All you need is kill: l’amore dà un senso a quello che viviamo

Aspetto sempre con curiosità i nuovi lavori di Takeshi Obata, perché i precedenti mi hanno lasciato, in fin dei conti, una sorta di amaro in bocca. Come la maggior parte del pubblico occidentale, ho conosciuto l’artista grazie al suo lavoro su Death Note, un’opera alla quale riconosco indubbi meriti (prima di tutto narrativi), ma che confesso non mi ha mai entusiasmata a causa di una strutturale mancanza di emotività nei personaggi. Se la scrittura – mi si passi il termine – “anaffettiva” della sceneggiatrice Tsugumi Oba era senza dubbio una ricchezza nel contesto di una storia cerebrale come quella di Death Note, ciò si è rivelata un grosso limite nel successivo Bakuman, un manga slice of life che risultava innecessariamente freddo. L’amaro in bocca di cui vi parlavo, quindi, non deriva dalla qualità del disegno di Obata, che è evidentemente molto alta, quanto piuttosto dalla mia curiosità di scoprire come si sarebbe comportato il suo tratto se messo a servizio di una sceneggiatura più emotiva.

In questo senso, la lettura di All you need is kill (due volumi, editi in Italia da Planet Manga) mi ha decisamente soddisfatta.

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Il mondo di All you need is kill è devastato dalla solita guerra tra gli esseri umani e la razza aliena della settimana, i Mimic. Keiji Kiriya, una giovane recluta della United Difence Force, viene ucciso nel corso della sua prima battaglia, ma anziché morire si risveglia il mattino del giorno precedente: da quel momento in poi rimarrà intrappolato in un loop temporale, che lo costringe a rivivere all’infinito gli stessi due giorni col loro tragico esito. Nel tentativo continuo di sopravvivere alla battaglia e vedere finalmente il domani, Keiji si avvicinerà a Rita Vrataski, una soldatessa leggendaria detta “la full metal bitch”, un membro delle forze speciali americane prigioniera come lui del loop.  Il manga parla di questi due giovani, e del modo in cui le loro solitudini s’incontrano sul campo di battaglia.

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La trama, che di per sé non è nulla che si distacchi dai canoni classici della fantascienza, è forte di due particolarità. La prima è l’impiego del tòpos dei viaggi nel tempo in un contesto militare, dove il sistema del loop è letteralmente parte della strategia non solo dei protagonisti, ma anche dei loro nemici. I Mimic, infatti, risultano praticamente imbattibili perché in possesso della tecnologia necessaria a resettare la linea temporale nel momento in cui la battaglia volge a loro sfavore. Inoltre, se il viaggio nel tempo è solitamente appannaggio di un unico personaggio (nei casi in cui questo non sia vincolato all’uso di un particolare mezzo o strumento), qui siamo davanti a due personaggi col medesimo potere, ma due modi diversi di controllarlo – Keiji attraverso la morte, Rita attraverso l’eliminazione consapevole di un determinato Mimic responsabile del loop temporale. Queste variazioni riescono a rendere intrigante un tema che, altrimenti, avrebbe già da tempo esaurito la sua attrattiva.

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La seconda particolarità, invece, è la scelta – forse funzionale al media, visto il formato “ridotto” – d’incentrare la narrazione non tanto sulle azioni di guerra o sulla ricerca di un modo concreto per liberarsi dal loop, ma piuttosto sul rapporto tra i protagonisti. Il loro incontro li cambia, ridà un senso ai giorni sempre uguali, perché finalmente non sono più soli. A ogni risveglio Keiji sa benissimo che Rita non ricorderà neanche il suo nome, però non gli importa, a lui basta sapere che lei esiste, e che presto si conosceranno di nuovo. Se il loop è una metafora della guerra, che si ripete insensata e cruenta, fino a rendere insensibile chiunque la viva, il sentimento che nasce tra questi ragazzi è il ritorno ad una dimensione umana e quotidiana, e quindi anche alla capacità di sperare.

Insomma, l’amore dà un senso a quello che viviamo. È banale, ma direste forse che è falso?

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Dal punto di vista tecnico, il manga è ben riuscito. La sceneggiatura di Ryosuke Takeuchi, tratta dalla light novel di Hiroshi Sakurazaka, è asciutta, ben strutturata e con un buon ritmo. La scelta di non dare informazioni sul background dei Mimic è fare di necessità virtù: da un lato non appesantisce la storia con ammorbanti spiegoni che saturerebbero le poche pagine a disposizione, dall’altro trasmette tutta l’impotenza degli esseri umani, costretti a difendersi da un nemico di cui non conoscono nulla.

Il disegno di Takeshi Obata rende un enorme servizio alla storia, specie nelle numerose scene di guerra, dove gestisce abilmente tavole dinamiche e ricche di dettagli. Molto belle anche le combat suite, che ci rivelano il suo talento per i mecha. I personaggi, invece, risultano forse un po’ troppo “bellini” per il contesto: va bene lo sci-fi, va bene l’estetica shonen, ma è possibile che Rita – americana – dopo centinaia e centinaia di battaglie, non abbia nemmeno un muscolo? Discutibile ma “giustificata” la meccanica moe, decisamente inutile e fastidiosa la cuoca pettoruta in shorts (in una base militare, sul serio?).

All you need is kill è un lavoro ben riuscito, pulito e non ridondante, che declina la fantascienza una forma teen intelligente ed esteticamente piacevole. Godibilissimo, ma se vi aspettate un’alta dose di violenza è forse meglio rivolgersi a un seinen.