Nessuno mi farà del male. Luigi Bernardi dialoga con Giacomo Monti

Un anno fa moriva Luigi Bernardi, editore, scrittore e animatore di progetti editoriali che aveva tanto influenzato il fumetto italiano negli anni Ottanta e Novanta. Due iniziative in programma nelle prossime settimane, a Bologna e a Lucca, offrono due occasioni per ritornare sulla sua lunga carriera.

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Per sabato 18 ottobre, l’ Associazione Culturale Luigi Bernardi ha organizzato l’incontro Il futuro alle spalle presso la Cappella Farnese di Palazzo D’Accursio (Piazza Maggiore, Bologna, dalle ore 16), per ricordare e analizzare la carriera editoriale di Bernardi in occasione del primo anniversario della sua scomparsa, e per presentare le attività che l’Associazione sta portando avanti e ha in programma per i prossimi mesi. In questa occasione sarà presentata l’Associazione, il perché della sua costituzione con i suoi scopi e progetti, cui seguiranno vari interventi – da Vittorio Giardino a Gianfranco De Cataldo – dedicati a ricordare ed analizzare l’impatto del suo impegno nei settori editoriali in cui ha lavorato.

Nel contesto della imminente Lucca Comics & Games, inoltre, l’editore Kappalab presenterà Parole al vaglio, una raccolta di conversazioni di Bernardi con scrittori e fumettisti fra cui Pino Cacucci, Carlo Lucarelli, Emidio Clementi, Sandrone Dazieri, Igort, Giancarlo De Cataldo, Keiko Ichiguchi, Valerio Evangelisti, Vittorio Giardino, Nicoletta Vallorani, Simona Vinci, Dario Voltolini.

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Per ricordarlo, pubblichiamo il testo (e rendiamo disponibile l’audio, scaricabile qui) di uno degli ultimi incontri pubblici in cui Bernardi si è trovato a conversare con un fumettista. Il lavoro di Giacomo Monti, autore di storie controverse e “disegnate male”, pubblicate da Canicola e adattate al cinema da Gipi nel film L’ultimo terrestre, aveva molto colpito Bernardi, che accettò di incontrarlo nell’ambito del festival Bilbolbul a Bologna, presso la libreria Modo Infoshop (il 7 marzo 2010). Già ‘scopritore’ di Vittorio Giardino, e sodale di Magnus nella fase della sua maturazione autoriale, Bernardi confermò in questa conversazione la sua curiosità nel riconoscere il talento, scovandolo anche al di là dei sentieri battuti, tra i percorsi di outsider come Monti.

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Edo Chieregato: Giacomo è un outsider. Quando iniziammo Canicola, di suo non avevamo visto ancora nessuna storia a fumetti. Ciò nonostante, pensavamo potesse essere un autore. Alla seconda o terza riunione per la rivista, in realtà Giacomo fu il primo a portare una storia, già compiuta, precisissima, che è poi diventata la prima storia del libro. Si intitola Camicia – non so quanti di voi la conoscano, probabilmente nessuno, ma per noi di Canicola quella storia è già un classico. Giacomo racconta storie quotidiane e Camicia è una storia semplice: un ragazzo che va da una prostituta e poi se ne va via. Fin qui non c’è nulla di strano, niente di anormale. La cosa interessante è negli interstizi. Ci sono diversi piccoli dettagli, come ad esempio in una scena in cui, dopo aver fatto sesso, la prostituta si rivolge a questo ragazzo facendo delle osservazioni sulla sua camicia…, e altri piccoli dettagli che fanno la differenza. Mi fermo qui, perché la conversazione la guiderà Luigi Bernardi, editore storico e scrittore. A lui ho chiesto di tenere questo incontro perché tempo fa gli avevo mandato i primi numeri della rivista, e chiacchierando mi sembrava dicesse che gli erano piaciuti i racconti di Monti. Così gli ho chiesto di fare questa chiacchierata, ha accettato, e per questo lo ringrazio.

