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Italia state of mind: Long Wei e il paese che non vuole eroi

Visto che questo articolo la prende alla larga, chiarisco subito un paio di cose. Long Wei è stata a mio avviso una buona serie, con qualche punta di eccellenza e solo un un paio di tonfi davvero svilenti. Il team creativo ha saputo fare i salti mortali, per far quadrare il possibile all’interno di un sistema produttivo e di un’idea di fondo che non facevano nulla per venirgli incontro. Il problema è quindi un altro. Detto ciò, possiamo procedere: Long Wei è arrivato al capolinea. Ripercorriamone il percorso. 

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E con il numero 12 arriva all’ultimo episodio la serie italiana più coraggiosa degli ultimi anni. Vista la potenza e la freschezza del concept, le aspettative per Long Wei erano altissime. E soprattutto rispetto alla qualità narrativa/artistica, più che rispetto alle crude vendite. Aspetto che – tra le altre cose – a noi lettori dovrebbe interessare pochissimo, invece di costituire materiale per sterili polemiche.

Ideare e sviluppare un fumetto di genere attorno alla figura di un immigrato, il tutto all’interno di un set completamente italiano, dovrebbe costituire argomento di conversazione già succulento di per sé. Introspezione al minimo, e pedale ben pigiato su azione e dinamismo, concentrandosi per una volta sugli outsider e non sul consueto eroe pre-masticato. Un sacco di botte consegnate in un pacchetto aggressivo e accattivante come non se ne vedeva da tempo (dalla testata alla costruzione delle copertine, fino alla scelta dei singoli disegnatori). Tutto sembrava (e, per certi versi, lo è stato, come chiariremo tra qualche paragrafo) perfetto. Un fumetto popolare italiano che non sembrasse provenire dagli anni Ottanta. Finalmente anche noi potevamo avere la nostra metropoli intrisa degli afrori di cemento polveroso e catrame bagnato, mentre lingue ed effluvi di paesi lontani ci proiettavano in un mondo cosmopolita e moderno. Già ci vedevi lo stile (per qualche strana reminiscenza anni ’90 che non riesco a identificare, immaginavo personaggi in tuta Adidas), la strada, lo slang. Per una volta, però, tutto avrebbe parlato la lingua di casa nostra. Cajelli e Genovese ci avrebbero mostrato dove guardare per vedere tutto questo.

Milano sarebbe potuta sfuggire alla maledizione di Sky. Non sarebbe più stata rinchiusa sempre nella stessa identica inquadratura dei nuovi palazzi di Garibaldi / Porta Nuova ripresi dal basso. E neppure nel coattismo da hinterland dei ragazzini con il cappellino Milano State of MInd, una celebrazione d’orgoglio talmente intrisa di sudditanza da soft power da non prendere neppure le distanze dal modello originale.

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E invece abbiamo fatto male i nostri conti. Il capoluogo meneghino non è la Londra post-rave di Phoo Action (e neppure quella ghettizzata di Attack the Block). Non è la Seul ultrastilizzata di City of Violence e neppure il labirinto meta-urbano della Parigi delle produzioni di Luc Besson. Milano, come tutte le altre città d’Italia, è un paesello provinciale fuori misura (e non è detto che sia una cosa del tutto negativa).

All’epoca del primo numero di Long Wei mi lamentavo di come l’ambientazione italica fosse limitata a qualche sfondo da cartolina. Un po’ come succedeva con la Roma dipinta nel The Way of the Dragon di Bruce Lee (tra l’altro omaggiato nell’albo in questione). A distanza di quasi un anno sarebbe arrivato “Gli Artigli”, forse l’episodio più bello di tutta la serie, a smentirmi con la delicatezza di un pugno in faccia. Eccezionale sotto ogni punto di vista. Ma soprattutto profondamente autoctono. E infatti non ci sono le corse folli nelle banlieue, folkloristiche escursioni nella micro-criminalità da pub, gang multicolori o sparatorie in sale da te. Niente di tutto questo. Abbiamo, qui, un protagonista costretto a gestire tutta l’azione a distanza, bloccato nella fila per il permesso di soggiorno. Una trovata geniale e annichilente, in egual misura. Andamento da commedia, un sacco di azione ben coreografata, comprimari semplici eppure funzionali (eccezionale il fornaio albanese). Un numero praticamente privo di difetti, che però dimostra come l’ambientazione italiana sia un percorso minato anche per il più abile degli sceneggiatori.

