Focus Profili Roberto La Forgia, l'illustrazione e il disegno come strumento di indagine

Roberto La Forgia, l’illustrazione e il disegno come strumento di indagine

Roberto La Forgia è un disegnatore veneto di 30 anni. Ha trascorso l’infanzia a Bari per trasferirsi in seguito a Milano, dove abita ancora oggi. Nel 2012 ha pubblicato un fumetto con Coconino Press (Il Signore dei colori), da circa un anno si dedica quasi esclusivamente all’illustrazione, collaborando in particolare con Il Fatto Quotidiano (qui una gallery con alcune sue illustrazioni). Gli abbiamo chiesto di parlarci del suo percorso professionale, lui ci ha raccontato di un profilo montuoso in lontananza e di un disegno che potrebbe aver cambiato la sua carriera.

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Come sei entrato in contatto con il disegno?

I disegni erano già arrivati in casa prima che io imparassi a leggere. Mio fratello era un lettore onnivoro nei limiti di quello che si poteva trovare in un piccolo paese di Bari senza librerie e biblioteche. Sono cresciuto con il fumetto italiano tra edizioni San Paolo e Bonelli. Molti dei nomi che allora coloravano la mia infanzia e adolescenza sono adesso pietre miliari della mia formazione: Toppi, De Luca, Battaglia, Zaniboni, Mattioli, Nidasio per le edizioni San Paolo (Il Giornalino, per intenderci) e ancora Diso, Nolitta, Sclavi, Stano, Berardi, Milazzo, Mari per la Bonelli (ne avrò scartati un centinaio). Dopo questa ondata sono arrivati i Cannibali e i Frigideriani a sconvolgere la mia esistenza. Stefano Tamburini e Massimo Mattioli in primis avevano secondo me un’idea di fumetto più originale e intramontabile rispetto a quella di Pazienza (considerato dai più genio indiscusso del gruppo). Queste le letture, poi la pratica si incarnava in Aneurisma, una rivista della Artistanchi Editore (che ovviamente era solo un nome inventato da noi) che raccoglieva me, mio fratello e Alessandro Tota. Artistanchi perché forse eravamo troppo stanchi per diffonderla. Mio fratello ci faceva da art director e ci faceva rifare le tavole cento volte. Così alla fine quando il numero era pronto non avevamo più testa per star lì a diffonderlo, volevamo solo togliercelo davanti e farne un altro.

Io ero un po’ la matita comica del trio, ma eravamo tutti abbastanza cazzoni. Sul primo numero apparve “Banconota”, la storia di un presentatore televisivo che ripone le banconote sulla sua fronte perché non ha un portafogli. Quel tono surreale è tornato a trovarmi più avanti negli anni con l’esperienza video Littlepills e con i fumetti comici che ho fatto qualche anno fa sulle pagine de Il Male di Vauro e Vincino. Le avventure di “Pasqualino, un tipo capacissimo!” arrivano da lì.

Hai all’attivo un fumetto che hai scritto e disegnato. Poi ti sei dedicato all’illustrazione. Si è trattato di una scelta consapevole e che ha a che fare con il tuo percorso artistico oppure ci sono altre motivazioni?

Si è trattato di pura necessità. Non mi sento padrone del mio percorso artistico. Le cose accadono, i cambiamenti interiori avvengono e ti impongono un cambiamento anche nel lavoro. Prima di fare l’illustratore in modo continuativo e professionale avevo fatto (come tutti i fumettisti) una manciata di pseudo-illustrazioni nell’arco di trent’anni di vita quindi nulla che nascondesse in sé una reale volontà progettuale e continuativa. Poi, un giorno, non mi ricordo come e quando, mi sono ritrovato davanti al mio Mac a fare un’illustrazione neanche così riuscita per la verità ma che parlava di me più di tutte le storie a fumetti che avevo provato a scrivere dopo Il Signore dei colori. Così intuii che c’erano alcune cose che non stavano funzionando semplicemente perché non mi stavo ascoltando attentamente. Dovevo a tutti i costi far emergere quel rumore confuso che cominciava a rombarmi dentro. Appena ho cominciato a fare illustrazione in modo professionale (circa un anno fa) ho sempre avvertito la sensazione di non aver cominciato nulla di nuovo, come se questa trasformazione linguistica non fosse propriamente una trasformazione ma l’apertura di una porta che fino a quel momento avevo tenuto chiusa. L’illustrazione che ha fatto da spartiacque era questa , e pochi giorni dopo scrissi anche qualcosa a proposito sul mio blog, qui.

la forgia in trasformazione

Quindi hai scelto di continuare su questa strada?