Luigi Bernardi: Cerchiamo di fare una cosa il meno barbosa possibile. Come nello stile di questi racconti, che sono… Intanto sono racconti, che nel panorama fumettistico attuale rappresenta una bella novità. Siamo da anni dominati dalla parola graphic novel, il romanzo a fumetti, quindi narrazioni lunghe, libri sempre più grossi, storie sempre più complesse, sempre più articolate, anche a livello di introspezione psicologica. Storie che comunque hanno bisogno di forti tempi di lettura. Finalmente invece qualcuno riscopre il racconto; riscopre il fatto che accanto al romanzo esiste anche una narrazione breve che nella storia della letteratura, e anche nella storia del fumetto, ha sempre avuto una grande importanza. Quindi il fatto che ci troviamo di fronte a un autore di racconti – che poi magari mi smentirà, starà già preparando un romanzo di cinquecento tavole o cose del genere – mi pare una novità considerevole, laddove questi racconti sono davvero brevi, davvero fulminanti, davvero inconsueti. Perché non sono racconti d’Avventura: succede molto poco, nelle storie di Monti. Succede però qualcosa, e c’è anche tanto silenzio. È quasi più il non detto che il detto: ci accorgiamo che mentre stiamo leggendo abbiamo imparato un sacco di cose in più rispetto a quelle che ci ha detto con evidenza l’autore. Questa è una cosa che soltanto chi possiede l’arte della narrazione è in grado di fare. Monti non è un gran disegnatore, i suoi disegni sono davvero elementari, il suo lettering spesso è quasi illeggibile. È davvero, la sua, una produzione artigianale che però spicca immediatamente in questo nuovo fumetto, molto spesso realizzato al computer, molto spesso frutto di lavorazioni successive attraverso software. Io non ho visto le sue tavole originali, non potrò vedere la mostra, ma credo che ci sia poco da vedere sostanzialmente. Nel senso che quello che lui voleva far vedere sta qui, dentro questo libro, come prima stava dentro la rivista che lo pubblicava.

Nel volume le storie assumono maggiore spessore perché nella rivista lui si divertiva molto spesso a fare delle tavole semi vuote, con delle vignette galleggianti, che davano una bella sensazione perché, comunque, esprimevano tutto il non detto che c’era nelle storie e che veniva comunque raccontato anche se… non veniva raccontato. Il primo nome che viene in mente, leggendo queste storie, è Carver. Storie minimali, storie di persone che si incontrano, storie di amici che vogliono organizzare uno scherzo, storie di ufficio, storie di puttanieri, storie che sembrano state prese osservando la realtà circostante. La prima domanda che ti faccio, che poi andiamo a smentire in qualche modo: c’entra qualcosa Carver in tutto questo?

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Uno scatto dalla mostra di Giacomo Monti a Bilbolbul 2010

Giacomo Monti: Carver mi piace perché l’ho letto, ma non particolarmente tanto. Non so fino a che punto ci siano delle influenze. Secondo me, no. Se si vanno a cercare delle influenze come Carver, in realtà ce ne sono tante. È ovvio che io più che leggere fumetti ho letto romanzi, per cui se c’è l’influenza di qualcuno magari è più di autori letterari, però nel mio lavoro non ci vedo influenza diretta di qualche autore, che sia Carver o qualcun altro. Perché comunque il discorso è che ho una propensione per il racconto breve, quindi se ci sono dei punti di contatto derivano dal tipo di linguaggio narrativo che si utilizza, quello del racconto breve. Io penso di continuo – perché, essenzialmente, le storie per prima cosa le racconto a me – a queste cose. È un lavoro che va per gradi, e piano piano trovi i pezzi e arrivi alla fine. Ma in un certo senso, però – e sembrano frasi fatte – il racconto si scrive da solo. Per quanto mi riguarda devo trovare il modo e il tempo che la mia testa ragioni e pensi a certe cose, e poi il racconto si fa da solo. Probabilmente se mi mettessi a tavolino e mi sforzassi di scrivere qualcosa non ce la farei. Infatti non mi considero un fumettista professionista. Sono un fumettista part-time: quando mi viene qualcosa da scrivere, lo faccio.

L: Curiosa questa delle “storie che si scrivono da sole”, perché quasi tutti lo dicono, e sembra una di quelle fighetterie che dicono gli scrittori, quasi per comunicare il fatto che “tanto voi è inutile che ci proviate, soltanto a noi scrittori le storie si scrivono da sole”. In realtà è proprio così, cioè nel senso che uno può fare tutti i progetti, tutti i palinsesti, tutte le scalette che vuole, ma poi ad un certo punto i personaggi che uno si è inventato, cominciano – se se li è inventati bene – a ragionare, a prendere corpo, a fare delle cose che non erano quelle che avrebbero dovuto fare secondo l’idea iniziale. Tu sei uno che butta via molta roba?

G: Disegnavo molto, ho disegnato tanto, però il 70% della roba che ho fatto l’ho buttata via. Anche quando scrivo una storia, butto via una valanga di roba.

L: Anche questa è una caratteristica del buon autore, buttare via, perché niente esce giusto al primo colpo. Infatti, nelle antologie di racconti, di solito capita che ci sono due, tre o quattro infortuni, cioè racconti che a noi lettori proprio non piacciono. Racconti che ci sembra non c’entrino nulla, racconti più deboli rispetto agli altri. Questa invece è un’antologia di straordinaria omogeneità. I racconti sono tutti belli, tranne uno forse, che non ho capito. E allora voglio chiederti perché l’hai fatto. Si chiama Trans, ed è un racconto agghiacciante di un paio di pagine credo, che leggi, ne subisci l’impatto, e pensi che sia finita lì, lo introiti e gli dici “Grazie per avermela raccontata in questo modo, non me la dimenticherò”. Una cinquantina di pagine dopo, nel libro, c’è Trans 2, che sta totalmente su un registro diverso. Perché questa necessità di riprendere questa storia, ma soprattutto questo sviluppo, così diverso da quella che è – lo posso dire tranquillamente – la tua poetica?

