Pipistrelli d’oriente: il Batmanga arci-pop di Jiro Kuwata

Qualsiasi industry passa, prima o poi, attraverso periodi particolarmente floridi. Per l’appassionato medio di cultura pop, la conseguenza più positiva è che in questi frangenti i produttori danno alle stampe un sacco di materiale nuovo, quasi avessero perso una specie di “pudore editoriale”. Certo, si tratta anche di mere bolle speculative, accelerazioni di mercato in cui l’importante è gettare qualcosa in pasto ai consumatori, al di là della qualità. E’ il momento della Grande Abbuffata: quello in cui si può mangiare fino a scoppiare, non certo mettersi a fare i raffinati gourmet. E se in queste parentesi di bulimia consumistica non sono mai mancati gli sciacalli, bisogna pure ammettere che un sacco di esperimenti assurdi sono riusciti ad infilarsi tra gli ingranaggi dell’apparato produttivo, e proprio grazie alla quasi completa dissoluzione dei criteri di selezione.

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Prendiamo il grande regista giapponese Seijun Suzuki. Oggi è considerato tra i più grandi cineasti orientali di sempre, eppure per tutta la sua carriera si è dovuto mimetizzare tra le pellicole a zero budget della Nikkatsu. Mentre i grandi capi stavano con il fiato sul collo dei progetti più costosi, i mestieranti nelle retrovie arrivavano direttamente sul mercato senza passare dal via. Le carenze pecuniarie venivano compensate dalla libertà creativa, cosa impossibile da ottenere lavorando a pellicole destinate a grandi incassi. Immaginatevi un visionario come Suzuki quanto abbia goduto di questo.

Altro fenomeno caratteristico di questi periodi è il saccheggio costante – e “impunito” – di idee già collaudate. Non si può perdere tempo sviluppando qualcosa di inedito. Se occorre un nuovo titolo si prende una proprietà intellettuale già di moda e la si localizza (eufemismo), con risultati spesso squisitamente deliranti. Restando in ambito cinematografico, e volendo fare un esempio che vada aldilà del mai troppo venerato spaghetti western, verrebbe da citare uno dei capisaldi più psicotronici della serie B mondiale: il manifesto “Super Inframan”. Un tokusatsu in puro stile nipponico, girato a Hong Kong rubando a piene mani dall’estetica di Mario Bava (o, meglio ancora, dallo stile-Bava assimilato dai registi di genere dell’industria cinematografica orientale; vedi il Yasuharu Hasebe di Black Tight Killers). Questo perché all’epoca le sale cinematografiche dell’ex-colonia inglese parevano non essere mai sazie, e gli scaltri dirigenti della Shaw Brothers pensarono bene di allargare il loro campo d’azione mettendosi a produrre in casa anche generi esteri (vedi anche il noir al femminile The Lady Professional). E proprio questo stesso iter portò nelle edicole giapponesi del 1966 il primo numero di Batman Shonen King.

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Il neonato filone shonen era appena nato, e si allargava a macchia d’olio, mentre in televisione impazzava il telefilm del pipistrello interpretato da Adam West. Non ci voleva un genio per intuire quanto questa combinazione potesse essere lucrosa. Peccato che le cose probabilmente non andarono così, visto che la pubblicazione si fermò dopo solo un anno. Poco male, perché il culto di questa piccola scheggia impazzita – resa ancora più ricercata, come succede sempre in questi casi, dal tonfo di pubblico – aumentò anno dopo anno. Tanto che nel 2008 il designer superstar Chip Kidd gli dedicò addirittura un volume celebrativo di quasi 400 pagine (tomo che non ho mai avuto la fortuna di sfogliare, ma conoscendo Kidd è facile immaginarne quantomeno la bellezza grafica).

Questa la storia fino al 2014, quando DC Comics decide di rimettere sul mercato la serie, intitolata Batman: The Jiro Kuwata Batmanga, e proposta in formato (almeno inizialmente) esclusivamente digitale. Per forza di cose il metodo meno rischioso per pubblicare un gran numero di pagine preziose, eppure difficilmente spendibili in un mercato sempre più omologato come quello odierno. Ed è un peccato che molti evitino quest’opera etichettandola come la solita, folkloristica follia nipponica. Perché spesso in queste localizzazioni coatte emerge, con una prepotenza ancora più marcata rispetto alle opere autoctone, il vero spirito dell’industria culturale del paese che la ospita.

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Proprio come nel già citato Inframan, dove le tutine da supereroe giapponese per una volta sfuggono dalla stasi e dai ritmi stralunati del loro cinema per affondare fino al collo nell’ipercinesi e nel culto dell’accumulo cantonese. Alla stessa maniera il Batmanga di Jiro Kuwata sfugge dai canoni del comics statunitense e si lercia di una sottile patina necrofila e deforme, anticipando di almeno quarant’anni i concetti sviluppati poi da Grant Morrison (per sua stessa ammissione, grande fan della serie) nel corso della sua run per il personaggio DC. Seppur in maniera ingenua e naif, il perturbate irrompe sulle pagine del custode di Gotham e ci porta scienziati folli intenzionati a distruggere tutti i volti del mondo, esseri misteriosi capaci di tornare dalla morte, criminali rimbalzanti,…

Certo, Batman è poco più che un pupazzetto, privo di qualsiasi spessore. Rispetto alla versione DC non esita a colpire un suo antagonista con una palla demolitrice, ma è poca roba. Il vero focus del progetto è incentrato sui coloriti, cervellotici, deliranti criminali che paiono essere attirati nei paraggi di Batman come mosche sul miele. A Jiro Kuwata non interessa nulla di Bruce Bane, lo sfrutta solo come collante tra un arco narrativo e l’altro. Un McGuffin con il nome in copertina. Quello che più gli interessa è tessere arzigogolati piani criminosi e disegnare fantastiche tutine da villain. Le sue straordinarie matite – così ingenue, così pop – fanno il resto. Non si fa fatica a capire perché Chip Kidd (e un sacco di altra gente) sia impazzita per questa manciata di uscite. Ovvero, perché calzano in maniera stupefacente il loro ruolo di culto bizzarro e inoffensivo da sembrare finte.

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Uno dei tanti fumetti finto-vintage che si possono trovare sulla rete, ma con in più la concretezza e la credibilità che solo gli originali si portano dietro. Un distillato di ciò che ci si aspetterebbe dal processo speculativo descritto sopra: la perfetta fusione tra produzione di massa statunitense e giapponese. Un classico così generico da apparire particolarissimo. Un pattern grafico che potresti applicare a praticamente ogni oggetto di consumo (non a caso l’unico testo storico-critico sul tema l’ha scritto un designer) ma che richiamerà sempre valori eclettici e desueti. Siamo nel campo del pop più puro, di quello che è sempre esistito nonostante si sia presentato al pubblico per pochi istanti. Uno di quei volumi che magari non avresti nessun interesse a leggere, ma che non possono mancare nella tua libreria. Miracoli della speculazione, e della nostra incredibile capacità di cascarci ogni volta.