Focus Profili Da Batman a Sin City, un'intervista a Frank Miller

Da Batman a Sin City, un’intervista a Frank Miller

È il 1994 e Gotham City è lontana. A migliaia di chilometri. E l’atmosfera che si respira in un afoso pomeriggio romano non ha niente della metropoli gotica in cui vive e agisce Batman. Incontriamo Frank Miller in un accogliente albergo sull’Aventino (l’autore e disegnatore è a Roma, ospite di Expo Cartoon), e quando iniziamo a parlare ci confessa di avere ancora negli occhi gli affreschi della Cappella Sistina che ha visto poche ore prima.

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Signor Miller, perché e quando ha cominciato a scrivere e disegnare fumetti?

Ho cominciato a fare fumetti perché sono cresciuto leggendo fumetti. Avevo 18 anni, stavo a New York e il mio primo maestro è stato Neal Adams.

Lei ha rivoluzionato il linguaggio dei comics americani. Quali sono gli autori ai quali si è ispirato e che hanno contribuito a questa svolta?

Prima di scrivere Il ritorno del Cavaliere Oscuro lavoravo per la Marvel. Ogni mese disegnavo il mio bravo episodio del mio bravo supereroe, ma intanto mi guardavo in giro, leggendo e studiando il fumetto giapponese, Goseki Kojima soprattutto, e quello europeo. È così che è nato Ronin, che per il mercato americano è stata una vera novità. Mi è difficile dire quali autori mi abbiano più influenzato, ma è certo che tutto è cominciato dalla scoperta di Moebius. Poi Hergé, ma anche Milo Manara, Enki Bilal, e tra gli italiani Sergio Toppi e… ma certo, Hugo Pratt! Uno dei miei eroi.

E che cosa di questi autori l’ha influenzata di più?

Due cose. La qualità del colore, del disegno, della scrittura. E la libertà: nella composizione, nel respiro delle storie. Gli autori americani di allora erano come intrappolati.

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Il suo Batman è un supereroe completamente diverso dai precedenti: più violento, più cupo, amaro, persino un po’ disperato. Da che cosa è stato determinato questo cambiamento? E la mutata condizione sociale ha influito in qualche modo?

Certamente. Dopo la Seconda guerra mondiale, molti editori di fumetti americani decisero di fare storie destinate solo ai bambini e dettarono delle regole ferree per cui i fumetti dovevano descrivere un mondo bello e meraviglioso in cui l’autorità era sempre dalla parte del giusto, i politici e i poliziotti non erano mai corrotti. Tutto era talmente banale da essere stupido; ed era assurdo che in un mondo senza cattivi ci fosse qualche pazzo vestito da pipistrello che andava in giro a catturare criminali. Io vivevo a New York e intorno a me vedevo invece tanta corruzione, violenza e criminalità, vedevo anche quello che accadeva nel mondo, che era diventato confuso e “scuro”. È così che le metropoli, Gotham e Sin City, sono diventate finalmente un buon posto per Batman.

Si è detto che il suo era un supereroe dell’era Reagan. E oggi, con la presidenza Clinton, è mutato qualcosa?

Sì, c’è stato un notevole mutamento sociale, ma io sono un cartoonist e devo far divertire, qualsiasi cosa succeda. Insomma, non ho un’agenda politica per i miei fumetti. E poi la politica è temporanea, le emozioni, i drammi, il bene e il male sono eterni. Tutto il resto passa.

La violenza nei comics fa male?

Penso di no: Credo che le persone abbiano paura della violenza nei fumetti se non sono in grado di capire la violenza che c’è nella realtà. In Giappone si producono i film e i fumetti più violenti del mondo, eppure c’è molto meno criminalità.

Il suo stile grafico, in questi ultimi anni, è molto cambiato. In Batman c’erano tavole molto complesse, ricche di vignette e un uso particolare del colore. In Sin City c’è un bianco e nero totale, senza sfumature e un’essenzialità del segno.

Sin City è un lavoro a cui pensavo fin da giovane: Sin City è un luogo, un posto dove le mie storie criminali succedono, non è un personaggio singolo. Con Batman ho cercato di fare un fumetto come fosse cinema. Oggi faccio un fumetto per arrivare dove il cinema non può arrivare. I comics non sono cinema di carta, ma una forma d’arte autonoma.

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Lei ha lavorato per il cinema, come sceneggiatore, in Robocop. Quali sono i suoi rapporti con Hollywood, e pensa di lavorarci ancora?

Per il momento no. Ora preferisco fare solo comics, in totale libertà, quella che un artista deve avere. Nel cinema ci sono troppi boss che ti girano attorno. Mi è stata offerta l’opportunità di fare un film da Sin City, ma ho rifiutato e vorrei che non lo facesse nessun’altro.

Cosa pensa dell’ultima generazione dei supereroi, iperviolenta e iperdinamica? Mi riferisco ai personaggi creati dal gruppo di autori raccolti sotto l’etichetta Image.

Sono pura energia e azione. Portano alle estreme conseguenze il lavoro iniziato dal grande Jack Kirby. Penso che gli artisti della Image abbiano fatto qualcosa di buono per i comics Usa. Se non altro hanno fatto vedere ai ragazzi che i supereroi non erano solo quelli della Marvel.

Le figure femminili, nel fumetto americano, di solito, sono degli stereotipi, poco più che delle pin-up da copertina. Lei, prima con il personaggio di Elektra e poi con Marta Washington, una ragazza di colore, ha cercato di cambiare.

Credo che continueremo a vedere uomini molto maschili e muscolosi e donne molto femminili e sexy, perché queste sono ancora le nostre fantasie. Anche se mi sforzo di trovare altre strade, resto sempre un uomo e disegno quello che vedo come uomo.

*L’intervista è stata originalmente pubblicata su l’Unità il 15 maggio 1994. È curioso notare come, nella risposta sui rapporti tra cinema e fumetto, Frank Miller mostri un certo distacco e neghi, praticamente, di voler fare un film da Sin City: cosa che invece, poi, ha fatto circa quindici anni dopo.

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