Giacomo Monti, 'Nessuno mi farà del male'
Giacomo Monti, ‘Nessuno mi farà del male’

G: Trans 2 è una cosa più parodistica, in un certo senso, una cosa molto grossolana. Infatti è da prendere in un’ottica diversa rispetto alla prima, perché la prima in un certo senso è “seria”, la seconda è giocosa. Il trans che si trasforma in un demone è una specie di idea di vendetta, è una cretinata e il lettore deve capire che è una cretinata. Lo si fa apposta per fare una cretineria. Il giochino stava solo in quello. Secondo me sicuramente, vedendo tutti i racconti, può sembrare che stoni. Però inizialmente avevo pensato che metterlo nella rivista a distanza di un paio d’anni dall’uscita del primo episodio (perciò, in teoria, il lettore capiva che era passato un certo arco di tempo; e anche per il taglio e il montaggio che ha la storia), si riesce a mettere in relazione con i racconti che ho fatto in quel periodo, tipo Contattati, Contattisti. Per cui ha una scansione temporale diversa, un tempo di lettura diverso, ritmo diverso, e si doveva capire che l’intento era più facilone, una cretinata appunto.

L: Quindi questa è un’antologia che ha un racconto cretino (ride). Stiamo scherzando naturalmente. No, mi aveva incuriosito perché voi che leggerete questo libro, sicuramente rimarrete come me colpiti proprio da questo racconto, perché apparentemente non c’entra nulla. È una cretinata e ok, quando l’autore lo ammette, se ne sente anche la giustificazione.

G: È una cretinata seria. Secondo me il lettore capisce che l’autore vuol fare il cretino, con intenzione, e ci riesce, deve capire che è anche un messaggio di poetica, nel senso che fare i cretini in un certo senso è una cosa sana e giusta se è consapevole. L’importante è non dire cose serie e passare per cretino.

L: Certo (sorride). Fino ad ora abbiamo parlato di storie di quotidianità, di piccoli gesti quotidiani, e poi a un certo punto nel libro escono gli alieni. Ci sono alcune storie che qualcuno potrebbe definire di fantascienza. Ovviamente sarebbe una definizione del tutto risibile, ma arriva la presenza di esseri altri che condizionano molto la vita. C’è il senso dell’attesa, il senso della proprietà. Ce n’è uno meraviglioso in cui la donna esce da una specie di astronave, e scende nell’aia di un giardino di campagna, e l’uomo appena la vede dice “questa può fare questo, questo e quest’altro” e sostanzialmente la mette a fare la moglie. Finché, alla fine della storia, lei rientra nella sua astronave e se ne va. Perché a un certo punto sono arrivati gli alieni?
G: Innanzitutto come tematica, quella della diversità e della alterità. È ovvio che l’alieno, così come i trans, erano uno degli elementi che rappresentano questa cosa. Poi ho avuto sempre il pallino degli alieni.

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Giacomo Monti, ‘Nessuno mi farà del male’

L: Cosa vuol dire che hai sempre avuto il pallino degli alieni?

G: Perché secondo me, a livello della narrativa, o in tutte le arti, il soggetto, il tema dell’alieno, dell’extraterrestre, l’apparizione dell’ufo, l’essere che viene da un altro pianeta, porta con sé tutta una serie di tematiche che – soprattutto in un linguaggio come quello del fumetto – ci vanno a nozze. Perché portano in sé lo stereotipo di immagini già precostituite nel lettore, che secondo me si sposano molto bene con il mio tipo di poetica che utilizza luoghi comuni o figure della narrativa in genere. Ho il “pallino” perché mi ha sempre affascinato, e perché porta in sé anche quell’elemento di impossibilità di distinguere chiaramente cose vere e cose false, se è finzione o realtà. E poi l’elemento puro della paura del diverso e di ciò che non si conosce.

L: Ma tu i fumetti li leggi?

G: Poco o nulla. Quando ho cominciato con Canicola, i primi due anni ho letto un sacco di fumetti, poi adesso quasi niente. Il fumetto mi piace per carità, però preferisco leggere romanzi e obiettivamente l’ultima cosa che ho letto non m’è piaciuta molto per cui… leggo poco il fumetto.

L: L’ultimo fumetto che hai letto non t’è piaciuto?

G: Adesso sto pensando a qual è l’ultimo. Non me lo ricordo qual è, ma mi sembra che non mi fosse piaciuto molto.

L: (Ride)

G: Se non me lo ricordo vuol dire proprio che non m’è piaciuto.

L: Sì sì. Quindi leggi pochi fumetti e quindi ti senti poco appartenente a questo mondo.

