Focus Il discorso di Eric Stephenson durante l'Image Expo a San Diego

Il discorso di Eric Stephenson durante l’Image Expo a San Diego

La sera del 23 luglio, poco prima dell’inizio del Comic-Con di San Diego, introdotto dalla proiezione sul maxischermo di una frase di Warren Ellis – «Le uniche regole sono quelle che creiamo noi» – Eric Stephenson, publisher di Image Comics, è salito sul palco dell’Image Expo per tenere il suo discorso. Di seguito il testo integrale:

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Ogni volta che inizio a scrivere uno di questi discorsi, condivido la mia bozza iniziale con alcune delle persone in ufficio e, inevitabilmente, qualcuno dice che è sempre una buona idea iniziare un discorso con una barzelletta.

Quindi eccone una:

Una settimana fa mi sono alzato e ho scoperto che tutta l’industria del fumetto avrebbe invaso San Diego portando con sé annunci riguardanti fumetti basati su vecchi film o programmi televisivi, supereroi che cambiano sesso, cross-over che in precedenza sarebbero stati relegati nel regno della fan-fiction e il brutale omicidio di un amato personaggio per bambini.

Ho scritto via sms a un amico alcune di queste notizie, e la sua risposta è stata “Eric, non sono neanche le 10 del mattino, sei ubriaco?”

La punchline di questa barzelletta è che avrei voluto essere ubriaco per davvero.

È difficile da credere che nonostante quanto si siano spinti lontano i fumetti dall’inizio del nuovo secolo, con il tremendo impatto che hanno avuto sul panorama culturale, con tutto il sudato successo che abbiamo raggiunto come medium che finalmente sta iniziando a venire preso seriamente, questo sia ancora quello che passa come ‘nuovo’ per un’immensa maggioranza dell’industria del fumetto.

Disseppellire il passato nel tentativo di dare nuova linfa a personaggi con decenni di vita sulle spalle.

Trattare la parità fra sessi e le questioni culturali come se fossero poco più che speciali strumenti per aumentare le vendite.

Questa è l’industria del fumetto del passato, signore e signori, e quest’anno si sta aggrappando stretta alla propria vita.

Noi, tuttavia, vi abbiamo invitato qui per parlare del futuro.

Recentemente ho avuto l’opportunità di parlare a un gruppo di studenti, nell’ambito delle conferenze ‘Comics in the City’ organizzate dal California College of the Arts, e devo dirlo, è stata un’esperienza stimolante.

Non perché ami parlare di me stesso o stare di fronte a un pubblico – penso che questo lo possiate capire anche solo guardandomi, non ci potrebbe essere cosa più lontana dalla verità – ma perché il pubblico stesso era formato da giovani donne e uomini iscritti al corso per il Master of Fine Arts in Fumetto della California College of the Arts, e guardare a quel pubblico e alle varie diversità che rappresentava, mi ha riempito di speranza.

La speranza è importante nel fumetto, ed è importante per il futuro dei fumetti.

Questa cosa la so perché ogni volta che vedo o sento una nuova idea, ogni volta che approvo una nuova serie per la pubblicazione con Image, io spero che quella cosa si appresti a fare la differenza in un mercato letteralmente invaso da centinaia di fumetti progettati per fare esattamente la stessa cosa che hanno fatto per decenni.

È questa speranza che mi ha portato a lavorare nel mondo del fumetto più di ogni altra cosa, perché da studioso di storia del fumetto, sapevo che la maniera in cui Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko diedero nuova vita all’affievolita fortuna dei fumetti agli inizi degli anni ’60 non era stata quella di produrre semplicemente in serie sempre la stessa vecchia roba mese dopo mese, ma di cambiare le regole e realizzare il tipo di fumetti che volevano realizzare, facendo le cose alla loro maniera.

Prima di allora, intorno a quella che era più o meno la metà del ventesimo secolo, la convinzione comune era che i fumetti fossero pressappoco spacciati. C’era un nuovo aggeggio per cui tutti stavano impazzendo – la televisione! – e le vendite dei fumetti mensili stavano costantemente diminuendo rispetto al picco più alto raggiunto durante i gloriosi giorni degli anni ’40.

I fumetti sembravano una reliquia del passato, ma grazie alla creatività e alla perseveranza di un manipolo di uomini, a quest’industria morente vennero date nuove prospettive.

Un futuro.

