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Iprite e rose

Boris Battaglia è uno dei miei amici più cari. A vederci, seduti al tavolo dell’osteria, non lo diresti mai. Ci contraddiciamo continuamente e volano anche parole grosse. Insulti che di solito hanno a che fare con appartenenze ideologiche e religiose che entrambi cerchiamo di negare.

È intelligente e colto, il mio amico. Sovrappone pensieri complessi come se fossero pezzetti di Lego. Quando non perde interesse in quello che ti sta raccontando, è lucidissimo. Peccato che gli succeda proprio di rado di non perdere interesse in quello che racconta. E, allora, smette di spiegare, taglia corto a botte di bestemmie e infila i suoi nuovi pensieri in quello che non aveva ancora finito di dire. E non fa dissolvenze incrociate. Quei trucchetti da cinema analogico non gli interessano. Gioca con il montaggio e alterna inquadrature serratissime. Inizia a raccontare la nuova cosa – probabilmente interessantissima – tra parentesi. A colpi di incisi. A quel punto, io non capisco più niente e lui, che ha questa idea un po’ agonistica del dialogo, ha vinto.

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Boris Battaglia

Le nostre liti ruotano intorno a pochi temi. Abbiamo discusso di quelle cose così a lungo che ormai sembriamo due musicisti in tournee che suonano sempre le stesse canzoni, ma con sempre meno accordi. Sicuramente ci divertiamo più di quanto lo faccia il pubblico.
Una delle questioni su cui ci scontriamo spesso è il ruolo delle case editrici. Lui sostiene che la disintermediazione è un bene e che gli autori non hanno bisogno di contenitori commerciali. Dice anche che molte professioni sono diventate progressivamente inutili e che a lui non frega nulla dell’editore, del curatore, del redattore, del grafico, dello stampatore, del distributore, del commerciante… Alla fine se scrivi, filmi, registri, disegni, oggi hai mille modi per far vedere quello che fai in giro. Basti a te stesso.

Io credo nell’industria editoriale. Non è che, poi, sappia anche spiegare perché. Ci credo e basta. È una fede. E, come tale, ha il suo corredo di figure nodali cui rivolgo devozione. Interrogato, sgrano nomi quasi stessi recitando un rosario: Vittorini, Calvino, Morando, Dossena, Spagnol, OdB, Bernardi…
Il mio elenco, recitato con voce via via sempre più estatica, viene interrotto bruscamente dalle imprecazioni di Boris. Tesso per lui le lodi degli intellettuali in grado di inoculare in una casa editrice progettualità e sapere, capaci di trasformarsi in anello di congiunzione tra gli autori e i lettori, autorevoli al punto di tracciare una linea di congiunzione tra tutte le uscite di un giornale, di una collana, di una serie, di un marchio…
Quando dico queste cose, il mio amico Boris arriccia il naso e scopre i canini. Sibila che sono in astinenza da intellettuali e, con l’usuale piglio blasfemo, mi racconta la vita dei miei santi, riducendoli a ometti piccini picciò, più fortunati che bravi.

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Oreste Del Buono

Ascolta, gli dico, tu forse non hai capito una cosa. Gli individui che realizzano il loro racconto, romanzo, saggio, articolo, fumetto, disegno, pezzo musicale, film, … poi adagiano il loro prodotto in rete. Se sono bravi, lo pubblicano su piattaforme differenti, lo differenziano per i dispositivi, lo categorizzano, lo etichettano con tag, lo inseriscono in pagine ottimizzate per i motori di ricerca, lo promuovono, lottano per la sua visibilità, … Qualunque cosa quegli individui facciano, alla fine, la rete recepirà quel loro manufatto come “contenuto”. Quel contenuto sarà tanto più visibile quanti più “like” e “retweet” riceverà dagli utenti dei social network. A quel punto sarà aggregato automaticamente in timeline che presentano dei flussi e sarà consumato in un paio di click. Ogni contenuto, ricondotto alle etichette che ne classificano la tassonomia, potrà essere proposto agli utenti: quelli che hanno letto A e B vogliono leggere anche C e D. Perché ogni utente è trattato sulla scorta dei suoi comportamenti che, analizzati, indicano con un adeguato grado di precisione come si comportano quelli come lui.

E comportandosi come “quelli come lui”, quell’utente diventerà sempre più come “quelli come lui”. Non trovi anche tu che tutto ciò sia aberrante?
A quel punto, di solito, lo screzio tra Boris e me precipita nel personale e non è bello raccontare in giro a quali bassezze dialettiche siamo disposti ad arrivare pur di tirare tardi.

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Torno a casa e mi maledico, perché la mia difesa dell’industria editoriale mi fa sentire un reazionario. Mi avvinco alle tradizioni, il decoro e i buoni valori di una volta. Tutta roba che invecchia male. Quando enumero i miei santi, mi ritrovo a snocciolare esclusivamente nomi di morti, come se il loro decesso desse sostanza alla mia teoria. Allora cerco qualcuno ancora vivo capace di fare quel mestiere. Un intellettuale in una casa editrice. Un individuo in grado di tracciare rotte, definire progetti, scegliere titoli, dotarli di sostanza e contesto, avvicinare pensieri, garantire sostenibilità economica ai prodotti, alternare successi commerciali a esperimenti, mantenere riconoscibilità di marchio e rigore individuale, evitare di fagocitare gli autori e i libri, stare alla larga dallo sputtanamento. Sembra una figura mitica. Più rara del socialismo dal volto umano. Eppure…

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Gary Groth

Gary Groth. Nasce nel 1954. A tredici anni fonda la sua prima fanzine e ottiene interviste dai fumettisti più bravi. A diciannove rifiuta un posto da redattore alla Marvel. (Serve che lo ripeta? Rifiuta un posto da assistant editor alla Marvel!) A ventidue fonda Fantagraphics e rileva un giornaletto che si chiama “The Nostalgia Comics”. La nostalgia non è una cosa adatta a Groth e quel giornale subito diventa “The Comics Journal”. A ventotto (siamo nel 1982), Groth diventa l’editore dei fratelli Hernandez e pubblica il primo numero di “Love & Rockets”. Da quel momento inizia a pubblicare il meglio del fumetto negli USA. E non lo fa mica scegliendo autori noti e visibili: va a stanare talenti. Nel 1990, per trovare finanziamenti, nasce Eros Comix, un’etichetta editoriale specificamente dedicata ai fumetti pornografici: e anche in quel contesto il pattume è molto poco. Nel 2003 la casa editrice è a un passo dal fallimento: si scatena una campagna di raccolta fondi tra i lettori che sommerge – letteralmente – Fantagraphics di ordini.

Oggi Fantagraphics è, e sto cercando di mantenere il controllo sugli aggettivi, la migliore casa editrice di fumetti al mondo. Ha un catalogo impressionante, che si arricchisce di titoli straordinari mese dopo mese.

Dall’inizio di quest’anno ha pubblicato: fumetti di Jim Woodring, Lucy Knisley, Michael Kupperman, Ed Piskor, Drew Friedman, Carol Swain, Eleanor Davis; Sock Monkey Treasury di Tony Millionaire, Popol et Virginie di Hergé, Henry di John Liney, Cannon di Wallace Wood, Buz Sawyer di Roy Crane; i primi volumi dell’edizione softcover di Peanuts, antologie EC Comics, il magnifico cofanetto di Witzend; nuovi libri di Prison Pit, di Prince Vaillant, di Barnaby, dei paperi barksiani e dei topi gottfredsoniani…

Adesso ho un santo da brandire alla prossima occasione. Mi appunto questo elenco. Vediamo cosa mi dice la prossima volta Boris.

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