G: Sì.

L: E quando Gipi ha pubblicato La mia vita disegnata male, hai sentito che quel “disegnata male” ti dava un po’ di forza? Non perché tu disegni male (ride), ma sicuramente uno non compra un tuo libro per i disegni.

G: Secondo me non bisogna comprare un libro a fumetti per i disegni.

L: Ci sono tantissimi che lo fanno.

G: Secondo me è sbagliatissimo. Anzi, a me non piacciono i fumetti disegnati particolarmente bene, perché se vedo uno che disegna bene, non so, cerco un artista che dipinge o che disegna e che fa quel lavoro. Il fumettista disegna in funzione della storia che deve raccontare. Per me i fumettisti che disegnano benissimo e raccontano qualcosa perché devono far vedere che sanno disegnare, non è che mi vadano molto a genio. Il libro di Gipi a me piace, non solo perché è “disegnato male”.

Giacomo Monti, 'Nessuno mi farà del male'
Giacomo Monti, ‘Nessuno mi farà del male’

L: Tu sei stato allievo di Gipi…

G: Sì.

L: (Ride)

G: Per modo di dire: ho frequentato tre mesi la scuola dove insegnava anche lui. L’unica cosa interessante, comunque, era il suo corso di disegno. Però dopo tre mesi ho abbandonato scuola, per cui…

L: Ma che scuola era?

G: La Scuola di Comics di Firenze.

L: Una scuola di fumetto, quindi.

G: Io mi ero iscritto al corso di Illustrazione.

L: Addirittura?

G: Sì, ma fu una cappella.

L: (Ride)

G: L’ho capito presto, anche perché avevo iniziato i corsi a ottobre, e già a febbraio non frequentavo più.

L: E come mai ti era venuto di frequentarla?

G: Prima ho fatto una scuola ancora peggiore: mi sono laureato al Dams, e quindi… Pensavo di fare qualche corso professionale che mi desse qualcosa da fare, così per caso capitò la Scuola di Comics, mi hanno preso, e dopo un po’ me ne sono andato.

L: E non ti viene voglia di raccontare qualcosa della tua vita al Dams?

G: No… C’è poco d’interessante in quel periodo. Mi ha lasciato poco o nulla, il Dams.

L: È una domanda idiota, però va fatta: quanto c’è di te nelle storie che racconti? Del tuo vissuto?

G: Mah, tutto.

L: Tutto?

G: Sì sì. Cioè, tutti i miei racconti, anche quelli che non sembrano aver a che fare con la vita reale, hanno a che fare con me, col mio modo di vivere. I miei racconti sono solo il mio modo di vedere il mondo. Ogni tanto, se qualcuno parla di “visione surreale”… non lo è. È una visione su come io vedo la realtà, sul mio mondo, che non è neanche reale, perché è mio, e quindi… Ma tutto deriva dalle mie esperienze.

L: Vedere questo libro e tutte le storie che hai fatto un po’ per volta, non ti fa venire voglia di fare appositamente un libro dall’inizio alla fine?
G: No, non penso che farò mai una graphic novel. Già il genere non mi piace. Mi fa parecchio impressione, perché si vede il lavoro che uno ha fatto negli ultimi cinque anni. Anche vedere la mostra, tutti i lavori assieme, mi ha fatto un brutto effetto.

L: Un brutto effetto, perché c’è tutta la tua vita lì. Ma c’è qualcosa che hai fatto e che non è stato pubblicato nel libro?

G: No. Le “cartoline” per Internazionale, ma secondo me quelle son delle boiate. E poi no, tutte le storie sono andate a finire su Canicola, per cui c’è tutto.

L: E per come ti vedi, tu farai sempre e solo questo? Una storia o due all’anno per Canicola, e fra cinque anni…

G: Non so, nel senso che adesso sicuramente farò una storia per il prossimo numero di Canicola, in teoria l’ho già finita. Però, per una serie di motivi non so se obbiettivamente continuerò a fare fumetto o meno. Se continuo comunque sì, l’andazzo sarebbe quello: una o due storie l’anno.

L: E se io fossi il direttore di, non so, di ‘Animals’ e ti chiedessi di farmi delle storie regolarmente per una rivista mensile, tu accetteresti o ti negheresti? O dici “ne faccio una e poi vediamo”?

G: Bah, non so. Intanto non penso che possa succedere, però…

L: Io se fossi il direttore di ‘Animals’ te lo chiederei.

G: Parlando con Edo, ero anche contrario alla pubblicazione del libro. Nel senso che a me andava benissimo l’idea di continuare a pubblicare semplicemente sulla rivista. Primo perché a me il concetto di rivista piace da morire, e mi piace l’idea che se uno si affeziona a un autore, è interessato all’autore, se lo va a cercare nei vari numeri delle riviste, ne vede eventualmente l’evoluzione nel tempo, i cambiamenti. Quindi avevo detto che legare la mia produzione soltanto alla rivista sarebbe stato, per me, comunque molto gratificante. Per cui, l’idea di andare a cercare lavoro in un’altra rivista o cose così, non mi viene in mente, ecco.