Tutto ciò accadeva circa 50 anni fa, ma se non fosse stato per la speranza che avevano questi scrittori e disegnatori del passato, di poter fare in qualche modo la differenza creando qualcosa di diverso e nuovo, noi non staremmo celebrando i fumetti qui, in questa settimana. In quello che, negli ultimi anni, è diventato un enorme evento culturale.

E senza la speranza di questi uomini e donne a cui ho parlato al CCA, senza l’ambizione degli uomini e delle donne come loro sparsi in tutto il mondo, che non solo vogliono lavorare nel mondo del fumetto, ma vogliono scrivere e disegnare i propri fumetti, alla loro maniera, non ci sarà un domani.

Vedete, dovete combattere per il vostro futuro.

Una delle domande che mi è stata posta al CCA, una domanda che viene fuori sempre più spesso, è come creiamo maggior differenziazione nel fumetto.

Per decenni, l’industria del fumetto è stato vista come un club per ragazzi bianchi, ma questa cosa sta cambiando.

La ragione di questo cambiamento è dovuta al fatto che ora più che mai ci sono fumetti effettivamente capaci di attrarre un pubblico che va oltre quello per cui la nostra industria ha speso così tanto tempo nel tentativo di compiacerlo fin dalla sua rinascita negli anni ’60.

A quei tempi era stato stabilito uno status quo dell’industria che si assicurava che i fumetti fossero principalmente letti da giovani maschi bianchi, e la conseguenza era un parco scrittori e disegnatori composto in linea di massima da giovani maschi bianchi.

Se vogliamo costruire un’industria più diversificata, se vogliamo sviluppare un parco scrittori e disegnatori più diversificato, allora è di cruciale importanza produrre fumetti capaci di attrarre il più ampio pubblico possibile, perché le persone che non leggono fumetti non decideranno all’improvviso di voler lavorare in questo business.

Gli uomini e le donne che attualmente lavorano nel fumetto, lo fanno solamente perché sono cresciuti amando questo medium e perché volevano farne disperatamente parte.

Non possiamo andare indietro nel tempo e cambiare i lettori del passato, ma possiamo creare un futuro migliore grazie al cambiamento.

Il cambiamento è assolutamente fondamentale per il nostro futuro.

Semplicemente, accettare le cose come sono sempre state fatte o accettarle per quello che sono non è la maniera in cui ci si muove in avanti.

Quella è la maniera in cui si rimane fermi.

Stare fermi non funzionava per i fumetti negli anni ’60 e non sta funzionando ora.

Nel corso del 2014, Diamond ha continuato a riportare che le vendite erano in calo rispetto all’anno precedente. A metà dell’anno, sia la quantità di soldi incassati, sia la quantità di unità vendute sono in ribasso, e quella non è di certo la direzione che vogliamo prendere.

Verso il basso, comunque, è la direzione che si prende quando si sta per troppo tempo fermi, perché dopo un po’ il terreno comincia a sgretolarsi sotto i tuoi piedi e, molto lentamente, si comincia ad affondare.

Ecco perché, qui alla Image Comics, abbiamo in atto una politica composta da due semplici parole: muoversi avanti.

Se mi permettete di tirare fuori molto velocemente un grafico, mi piacerebbe mostravi come questa cosa per noi stia funzionando.

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In passato ho parlato del successo che abbiamo avuto nel corso degli ultimi anni e del fatto che le nostre vendite annuali, sia in termini di soldi incassati che di unità vendute, abbiano avuto un incremento su base annuale fin dal 2009, ma oggi mi piacerebbe evidenziare qualcosa che è chiaramente in totale contrasto con il resto dei numeri dell’intera industria, perché come potete vedere, stiamo avendo un anno grandioso – il nostro miglior anno da oltre un decennio.

Le vendite di Image, considerate su base mensile, sono in crescita se confrontate con quelle del 2013, e di nuovo, questo non è il primo anno in cui godiamo di questo tipo di crescita.

E in maniera simile, quando oggi vi ho raccontato che questa crescita è direttamente connessa al nostro assoluto rifiuto di stare fermi, non è stata la prima volta.

Non è che mi piaccia ripetermi, per inciso, è soltanto che, nonostante il nostro fenomenale successo in questi anni passati, rimane a me l’onere di spiegare qualcosa che dovrebbe essere ormai evidente.

Forse è tempo di provare un approccio diverso…

In precedenza quest’anno, ho parlato a un gruppo di commercianti presso un incontro annuale ospitato da un organizzazione chiamata ComicsPRO.

Quando parlo, come spesso accade, do fastidio a qualcuno.