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Per quanto la vita nei quartieri popolari possa essere dura – nessuno lo mette in dubbio – l’ambientazione del Bel Paese assume realismo e si carica di empatia solo quando sfora nel grottesco, nel provincialismo e nello sminuimento di ogni parvenza di serietà. I giornalisti veri direbbero “nel volemose bene”. E infatti l’unico aspetto reale dell’episodio 8 – “Le maschere”, altra uscita davvero impeccabile, che si apre con una rapina molto simile a un paio di colpi portati a termine sulle autostrade lombarde – pare preso di peso da un film Michael Mann (e lo stesso Cajelli ci scherza sopra).

Occorre un altro esempio? Prendete la serie tv (italiana) del momento, Gomorra. Magnifica sotto ogni punto di vista. Nessuno manca di far notare il taglio internazionale con cui è stata confezionata. E infatti di partenopeo non ha nulla. Non basta mettere la macchietta del mago della finanza milanese e quattro inquadrature delle Vele. Se al posto del napoletano fosse stata doppiata in spagnolo e avessero eliminato quelle quattro inquadrature inequivocabili, dubito che qualcuno avrebbe potuto dedurre la sua reale provenienza. Non a caso, il risultato è una mazzata senza pietà, una rappresentazione agghiacciante del male più assoluto. Ogni singolo aspetto davvero importante nella costruzione delle atmosfere non ha legami con il nostro paese (dalla fotografia alle musiche dei Mokadelic, tanto che la traccia hip-hop dialettale piazzata sui titoli di coda sembra capitata lì per caso).

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Prendiamo invece il suo diretto predecessore, la serie Romanzo Criminale. Serie dove tutto doveva strillare ITALIA! a caratteri cubitali. Dai costumi alle meccaniche sociali. Per quanto il livello di scrittura e di regia fosse impeccabile – e quasi inedito, per lo standard della nostra tv – si finiva sempre e comunque per scivolare in un livello di piacioneria decisamente pericoloso. I membri della Magliana e Ciro sono criminali alla stessa maniera. Ma i primi si ritrovano in un baretto come quello che tutti avevamo vicino a casa, si comportano come solo i nostri connazionali farebbero e, alla fine, finiscono quasi per essere personaggi positivi. Disinnescando completamente l’intento della serie. O dandogli un senso completo, facendoceli apparire come italiani al 100%. In qualsiasi caso la serie perde di mordente, aggressività e cattiveria. Non siamo ai livelli di qualche ispettore disperso nella provincia profonda e godereccia, ma la durezza e la mancanza di compromessi dei fumetti neri, del poliziesco e del noir alla Scerbanenco – tutte cose legate alla nostra cultura popolare – paiono ricordi lontani.

Non fraintendetemi: un’industria dell’intrattenimento dove ogni ritratto della penisola sembri uscito dalle pagine di Giuseppe Genna non lo auguro a nessuno. Long Wei doveva essere la stessa cosa, ma in chiave più leggera e divertita. E invece trova ambientazione in un mondo che concede il meglio di sé in una fila per sbrigare questioni burocratiche. In questo senso la serie è stata portata avanti in maniera perfetta. Tutto ciò che è italiano in Long Wei è piccolo e privo d’importanza. Le vicende più clamorose e i personaggi più tosti sono sempre relegati all’estero, come nell’episodio “Il Tempio”. Se appare un soldato duro come la roccia, come minimo è ceceno, mentre al massimo un italiano è un picchiatore da bar (scavalchiamo la questione dei serial-killer immobiliaristi). O un subdolo al servizio di qualcun altro. O una mezza tacca di criminale, come il co-protagonista Vincenzo Palma.

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Se la si guarda da questo punto di vista, la serie acquista un significato politico profondo, veicolato magnificamente. Il senso di smarrimento di questi anni lo ritroviamo anche nella perdita di maschere popolari e figure mitiche che, un tempo, costituivano l’ossatura del nostro immaginario nazional-popolare. E’ davvero così difficile avere un Rocco Musco (per citare una pellicola cara a Cajelli) nel 2014? Un personaggio duro, immortale, sgradevole, eppure italiano in maniera inequivocabile? E se perdiamo i cattivi, non parliamo dei buoni. A fare quelli non siamo mai stati capaci. Infatti Long Wei l’abbiamo dovuto far arrivare dalla Cina.

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