L: (Rivolto al pubblico) Non so quanti fumettisti voi avete conosciuto nel corso della vostra vita, ma questo è unico, eh? (Ride) E per fortuna ce ne sono ancora. Quindi ti hanno un po’ forzato a fare questo libro, per certi versi.

Giacomo Monti, 'Nessuno mi farà del male'
Giacomo Monti, ‘Nessuno mi farà del male’

G: Forzato no. È ovvio che è una cosa che fa piacere. A chi non fa piacere?

L: In ogni modo, non sei stato tu a proporlo.

G: Non più di tanto, nel senso che a Edo e agli altri di Canicola faceva piacere, e poi è ovvio che ho accettato. Per me non era una cosa necessaria: se ne poteva fare a meno, in un certo senso.

L: (Ridacchia) Senti, ma tu le organizzi le feste di addio al celibato per i tuoi amici?

G: (Sorride) Quella la organizzammo a casa mia, io e i miei amici. È stata una cosa che abbiamo fatto insieme, infatti per me quello è un racconto molto importante.

L: Ma poi ha avuto un seguito che non racconti nel fumetto?

G: Il seguito c’è stato, ma non m’interessava la baracconata, la sputtanata o cose di questo tipo.

L: Cioè il video l’avete fatto?

G: No, perché il mio amico si è rifiutato di andare con il trans. Ci ha pensato un altro mio amico, perché ormai l’avevamo pagato, per cui… Però non c’è andato il promesso sposo, insomma.

L: Beh, anche questa non sarebbe stata una brutta storia da raccontare.

G: No, mi interessava semplicemente raccontare il momento del distacco tra gli amici. Quello è stato l’ultimo momento in cui obbiettivamente ci siamo messi a fare qualcosa insieme. Perché tra mogli, ragazze e il resto…

L: È molto struggente l’ultima tavola di questo racconto. (Rivolto al pubblico) Non è mai bello raccontare le storie che poi voi dovrete leggere, dunque cerchiamo di raccontare il meno possibile. Diciamo che in questa storia viene costruita l’attesa di quello che succederà: tu giri pagina, e non succede affatto quello che ti aspetti che succeda, ovvero la continuazione del racconto, l’ingaggio del trans, il coinvolgimento del promesso sposo, ecc. Succede semplicemente che la storia finisce lì, perché i tre amici se ne vanno, ognuno per la propria strada. Quindi colpisce. Questo è un narratore di razza proprio perché vi racconta un sacco di cose mentre non ve le racconta. Questo succede soprattutto quando si ha il coraggio di buttare via tanta roba. Infatti una delle prime domande che ti ho fatto era “Tu butti via roba?”. Io non amo e non credo che si possa essere scrittori e narratori senza buttare via un sacco di roba. C’è una storia che hai avuto paura di raccontare e non hai raccontato?

G: No, tutte le storie che ho scritto le ho pubblicate.

L: (Sorride) Però hai detto che hai buttato via anche tante cose.

G: Sì sì, ma magari di una storia di nove tavole che, a forza di tagliare, sono diventate sei. E comunque di quelle sei tavole – mettiamo che ci fossero nove vignette – di quelle vignette c’erano cinquanta versioni diverse. Quelle che finiscono nel bidone sono le versioni che non andavano bene.

L: Ma tu disegni direttamente a china, o disegni a matita e poi passi a china? Che fogli usi? Visto che non posso venire alla mostra perché sono fuori uso: su che formato disegni?

G: Quando disegno, la maggior parte dei disegni li faccio con pennarello sulla carta da fotocopie. Per i fumetti faccio gli schizzi a matita e poi, quando la versione a matita la reputo quella giusta, faccio le tavole “in bella”, con la versione prima a matita e poi col rapido. Poi pulisco le tavole e l’impaginazione la faccio al computer. Anche il testo è al computer, a parte nelle primissime storie, quando non usavo il computer: ho iniziato dopo la quarta o quinta storia a farlo

L: Come mai questa impaginazione sempre diversa?

G: L’impaginazione segue il ritmo della lettura per me. Una volta che ho diviso il racconto penso a che tempo deve avere, e so cosa deve stare all’interno di una tavola: una certa scena o un certo numero di azioni, o devo inserire un certo numero di cose… faccio in modo di farcele stare tutte. Ogni tanto mi vengono delle tavole da due strisce, o con tre vignette, altre con quattro strisce.

L: Il tuo editore non ha mai protestato?

G: Un po’ di storie le ha fatte. Anche perché, ad esempio, la storia de Il Megaserpente in originale non è così.