A quel punto ero assolutamente certo che l’illustrazione mi avrebbe fatto migliorare come uomo, prima che come artista (ed è il motivo principale per cui io faccio quello che faccio) e quindi ho sentito di dover investire le mie energie su questa cosa. L’illustrazione, come il fumetto, è per me uno strumento di indagine per capire perché faccio quel che faccio e – in termini se vuoi un po’ esagerati – da dove arrivo. Nella maggior parte delle mie illustrazioni metto come sfondo un paesaggio montuoso in lontananza. Non ti so spiegare bene perché (non ho mai scalato montagne in vita mia e l’unica cosa che ho in comune con un alpino è che bevo grappa) ma quando disegno quelle montagne, mi sembra di lanciare un messaggio a un me stesso che ancora non conosco e che esiste fisicamente da qualche altra parte dell’universo. È  come se avvertissi la presenza di un mio gemello o di un luogo familiare e con una semplice linea che disegna il profilo di una montagna io comunicassi con lui o con loro o con non lo so cosa. È come se lanciassi un segnale per dire “Ehi, sono qui” o forse io sono quello che riceve questo segnale. (Sì, lo so, sembrano parole di uno che ha bevuto troppo, te l’ho già detto che bevo grappa, no?).

Io non pubblico sempre tutto quel che faccio, ho un forte senso autocritico che mi blocca molto (o forse è soltanto paura) ma quando ho cominciato ad avvertire tutte queste sensazioni provocate dall’illustrazione ho pensato “beh, forse qui c’è qualcosa di profondo o quanto meno di sincero” e mi sono proposto di far circolare queste cose. Ho chiamato Stefano Feltri, giornalista del Fatto Quotidiano, gli ho mostrato quelle poche illustrazioni che avevo fatto fino ad allora e lui mi prenota immediatamente per un suo progetto, un inserto settimanale di economia e finanza e, indicandomi quell’illustrazione di cui sopra, mi fa: “secondo me, dovresti illustrare gli articoli così” ed io ho pensato “Sì! Certo! Wow! Esattamente così!”. Poter disegnare per questo inserto di economia (che esce ogni mercoledì allegato al Fatto) ha accelerato la mia personale ricerca. Ormai da un anno, Stefano Feltri mi chiede ogni settimana di illustrare crisi, investimenti, strategie, ambizioni e fallimenti e sono esattamente le cose che ho bisogno di disegnare coniugando il tutto su un versante più antropologico se non addirittura metafisico.

Non avrei mai pensato nella mia vita che l’economia e la finanza potessero essere per me un punto di partenza fortissimo. Non avevo neanche mai pensato che il profilo sintetizzato di una montagna potesse provocarmi tanto brivido. Ecco perché prima ti dicevo che non mi sento affatto padrone del mio percorso artistico. Ci sono delle cose che a un certo punto devo fare senza sapere bene il perché e le faccio proprio perché non so bene il perché.

Come si svolge nella pratica la collaborazione con Il Fatto?

Un reale scambio profondo è tecnicamente impossibile se si lavora con un quotidiano. Qualche ora fa ho consegnato un’illustrazione su un articolo che parla del Fiscal Compact, un trattato internazionale che impone all’Italia di ridurre ogni anno il debito pubblico. Io l’articolo non l’ho neanche letto, semplicemente perché il giornalista (in questo caso Ugo Arrigo) lo sta scrivendo mentre io sono qui a rispondere alle tue domande. La redazione di un quotidiano risponde a tutto quello che minuto per minuto accade durante la giornata nel mondo, quindi è impensabile trattenersi a parlare di arte o di equilibri cromatici di un disegno che compone solo una piccolissima parte di un intero giornale che entro la mezzanotte deve andare in stampa per poi essere distribuito in tutto il territorio. Adesso sono qui a scriverti e so che fino a stasera potrei ricevere una telefonata da Stefano Feltri o dall’art director Paolo Residori per dirmi che hanno cambiato l’articolo e quindi devo fare un’altra illustrazione. C’è un rapporto di fiducia, Feltri mi manda una traccia di tre righe di quello che sarà l’articolo e sa che ne trarrò qualcosa di pubblicabile.

Credi che in Italia si soffra la mancanza di agenzie specializzate che curano gli interessi dei freelance, come quelle presenti ad esempio in Inghilterra o nei paesi del nord Europa?

Assolutamente sì, ma non è detto che devi trovarti per forza un agente in Italia. Al momento due agenzie statunitensi stanno valutando l’idea di prendermi tra i loro artisti. Fare l’illustratore in Italia significa fare due lavori: l’illustratore e l’agente di te stesso. Qualunque illustratore privo di agente ti direbbe che passa la maggior parte del tempo a cercare lavoro anziché disegnare. Questo non solo ruba tempo e ti distrae dalle cose più importanti ovvero disegnare, capire cosa disegnare e soprattutto perché disegnare, ma ti obbliga a fare un altro lavoro, quello dell’agente, e non è detto che tu sia all’altezza di questo lavoro. Questo alimenta un senso di inferiorità o una spiacevole sensazione di incapacità che nei momenti più neri può anche stenderti per tre giorni di fila. Se qualche volta vedi che un illustratore comincia a disegnare tutto nero spesso è solo per questo motivo e non perché si sta interrogando sul significato oscuro della vita.

Comunque non è scritto da nessuna parte che questo è un lavoro facile. E poi vale la solita equazione: all’estero hai più possibilità ma più concorrenza = in Italia hai meno concorrenza ma meno possibilità.

Cover signore dei colori

Quali sono le differenze principali tra il disegno illustrativo e quello del fumetto?

