Rubriche #tavolidadisegno Nello studio di Tanino Liberatore

Nello studio di Tanino Liberatore

Questa settimana, per la rubrica #tavolidadisegno, siamo entrati nello studio parigino di Tanino Liberatore. L’autore di RanXerox, della copertina per ‘The Man from Utopia’ di Frank Zappa e di numerose storie per le riviste Cannibale e Frigidaire, non ha certo bisogno di presentazioni. Ormai dall’inizio degli anni Ottanta vive a Parigi, e in un piovoso pomeriggio ci ha accolti nel suo atelier sul canal Saint-Martin. Al solito, abbiam fatto 5 domande e scattato parecchie foto.

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A cosa stai lavorando?

Sto illustrando un’edizione di Les fleurs du mal di Baudelaire che dovrebbe uscire a novembre 2014 per Glenant. Per lo stesso editore ho già fatto Apollinaire, sicuramente si tratta dell’ultimo libro che farò sui classici francesi.

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Quali sono gli strumenti che usi per disegnare?

Ogni passaggio della mia carriera ha coinciso con un cambiamento di tecnica. Quando facevo le copertine dei dischi lavoravo con matite e tempera plaka Pelikan. Poi, grazie a Andrea Pazienza , che aveva appena pubblicato una storia che si chiamava Armi per Linus (o Alter, non ricordo bene), disegnata su carta millimetrata utilizzando i Pantone, ho scoperto i pennarelli! RanXerox l’ho realizzato con i pennarelli. Andrea li usava piatti, io sfumavo molto. Li combinavo con altri pennarelli e un altro tipo di carta e il risultato finale era decisamente diverso.

Quando sono passato al digitale l’ho fatto anche perché i pennarelli cominciavano a starmi un po’ stretti come tecnica, non riuscivo più ad esprimere quello che avevo in testa. Dopo Lucy, l’album uscito nel 2007 che ha coinciso con il mio “apprendistato” al computer, sono tornato a tecniche classiche che non utilizzavo dai tempi del liceo artistico: l’acquerello, l’olio, la matita. Così adesso per illustrare Baudelaire uso il carboncino e i gessetti colorati e lavoro su tele di grande formato.

Tanino Liberatore

Hai qualche piccola abitudine prima di sederti al tavolo?

Non ho abitudini fisse, l’importante è avere tutto “en place”. Poi si tratta solo di cominciare, per questo lo studio è pieno di cavalletti e supporti con fogli bianchi, cerco di non farmi passare la poca voglia che ho. Mentre disegno ascolto la musica, è sempre stata molto importante nel mio lavoro, anche per quanto riguarda gli incontri che ho fatto nel corso della mia carriera professionale. Ognuno sogna di fare quello che non sa fare, a me sarebbe piaciuto diventare un grande chitarrista rock o un creatore di suoni elettronici.

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Ci sono fumetti o libri che devono assolutamente essere a portata di mano?

No, mai quando disegno. Sono attento a tutto quello che mi circonda. Prima era un vero e proprio rito, andavo nelle biblioteche e nelle librerie per consultare le opere. In generale ho visto molti fumetti, ma ne ho letti pochissimi! L’unico di cui ero appassionato era Blek Macigno della EsseGesse, quelli che poi hanno fatto il Comandante Mark. Poi mi capitavano sotto gli occhi un sacco di fumetti, ad esempio quelli di guerra della Fleetway, casa editrice inglese dalla quale sono passati molti grandi, da Pratt a De La Fuente. In queste pubblicazioni c’erano 3-4 disegnatori che mi piacevano moltissimo, anche se le loro storie non erano mai firmate io li riconoscevo. Ammiravo soprattutto De La Fuente. Tutti questi fumetti sono finiti in uno scatolone che mio padre ha gettato dicendo “Vabbé, mo’ sei grande”. Ultimamente non leggo praticamente più fumetti, solo qualcosa su internet. In ogni caso, quando disegno metto da parte tutto.

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Che cos’è questo strumento?

Questa è una gomma elettrica. Me l’ha portata una persona che ho conosciuto nel 1980, che poi è diventato il principale collezionista dei miei disegni. Me ne portò una simile da Tokyo all’inizio degli anni ’80, insieme ai primi pennarelli a pennello, cose che qui non arrivavano ancora. Prima utilizzavo le gomme classiche tagliate a pezzetti. Visto che la gomma la adopero più per fare uscire le luci che per cancellare è diventato uno strumento molto importane nell’economoia del mio lavoro.

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Fotografie di Julia Griner 

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