E (Interviene l’editore): Questa è una cosa interessante, perché quando io e Giacomo abbiamo deciso come rimontare la storia de Il Megaserpente per il libro, che è di formato più piccolo rispetto agli originali, per una tavola che abbiamo scomposto – in questa vignetta, ad esempio, ci sono tre personaggi che si incontrano e si presentano – è interessante che Giacomo non volesse togliere assolutamente un centimetro sulla destra della vignetta (dove si vede un passaggio a livello). Magari per un lettore può essere assolutamente ininfluente togliere un centimetro su una vignetta del genere, dove sulla destra non c’è nulla, e abbiamo preferito togliere un’altra vignetta, che poteva anche venir meno rispetto al racconto. Per cui l’impressione è che, come i grandi narratori, che cercano la sintesi, Giacomo come fumettista ha quest’attenzione dal punto di vista visivo: ogni cosa che c’è anche visivamente, è fondamentale, ci deve essere ed è precisissima. Anche se il disegno è scarno e semplice, nella sua testa ogni piccolo elemento è fondamentale. È stato molto impegnativo montare questo libro perché, appunto, le tavole in origine erano pensate per una rivista più grande, altre le ha fatte per gli ultimi numeri di Canicola che sono di un formato più piccolo, e in più, come diceva Luigi, in certe storie, ogni tavola ha una struttura e un montaggio diversi. Ci sono davvero delle griglie pazzesche, una ricerca personalissima, dal ritmo al tempo, al montaggio. Ad esempio la storia iniziale, Camicia, la prima volta che l’abbiamo impaginata nel primo numero di Canicola… c’è la scena in cui i due si accoppiano, in cui Giacomo ha messo una pagina bianca. Quando l’abbiam vista siamo rimasti entusiasti, tutti, l’abbiamo trovata una cosa straordinaria. Quando però abbiamo impaginato la rivista, ci siam chiesti “non è che qui, quando uno leggerà la rivista, penserà che è saltata una pagina?”. Quindi ho posto il problema a Giacomo, proponendogli di mettere magari una griglia, un bordo, e lui mi ha detto “no”, nel senso che per lui era una pagina bianca.

L: Senti, ma nella vita cosa fai?

G: Facevo il barista in autogrill.

L:  E adesso non lo fai più?

G: Al momento sono in malattia. Però in teoria quello è il mio lavoro ufficiale.

L: Beh, un bel…

G: Lavoro di merda.

(Ridono)

Giacomo Monti, 'Nessuno mi farà del male'
Giacomo Monti, ‘Nessuno mi farà del male’

L: Volevo dire un bell’osservatorio del mondo intorno che passa…

G: No, no.

L: (Sorride) Avete qualche domanda?

Dal pubblico: Volevo ricollegarmi al discorso che facevi sulla letteratura. Ci sono degli autori che ho trovato un po’ affini con te, alle tue storie, come Vitaliano Trevisan.

G: Non l’ho mai letto, non lo conosco.

L: Non ce la possiamo fare, guarda.

Dal pubblico: Comunque ho visto la mostra, invece. Quando si entra lì, si sente forte questo senso di alienazione, quindi il discorso degli alieni ritorna. Ho avuto l’impressione che tutti quei disegni fossero come una sorta di documentario sull’umanità dopo un’apocalisse, un’estinzione. Quindi ho avuto un forte senso di angoscia, e dopo dieci minuti me ne sono andato via…

(Risate)

G: Mi fa piacere, lo prendo come un complimento.

L: Paolo Nori lo leggi?

G: No.

L: Dal punto di vista narrativo non c’entra niente, ma il tono delle risposte a volte assomiglia un po’ a quello di Paolo Nori. Cosa leggi?

G: Molta fantascienza, mi piace moltissimo Thomas Pynchon, Foster Wallace, Ballard, Dick, Burroughs. Poi leggo di tutto insomma.

L: Qualche altra curiosità?

Dal pubblico: audio poco chiaro.  

G: No no, io a scuola disegnavo molto. Fino a dieci anni ero bravo, poi ho totalmente smesso, e alle scuole superiori facevo i disegni sconci sul banco per far ridere i compagni: professori che si accoppiano, cose di questo tipo. Poi per caso ho ricominciato a disegnare all’età di ventisette anni. Anche i fumetti li leggevo quando ero bambino, però ho smesso a undici, dodici anni. Mi ricordo che prendevo il fumetto di Ken Shiro, anche di Dylan Dog leggevo qualcosa. Ma già a dodici anni non leggevo più. Poi avevo ricominciato da ventisette anni, un po’ per caso.

Dal pubblico: audio poco chiaro. 

G:  Edo me lo ha fatto conoscere Gipi, e io casualmente, non so, forse un po’ preso dalla disperazione a ventisette anni sono finito in questa scuola di Illustrazione. Non so cosa m’è passato per la testa, però dopo mi è presa la mania di disegnare e senza un progetto preciso. Per anni ho continuato a disegnare facendo altri lavori del cazzo, e alla fine sono finito da Edo, è uscito fuori Canicola, e poi… così.

