Big Hero 6, la recensione del nuovo film Disney [No spoiler]

Ecco come sono andate le cose. Mi trovo al Comic Con di New York, e sono seduto in attesa che inizi il panel della Disney. Sotto ad ogni sedia c’è una borsa di carta che contiene alcuni omaggi promozionali marchiati Tomorrowland e un poster di Big Hero 6. Nella mia borsa intravedo anche un braccialetto bianco. Chris Hardwick, il moderatore, informa il pubblico che, in talune di quelle borse, alcuni troveranno un codice che, inserito nel sito See It First, permetterà l’accesso a una speciale proiezione del film con i suoi realizzatori. Il codice, continua Hardwick, è stampato su un braccialetto bianco. Frugo per bene, ed ecco: ce l’ho.

Vedere Big Hero 6 è stato quindi un colpo di fortuna. Accidentale, inatteso, non voluto. Tutto il contrario del film stesso.

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Big Hero 6

Sulla costruzione del film (evitando gli spoiler). Big Hero 6 è forse il primo prodotto ideato, pensato e congegnato sotto l’egida di John Lasseter (tutti i film usciti tra il 2007 e il 2013 erano entrati in produzione o scritti tra gli anni Novanta e i primi Duemila). Ci sono voluti soltanto tre anni e mezzi per realizzarlo, un tempo abbastanza ridotto per un film animato, che richiede in media quattro anni di lavoro. I precedenti Ralph Spaccatutto e Frozen (quest’ultimo aveva lo stesso head of story, Paul Briggs) avevano una struttura molto visibile. Tutti gli elementi che andavano a sciogliere il terzo atto erano cioè palesi, e non v’era intenzione di mascherarli. Se Spaccatutto poteva vantare almeno un compartimento visivo di peso, Frozen faceva di questa debolezza un peccato capitale, perché al di là dell’intreccio tra i personaggi, non c’era granché da guardare. A parte tanta neve.

Big Hero 6 segue la scia e dispone gli elementi narrativi senza farne mistero, ma è più parente di Spaccatutto per la quantità di colori, luci e suoni che getta in faccia allo spettatore. L’eterocromia del film è rappresentata dal gruppo di eroi, con i loro costumi sgargianti ed esagerati, ma anche dalla città di San Fransokyo. Il nome – un pessimo gioco di parole tra San Francisco e Tokyo – non è forse dei migliori, ma il design mischia con efficacia l’architettura vittoriana della California con l’estetica orientale, creando strati continui di scenografia, e donando l’intensità di un film dal vero.

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Di giapponese c’è tanto anche nel design dei personaggi, specie Baymax, un Totoro 2.0 che si impone sulla scena (anche se molte del sue gag non sono originalissime) e veicola il film grazie anche alle interazioni con il protagonista Hiro. Ragazzino prodigio, il quattordicenne Hiro è il nucleo vibrante della storia, e la sua linea narrativa, che comprende l’amicizia con Baymax, il rapporto con il fratello maggiore e gli scontri con il cattivo Yokai, è la più riuscita della pellicola e quella dove sono stati profusi sentimenti ed emozioni. Oltre all’elemento umano, è quello tecnologico a colpire: non solo il già citato Baymax, frutto di ricerche estensive nel campo della robotica, ma anche l’elemento della nanotecnologia dei microbot, sciame particellare che si ispira all’intelligenza collettiva delle formiche, graficamente interessante. Nella baraonda di effetti speciali e colori, la lezione del film è che non esistono di per sé entità positive o negative. È soltanto l’azione e gli eventi esterni a condizionare cose e persone.

Nonostante i creatori abbiano citato Duncan Rouleau e Steven T. Seagle (creatori del gruppo nel 1998, sulle pagine di Alpha Flight) come i principali ispiratori, il film pesca dalla loro reinvenzione operata da Chris Claremont nel 2008, ma si prende anche molte libertà creativa. Credo che sfruttare una property sconosciuta come Big Hero 6 sia stata l’idea vincente dell’operazione, per gli ovvi risvolti pratici (di sicuro la Marvel avrà messo un veto su quali personaggi “concedere”, in modo da non bruciare dei potenziali franchise dal vero) e perché nell’animazione i film vengono scritti e riscritti infinite volte e il materiale di base viene stravolto. Farlo con dei personaggi con una storia editoriale riconosciuta non avrebbe avuto, forse, altrettanto senso.

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Tuttavia, due sono i limiti principali del film. Primo e più grave, per un cartone che si chiama Hero 6, il cast di supporto: stereotipato, pallido e risibile, serve all’unico scopo di strappare risate facili. Poiché l’unico eroe sviscerato a modo è il protagonista, tutto il resto sfuma in secondo piano. Il secondo problema è invece stilistico: c’è una incertezza a livello di direzione che pesa sulla messa in scena, specie per quanto riguarda regia e musiche. I segmenti più concitati, un inseguimento in particolare, sono del tutto dissociati da qualsiasi tipo di credibilità realistica. La cinepresa virtuale piroetta per lo spazio in maniera voluttuosa e si preoccupa poco di ‘stare’ coi protagonisti. Senti la velocità, insomma, ma non il pericolo. È un classico problema connaturato all’industria degli effetti speciali – e dell’animazione al computer – per cui le stravaganze di regia sono economicamente vantaggiose. Essendo i prezzi tarati in base alle inquadrature e al numero di tagli, se un’inquadratura costa 80.000 dollari, perché scegliere una ripresa fissa, quando posso fare un volo pindarico tra le strade cittadine? Tanto vale spenderli per qualcosa di visivamente impressionante, piuttosto che qualcosa di funzionale al racconto. In questo modo, però, si perde di vista la narrazione.

Ancora, la musica e il suono sono appiccicati alle scene con una certa leziosità. Si avverte il timore che una scena possa non trasmettere le emozioni volute, e si tenta perciò di ficcarle a forza nella gola dello spettatore con una musica scontata e un sonoro marcato. Insomma, ci sono alcune magagne nella gestione fattuale del film che creano un effetto staccato, nel senso musicale del termine.

Lungi dall’essere un capolavoro, Big Hero 6 ha in sostanza molto cuore, è genuino nella volontà di intrattenere un pubblico trasversale (e Baymax non è stucchevole – e irrilevante – come Olaf) e si fa guardare senza voler rivoluzionare il modo di raccontare una storia di origini. Date le premesse – l’adattamento di un fumetto mediocre degli anni Novanta – un’impresa non eroica, ma quasi.