Recensioni Novità Pompei di Toni Alfano, e i suoi confini

Pompei di Toni Alfano, e i suoi confini

Un lavoro come Pompei dell’esordiente Toni Alfano suscita diverse domande. Ma partiamo con calma, perché Pompei è un lavoro sfuggente e non di facile lettura. Un conto è sfogliarlo, gettare uno sguardo tra le suggestive tavole, scorrerle seguendo le pieghe del segno; altro è capirne la logica interna, fatta di allusioni e illusioni, e capire che cosa ci troviamo tra le mani. Una buona dose di riserve dovute alla natura ancora acerba della poetica di Alfano si stempera, però, grazie alla forte carica empatica che in alcuni momenti la sua “prosa” riesce a creare, riuscendo pertanto ad arginare i problemi di un lirismo intimista che potrebbe facilmente degenerare in un prezioso onanismo.

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Pompei è presentato in quarta di copertina come “un viaggio visivo folgorante”, un “passo avanti” per il graphic novel: un territorio dove è possibile spingere questa dubbia e “giovane” forma di narrazione. Nei suoi 5 capitoli, Alfano alterna modi e forme diverse di narrazione, toccando in maniera liminare il fumetto, usando strategie meticce, che incorporano prosa lirica, poesia, diario, memoriale, flusso di coscienza, illustrazione, fumetto e narrazione tout court.

Mentre la lettura procedeva, seguendo le pieghe e le digressioni di questo flusso, ho cercato di definirlo, di chiuderlo – inutilmente – in una forma che ne carpisse la natura. A primo acchito ho pensato di chiamarlo comic poetry, a torto forse. Ha scritto Daniele Barbieri:

In poesia, la parola è…molto opaca. Continua certo a rimandare al suo significato, ma chiede al lettore di essere percepita anche di per sé, e per le relazioni visive e/o sonore che ha con le parole circostanti. Che cosa vuol dire allora, fare poesia a fumetti? Forse non basta prendere un testo poetico e aggiungergli delle immagini. Magari bisogna… pensare a una sorta di metrica visiva, ovvero un sistema di rimandi, una struttura plastica, che mentre è anche funzionale al racconto, possiede un senso autonomo, più relazionale che referenziale.

L’esempio che Barbieri porta a testimonianza della sua tesi è una tavola di Little Nemo: quello che interessa al semiologo è evidenziare le assonanze, i richiami, il ritmo, in sintesi la costruzione della tavola come un organismo non fatto di parti giustapposte finalizzate solo alla narrazione a alla concatenazione di elementi testuali, verbali e iconici in un costrutto che debba veicolare un’informazione fosse anche questa di carattere non strettamente diegetico, ma come un tutto in cui le parti rispondono ad una forma. Una forma formata che grazie alla lettura si riattiva, si anima, si muove, così come la poesia diventa ritmo, misura, pausa: sostanzialmente musica. Assume una cadenza ben precisa.

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Questa idea metrica del fumetto rende lo stesso un agile strumento di adattamento di testi poetici (o di interpretazione, aggiungerei): «Mentre un singolo disegno si focalizza sull’illustrazione di un singolo verso, di una stanza o di un’immagine poetica, il fumetto ha la capacità di ricreare il senso della segmentazione di un testo poetico». Nella terza parte de Il Grande Male di David B c’è un adattamento della prima strofa del sonetto di Gérad de Nerval, El Desdichado. David B si limita a costruire una sequenza di quattro vignette che sono in relazione “semantica” con i primi quattro versi della prima strofa – ivi riportati in didascalia. (pp. 135-136 integrale coconino/fandango). Ma, non stiamo parlando di riduzioni o “traduzione” intersemantiche, ed un esempio del genere non ci dice nulla del parallelo che si può istituire tra le leggi di segmentazione dei due “linguaggi”. Secondo Steven Surdiacourt: «I diversi segmenti di un testo poetico…non sono solo le parti di un filo testuale che conduce il lettore dalla prima all’ultima parola, ma costituiscono anche una rete di significati in cui si relazionano l’uno all’altro in virtù della loro forma e/o contenuto. […] La frequente traiettoria di lettura di un fumetto (o un romanzo o qualsiasi altro tipo di poesia narrativa) potrebbe essere intesa come il risultato di una difficile negoziazione – da parte del lettore – tra il desiderio di procedere, per scoprire come va a finire la storia, e il desiderio di tornare indietro ed esplorale la trama di significato tessuta da e attraverso il testo.»