L: Tu abiti a…?

G: Adesso abito a Ravenna, prima abitavo a Forlì. Un po’ fuori Ravenna, Fosso Ghiaia.

Giacomo Monti, 'Nessuno mi farà del male'
Giacomo Monti, ‘Nessuno mi farà del male’

L: L’idea di andare a Firenze per questa scuola era un impegno.

G: Quel periodo lì mi facevo un culo eccezionale, perché per andare a Firenze da Forlì dovevo prendere il treno alle 5:30 da Faenza, mi facevo due ore e mezza per arrivare a Firenze, arrivavo alle otto e qualcosa, a piedi facevo in tempo ad arrivare a lezione, facevo tre ore di lezione, poi mezz’ora per tornare a prendere il treno, tornare a Faenza, andare a Forlì, da Forlì prendere la macchina e andare a lavorare in autogrill. Intanto stavo provando anche la tesi di laurea. Infatti un giorno arrivo a Firenze e c’era sto professore, tra l’altro pioveva a dirotto, arrivo tutto bagnato, professore che avrà avuto tre anni più di me e che non capiva un cazzo: mette in mezzo alla sala la pianta – la pianta che stava nell’angolo dell’aula – e una sedia, e poi ci mette sopra un ombrello. Ci diceva: “cominciate a copiare”. Cioè io ho speso 3000 € per andare in questa scuola perché pensavo che m’insegnassero a disegnare, a fare l’illustratore, cose così, e c’è ‘sto deficiente che mi mette l’ombrello in mezzo alla stanza e mi dice di copiarlo? Poi si mette a intortare gli altri alunni. Io sono scoppiato in una risata pazzesca che non smettevo più di ridere, arrivò lui e mi chiese “Cosa ridi?”, e io avevo un riso isterico, ho continuato a ridere per mezz’ora, ho abbozzato un disegno di quest’ombrello, senza che nessuno mi dicesse niente su come fare, e lì capii che dovevo smettere. Poi un’altra volta l’insegnante di acquerello mi chiese come si teneva il pennello in mano. Io non avevo fatto un Istituto d’Arte, tutti si misero a ridere, e quindi niente, capii che non era una scuola per me. Il colpo di grazia arrivò quando andammo con la scuola al Festival dell’Illustrazione che c’è qui a Bologna, mi sembra. Andammo lì, e c’era un muro che sarà stato lungo 25 metri e alto 5, dove tutti gli aspiranti illustratori attaccano i loro lavori e biglietti da visita. Sono arrivato io, con questo muro enorme e milioni di domande di lavoro di illustratori disoccupati… e io dovevo iniziare ad imparare a farlo a ventisette anni! Poi, tornando, ci hanno fatto passare il lavoro con tutte delle produzioni dei lavori di fine corso dei precedenti alunni, che erano tutti lavori mostruosi: quelle illustrazioni proprio a carattere fotografico, che uno dice “Cazzo quanto sei bravo!”. Questi erano tutti disoccupati, e io stavo lì da un anno prima. Da quella volta non sono più tornato a scuola.

L: La tua tesi di laurea?

G: La tesi di laurea su Segantini, ed è stata l’esperienza più traumatica della mia vita, perché l’ho tenuta in Arte Contemporanea. Sono stati gli anni peggiori della mia vita, forse: mi ha fatto diventar matto. Quattro anni a dare esami e due a far la tesi.

L: Perché Segantini?

G: Mah, sono stato coglione io. Nel senso che avevo biennalizzato, volevo dare la tesi con lei, sapevo che la prof  aveva il pallino per Segantini, e io coglione, finito l’esame gli dico che volevo fare la tesi su Segantini. Lei figurati, super entusiasta. E poi ci ho dovuto passare due anni sopra. Fosse stato per lei, starei ancora preparando la tesi, probabilmente.

L: Senti, ma quel libro a chi lo regalerai?

G: Visto che il mercato del fumetto penso sia sostenuto da parenti e amici di fumettisti, sarebbe meglio che non lo regalassi a nessuno, a questo punto.

E (Interviene l’editore): Posso chiedere una cosa? Con Canicola nel primo anno, nel 2004, ci vedevamo abbastanza spesso, una volta al mese. C’erano le riunioni, e poi tu scappavi via, sempre… In tutte le occasioni in cui ci vedevamo poi andavamo a mangiar pizza nel solito posto, Pizzeria La Pantera Rosa, e tu non c’eri mai. Parlandone, ho scoperto che in quel periodo avevi giri di morose eccetera, facevi i salti mortali, il turno di notte… Ma aldilà di questo, volevo chiederti come ti sei vissuto quelle prime riunioni lì. A Canicola, poi, ognuno è più matto dell’altro. Non so bene come te la sei vissuta e che percezione avevi del lavoro degli altri, come Andrea Bruno, Giacomo Nanni, autori più maturi, che lavoravano già da una decina d’anni e altri invece più giovani, dei ventenni appunto, come dicevi prima.