Qual è la differenza tra un panettiere e un agente di borsa? La stessa che c’è tra un illustratore e un fumettista: ovvero che sono due mestieri completamente diversi. Sono così diversi e faccio entrambe le cose mosso da spinte così diverse che gli stessi risultati sono diversissimi. Il disegno dei miei fumetti è infatti profondamente diverso dal disegno delle mie illustrazioni. Ci sono molti bravissimi fumettisti che ogni tanto fanno delle illustrazioni per arrotondare (niente da ridire su questo, intendiamoci) ma si vede che lo fanno solo per quello, si vede benissimo perché non fanno delle illustrazioni, fanno delle vignette. Per molti di loro un’illustrazione è la vignetta isolata di un loro fumetto. Alcuni di loro sono anche consapevoli di questo limite. Per me è impensabile fare illustrazione con lo stesso approccio con cui faccio fumetto, impensabile oltreché inutile. I due formati, gli strumenti che questi richiedono, tutte le cose che ruotano intorno dal modo in cui ti metti al tavolo al modo cui lo lasci toccano corde diverse della mia sensibilità. È come se mi si chiedesse di fare delle sculture modellando la creta con la pretesa che mi venissero fuori d’istinto i ragazzini de Il Signore dei colori o le figure metafisiche delle mie illustrazioni. È impossibile, se metto le mani in una cosa molle e umida come la creta queste stesse proprietà smuoverebbero in me alcune sensazioni che prenderebbero il sopravvento durante la creazione. E se prendo invece un pennello, una boccetta di inchiostro e mi metto davanti a foglio bianco, le cose cambiano di nuovo. Idem se mi metto davanti allo schermo del computer. Non credo nella coerenza stilistica, è una necessità del mercato per mercificare l’arte, renderla più riconoscibile e vendibile. Avere uno stile significa essere una macchina che produce in serie. Tanti giovani si fanno prendere in giro da questa assurda convinzione secondo cui se non disegni nello stesso modo ogni giorno della tua esistenza fino alla tua morte, dimostri di non avere uno stile! Sai chi dimostra coerenza stilistica? Il mio frullatore. Da anni frulla la mia frutta allo stesso modo.

Per me il disegno è uno strumento di indagine, le piste sono sempre diverse, e l’oggetto dell’indagine non è neanche così chiaro. Quindi il mio approccio è quello di uno davanti a un mistero. La mia onestà artistica e intellettuale mi ricordano sempre che lo stile adottato nell’indagine potrebbe non essere quello giusto.

Che tipo di tecnica utilizzi quando devi produrre un’illustrazione?

Comincio con una bozza a matita su un mio taccuino giusto per capire come tradurre l’articolo visivamente. Poi butto via la bozza e riparto da zero al computer. Preferisco usare Photoshop ad Illustrator. Il primo è un programma nato essenzialmente per il fotoritocco (ma che viene usato molto anche dai fumettisti) il secondo invece è un programma con strumenti, scorciatoie e comodità per realizzare un’illustrazione. Forse è proprio per questo esubero di comodità di Illustrator che mi fa preferire Photoshop. Su Photoshop in qualche modo le cose te le devi disegnare tu. Con Illustrator invece trovi molte funzionalità che facilitano, ottimizzano, ti fanno andare più veloce (che poi non neanche così vero) col rischio di standardizzare il tuo segno.

In termini di linguaggio, secondo te il digitale apre a nuove possibilità?

Certo, qualsiasi strumento è in grado di aprirti un mondo vastissimo. Tutto dipenda da quanto e come si vuole ascoltare lo strumento. Spesso si parla di morte dei linguaggi. Quante volte abbiamo sentito frasi tipo “la poesia è morta”, “il romanzo è morto”… sono tutte cazzate. Non muore proprio niente, al massimo in questo momento storico non siamo all’altezza di alcuni linguaggi o più semplicemente abbiamo la testa da un’altra parte.

Con chi collabori come illustratore? Quali sono i lavori dei quali vai particolarmente fiero?

Quello di prima di cui ho parlato nel mio blog, ma anche un altro fatto nello stesso periodo. Ritrae un uomo su uno scoglio che guarda un pianeta che capeggia su un paesaggio montuoso separato dal mare.

la forgia 2013Sono molto legato ad altri due lavori. Il primo l’ho fatto per TINALS, un progetto di Andrea Provinciali, una collana di musicassette con libretto illustrato (in realtà la musicassetta non c’è). Io ho scelto di disegnare Heroin di Lou Reed.

la forgia heroin

In ultimo c’è un’illustrazione per Il Fatto Quotidiano in cui ho disegnato praticamente me stesso e che in qualche modo illustra un po’ delle cose che ti ho detto prima.

la forgia wrong way

Oltre alla collaborazione continuativa con Il Fatto Quotidiano (la pagina 14 di ogni mercoledì è mia) e con Tricycle: the Buddhist Review, un elegantissimo magazine newyorchese sulla cultura buddista, ho altre collaborazioni meno continuative. Tra le cose più recenti c’è una scenografia per il palco del festival musicale Carroponte a Milano. Vedrò Loredana Bertè cantare circondata dai miei disegni. Ovviamente sto contando i giorni.

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