Immagino che anche oggi, qui, non mi stia facendo molti amici, perlomeno non fra i nostri concorrenti.

Le persone occupate a sostenere le vecchie maniere non sono mai interessate ad ascoltare i propri errori, anche se ciò viene detto con le migliori intenzioni.

Dico le cose che dico, faccio le cose che faccio e prendo le decisioni che prendo perché penso che il futuro del fumetto sia qualcosa per cui valga la pena combattere.

Non mi importa cosa possano dire gli altri o quanto si offendano, non mi smuoverò di un passo dalla mia posizione: che i fumetti non siano mero materiale promozionale per film, giochi e videogame.

Questo significa che non esistono bei fumetti tratti da film, giochi e videogame?

Ovviamente no: gli scrittori e i disegnatori che rendono quest’industria tanto magnifica sono troppo talentuosi per farmi venire qui a dire che non sono capaci di produrre i migliori fumetti su licenza possibili.

Ma non importa quanto questi fumetti possano essere buoni, non importa quanto possano essere grandiosi, questi fumetti non sono il futuro.

La nostra concorrenza però, riconoscendo il successo che abbiamo ottenuto e la maniera in cui continuiamo a prosperare, sta iniziando ad avere un rinnovato interesse nei fumetti creator-owned.

Applaudo lo sforzo, come farei per qualsiasi cosa che riconosce gli sforzi degli uomini e le donne che realizzano fumetti, ma troppo spesso i fumetti che stanno pubblicando sono così palesemente non creator-owned che il meglio che possono fare è chiamarli creator-driven, ossia gestiti dagli autori.

Eccone una per voi:

“Creator-driven.”

È evidentemente assurdo che qualcuno voglia anche soltanto provare a supportare quella parola, la definizione del requisito minimo necessario per la creazione di buoni fumetti.

Non mi ricordo chi abbia esattamente coniato quella parola, ma è successo al ComicsPro a cui ho partecipato in precedenza quest’anno, durante una conferenza a cui partecipavano rappresentanti dei nostri quattro più stretti concorrenti.

Qualcuno – ho scordato chi esattamente – disse che al pubblico che compra i fumetti non importa dei fumetti creator-owned, e qualcun altro durante la conferenza è intervenuto dicendo che l’importante era che i fumetti fossero ‘creator-driven’, gestiti dagli autori, inducendo tutti gli altri a convenire su questo punto.

Magari creator-owned non è un termine attraente quando si parla di vendere o promuovere un fumetto, perché in definitiva quello che i lettori vogliono più di ogni altra cosa è di essere attratti, emozionati e intrattenuti dalle serie che stanno leggendo.

“Creator-driven.”

Di nuovo, è il passato che parla, mentre incombe appeso a un filo.

L’errore che i miei colleghi continuano a compiere, quello che non riescono a comprendere, è che ‘creator-owned’ importa assai agli uomini e alle donne che scrivono e disegnano fumetti, perché vogliono un futuro migliore.

La differenza fra creator-driven e creator-owned è che uno di questi termini è una parola ambigua per indicare un principio di quest’industria che sarebbe dovuto essere rivisto molto tempo fa, mentre l’altra parola descrive qualcosa di reale e per cui vale la pena combattere.

Da Jerry Siegel e Joe Shuster a Jack Kirby e Alan Moore, da Brandon Graham a Brian K. Vaughan a Kelly Sue DeConnick, i creatori di fumetti conoscono per davvero la differenza fra l’ottenere un buon accordo e pescare la pagliuzza più corta.

Ecco perché Image continuerà a realizzare i migliori fumetti, fatti dai migliori fumettisti, senza costringerli a consegnarci la parte più consistente dei loro profitti e neanche l’1% dei loro diritti.

Ed ecco perché Image continuerà a crescere.

Le persone ci derisero quando dissi che il nostro obbiettivo è quello di diventare l’editore numero uno, ma considerate questo:

l’anno che ho assunto il ruolo di publisher, la nostra quota di mercato annuale era più o meno del 3%.

L’anno scorso era dell’8%.

Al giro di boa dei sei mesi di quest’anno, puntiamo decisi al 10%.

E questo non perché i fumetti che pubblichiamo sono creator-driven, ma perché sono creator-owned.

Pensate davvero che i fumetti creator-owned non importino?

Gli uomini e le donne che lavorano in questa industria, e gli uomini e le donne che aspirano a lavorare in questo business vi stanno dicendo una cosa diversa:

I fumetti creator-owned sono il futuro.

*via Image Comics

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