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Le relazioni tra i diversi segmenti fanno del singolo poema un rompicapo, ma senza dubbio il lettore del testo poetico non è attratto dal desiderio di capire “come finisce la storia”, quanto dalle relazioni possibili e dalle improvvise aperture di senso insite nelle pieghe del testo. Ora, Pompei si muove su un territorio in cui gli elementi testuali e le immagini di volta in volta collimano e divergono, allontanandosi – apparentemente – dalla fuga narrativa, ma paradossalmente spingendo il lettore – immerso in una forma libro – a chiedersi cosa succederà: cosa l’aspetta. In questo viaggio, soprattutto nelle prime due sezioni, la guida è la parola, mentre l’immagine ha qualcosa di realmente poetico e spettrale. Quest’ultima carattere deriva dal carattere perturbante delle immagini che scorrono in maniera subliminale: si ammantano di familiarità, ma nel contempo sono distorte, sfuggenti, sarcastiche. Dialogano con il testo e ci parlano: aprendo attraverso una metrica virata in bicromia uno spazio che potrebbe essere percepito come poetico. Vi sono suggestioni poetiche, ma non siamo in presenza di una poesia a fumetti.

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Queste immagini – sebbene al loro interno sia sedimentata un’opacità di senso – non parlano da sé: è il testo il motore dell’azione. E lo si capisce bene dalla seconda sezione, intitolata Trasumanar Riorganizar, dove siamo in  presenza di un memoriale: le immagini illustrano, sono un semplice correlato visivo. Secondo Kevin Huizenga:

La pagina standard del fumetto si è evoluta per raccontare un certo tipo di storia…ma se si sta scrivendo un fumetto realista, abbastanza complesso, probabilmente vi sarà la necessità di instaurare un rapporto differente tra testo e immagine…La tavola classica è pesantemente piegata a favore dell’immagine piuttosto che del testo. Tutti quanti specialmente i fumettisti, odiano quando c’è troppo testo in una tavola, ed ammetto che sostanzialmente ci dovrebbe essere una determinato equilibrio, ma credo anche che si stia tentando di fare un buon fumetto di realtà…allora bisognerebbe forzarlo in maniera che ci sia più testo. Ci deve essere più testo, perché la non-fiction ha generalmente una maggiore densità di informazioni.

Certo tra i fumetti filosofici e scientifici di Huizenga e le digressioni esistenziali di Alfano c’è una sonora distanza, però la materia sfuggente e densa di cui si occupa Pompei costringe l’autore a muovere l’equilibrio tra testo e immagini in favore del primo termine. La verbosità di Alfano è un limite a considerare Pompei come un buon fumetto: anche quando si entra nel vivo della narrazione – in particolare nella quarta sezione – si avverte un eccessivo peso della parola.

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Il quarto capitolo, intitolato Orinonautica, è composto da quattro racconti. Lo stile di Alfano qua cambia. Preferisce un tratto a matita, fatto di chiaroscuri e fortemente realista. I racconti conservano il tono limaccioso e onirico della prosa di Alfano. Si incentrano su temi minimi, fortemente disturbanti: giocano con le ossessioni, i ricordi, le favole e le paure infantili, hanno pretese metafisiche e ultimative. Un’escatologia minima e personale. Le strategie narrative del fumetto qua vengono nuovamente forzate: vi è la cella, vi sono i ballon, vi sono didascalie, ma sono ancora una volta non solo le immagini, ma anche tutti gli altri elementi del sistema fumetto orbitano intorno alla parola. In realtà, non è solo la maniera in cui lavorano testo e immagine quello che mi affascina di Pompei, ma è anche e soprattutto questo nucleo solido narrativo, questo spaccato favolistico nel flusso libero e liberatorio della prosa di Alfano, che mi incuriosisce.

Possiamo parlare ancora di graphic novel in presenza di un materiale narrativo così accidentato, fatto di materiali disomogenei in quanto a forma e riuscita e inanellati intorno alla sfuggente idea di una Pompei come luogo simbolico della decadenza tardo imperiale? Molto probabilmente no! Di romanzo qua non c’è traccia. Sarebbe alquanto noioso ritornare su argomenti che nonostante la loro giovinezza sono diventati alquanto tediosi, come quello per l’appunto di che cosa sia il graphic novel. E’ indubbio che graphic novel è ormai un sinonimo di libro a fumetti. E se accettiamo questa equazione, Pompei è un graphic novel, ma atipico grazie – e sottolineo grazie – alla maniera poco ortodossa con cui lavora e fa lavorare diversi registri e linguaggi, ponendoli in una zona liminare e marginale dove la narrazione per immagini, l’illustrazione, la prosa, la lirica si intersecano per cercare di tracciare le linee di una fantomatica mappa interiore.

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Pompei è un luogo di sperimentazione in primo luogo personale – vi si riversano le ossessioni e le angosce di Toni Alfano, cristallizzate in micro-narrazioni quasi incidentali – ma anche, e soprattutto, è una sfida al lettore ideale, sia di fumetti che di letteratura alta: Pompei è un piccolo teorema sulla friabilità dei confini.

Pompei
di Toni Alfano
Neo Edizioni, 2014
136 pagine, 17€

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