G: Bene, bene. Io magari sono un po’ allergico al contatto umano. Mi trovavo benissimo alle riunioni di Canicola, poi è ovvio che, forse, il fatto che io non venissi dal mondo del fumetto, che non fossi un appassionato del genere… E magari anche una questione di gusti particolari. Se ti ricordi, quando parlavamo di fumetto, su dieci autori che si nominavano, io otto magari non li conoscevo. Provavo a leggere, ma non mi interessavano comunque. Non so, magari ho gusti differenti, però tutti gli autori presenti in Canicola, personalmente, gli autori che stimo di più adesso, vedo che bene o male sono passati da Canicola o che Canicola li ha pubblicati.

E:  No, ma tu scappavi via. Voglio dire, tu vivevi la riunione come il turno all’autogrill.

G: Si, un po’ lo era.

E: Cioè ok, però erano, siamo persone con le quali forse potevi stare un po’ di più… con le quali potevi continuare a parlare e mangiare una pizza. Era solo che oggettivamente avevi altro da fare, o…

G: Si, anche, ma è un problema di ritmi diversi. Io facevo tante cose, cercavo di mettere più cose possibili nelle ventiquattro ore perché non ci stavo mai, e quindi la riunione durava due ore e io dovevo fare una cosa, un’altra ancora e alla fine dovevo tornare in autogrill. Fino a un anno e mezzo fa ho sempre vissuto con le lancette di orologio che mi rimbombavano nelle orecchie, e rientravo a casa sempre scazzato perché non riuscivo a fare tutte le cose che dovevo.

E: Adesso una cosina su questa cosa dell’orologio e del tempo, che ho scoperto alla seconda o terza lettura di Camicia – torno sempre lì – c’è questo rapporto, questo amplesso tra il ragazzo e la prostituta, tu leggi la storia, poi torni indietro, guardi, e c’è un orologio, e scopri che l’orologio, quando lui arriva a casa di lei è tipo alle 02:20, e alla fine della storia è alle 02:25. Realizzi che tutta la storia è durata cinque minuti. Queste cose qui sono…

G: Realizzi che lui soffre di eiaculazione precoce! (Ride)

E: Secondo me sono cose che fanno la differenza.

L: Qualche altra curiosità da pubblico?

Dal pubblico: Io volevo sapere se ti capita anche di scrivere delle storie brevi senza illustrarle.

G: Alla scrittura senza disegno ci sto pensando adesso, perché ho un paio di idee, ma sono cose che non so fino a che punto possano essere realizzate col fumetto. Nel senso che io ho il pallino del cinema, che a me piace abbastanza, e sono assolutamente affascinato dai nuovi effetti speciali che ci sono, quelle robe tipo Avatar, quelle cose lì. È ovvio che mai nessuno si sognerebbe di fare un film con quei mezzi speciali su una mia storia, però mi viene l’idea che secondo me certi progetti si potrebbero realizzare con quegli effetti speciali, e ogni tanto ho la folle idea di incominciare a scrivere queste cose nell’ottica che possano essere realizzate. Le cose che mi starebbero più a cuore adesso sono dei progetti che però non so se possono essere realizzati appunto col fumetto, però in veste di scrittore assolutamente no, perché non ne ho le qualità. In un domani magari l’idea di scrivere solo una sceneggiatura forse si, ma di fare lo scrittore no.

L: Accetteresti mai di disegnare una storia scritta da un altro?

G: Me l’hanno chiesto un paio di mesi fa. Uno scrittore italiano, Claudio Morici, mi ha fatto leggere i suoi libri, mi son piaciuti. Gli ho detto che se mi mandava il materiale, se mi piaceva ci provavo, poi non son sicuro di riuscirci, perché il modo che ho io di lavorare, per adesso è congeniale al mio modo di raccontare, al mio mondo narrativo, e non so fino a che punto si possa adattare al lavoro di un altro. Comunque quello che mi ha fatto leggere mi è piaciuto molto per cui, se mi invia questo materiale che ancora non mi ha mandato, un tentativo credo di farlo.

L: Hai già fatto delle dediche sui tuoi libri?

G: Si, ieri pomeriggio.

L: Ti piace?

G: Mi sento scemo quando lo faccio. Però sì, anche perché disegnare è un po’ come fare la pipì: non riesco a fare la pipì se qualcuno mi guarda. Stare lì in Sala Borsa, con cinquanta persone davanti, a destra, a sinistra che ti guardano mentre disegni… Mi sembra una cosa un po’ stupida, ecco.

L: Beh, se non avete altre curiosità mi sembra una splendida chiusura per questo incontro.