimi capitoli, inoltre, sono dedicati al tentativo di adattare lo SCUM Manifesto di Valerie Solanas e a un gustoso reportage dal Comic-Con di San Diego, in cui gioca un ruolo importante l’amico Tony, principale comprimario dei fumetti autobiografici. Tra una pagina e l’altra non mancano i momenti surreali, presenti anche in Truth Is Fragmentary, seguito in bianco e nero del libro precedente e dove, tra un viaggio in Colombia per il festival Entreviñetas e un torrido luglio a Brooklyn, troviamo scenari apocalittici, gatti fantasma, orsi alla guida del furgoncino dei gelati. La confusione tra reale e immaginario è infatti il tema principale del volume, che riflette sull’impossibilità di descrivere i fatti come sono realmente accaduti. Da qui il titolo, ripreso da un’introduzione a un’opera di Tennessee Williams. La parte ambientata in un casale di montagna fuori New York ci riporta invece all’infanzia, territorio esplorato in diverse occasioni, da When I Was Eleven, pubblicata su Lucky, all’eccellente Cody, ancora per Kramers Ergot, un ritorno sotto forma di fiction al tema della crescita in una realtà difficile e isolata, da cui la Bell è fuggita costruendosi una vita nella grande città ma a cui sembra voler tornare quando, stanca di tutto e tutti, manifesta il desiderio di allontanarsi dal resto del mondo.

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Così intelligenti, divertenti, piacevoli e magistralmente realizzati, i fumetti di Gabrielle Bell non sono mai stati pubblicati in Italia. Ed è senz’altro un peccato, perché meriterebbero questo e altri riconoscimenti.

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*Gabriele Di Fazio cura il blog Just Indie Comics.