Recensioni Classic Rork, passeggiando nelle cattedrali del fumetto

Rork, passeggiando nelle cattedrali del fumetto

Lunghi capelli bianchi incorniciano un viso affilato, terminante in un naso e in un mento aguzzi, quasi spietati. Gli occhi curiosi però non sono incapaci di dolcezza, attraversati di tanto in tanto da un candore quasi infantile, carico di comprensione. La figura alta, magra e nodosa è avvolta da uno scuro pastrano che lascia intravedere, sul petto, la camicia bianca, di foggia antica. Una divisa di una severità quasi monastica, che stride però con i bottoni dorati che cingono i lati di ogni manica: il vezzo di un uomo che ama il bello o la traccia di un passato non scevro da frivolezze. Le mani, lunghe ed eleganti, rinforzano quest’impressione. Gli stivalacci risvoltati, dal piglio piratesco, uniti ai pantaloni comodi e senza fronzoli stemperano  il carattere apparentemente contemplativo del loro proprietario. E dicono: «Questo è un uomo che quando serve sa passare all’azione.» Quest’uomo è Rork.

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Creato da Andreas (Andreas Martens), e protagonista della serie omonima, Rork, investigatore dell’occulto dalle origini avvolte nel mistero e capace di muoversi fra le dimensioni, esordì su Le Journal de Tintin nel 1978 conquistando poi, in seguito alla pubblicazione in volume nel 1984, un grande successo. Praticamente sconosciuto al di là dell’oceano, venne pubblicato in Italia sulle pagine della rivista L’Eternauta, tra il 1989 e il 1990. L’edizione integrale di Magic Press, che si completerà con il secondo volume di prossima uscita, recupera un interessante pezzo della storia del fumetto, la cui importanza potrebbe essere molto più grande rispetto alla memoria che nel nostro paese si conserva di quest’opera.

Rork non è certo l’unico detective del soprannaturale che la storia della narrativa ricordi. Basti pensare, per indicare dei prototipi, all’Abraham Van Helsing del Dracula di Bram Stoker o, ancora meglio, al John Silence – investigatore dell’occulto – protagonista dei racconti fantastici di Algernon Blackwood. Negli anni successivi alla creazione di Rork, inoltre, nel fumetto questo topos riscuoterà un successo davvero particolare. Infatti, pur esistendo nell’ambito dei comics americani diversi eroi e antagonisti capaci di entrare in contatto con dimensioni mistiche e ultraterrene – si pensi al Dottor Strange – è solo a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta che la figura del mago o del medium si fonderà con quella del detective privato.

Si sta parlando, ovviamente, di John Constantine / Hellblazer, creato nel 1985, e del nostrano Dylan Dog, le cui avventure iniziarono a essere pubblicate a partire dal 1986. Ma nel calderone che ha dato vita a Rork vanno individuati molti altri elementi. Innanzitutto un’eco della mitologia nordica, stemperata da alcuni tratti dei migliori e meno inflazionati romanzi e racconti heroic fantasy, così come dalla fantascienza letteraria meno tecnologica e più mistica. Non vanno dimenticati, inoltre, la tradizione dei racconti a incastro che parte da Le mille e una notte per arrivare al Manoscritto trovato a Saragozza e, quasi inevitabilmente, l’immaginario di H.P. Lovecraft.

In realtà, Andreas, in una dichiarazione riportata nella prefazione del volume della Magic Press, minimizza l’influenza dello scrittore di Providence, portando altre fonti d’ispirazione che conferiscono al suo lavoro un respiro diverso. E molto più interessante:

«Contrariamente a quanto hanno potuto scrivere in quegli anni, Lovecraft non mi aveva influenzato più di tanto. Lo leggevo, ma mai quanto un Jean Ray o un Van Vogt – insomma tutti quegli autori degli anni 50/60. Lovecraft, semmai, sarà più influente su Cromwell Stone [altra serie di Andreas, pubblicata a partire dal 1986, N.d.A.], assai meno su Rork. Dove, del resto, troverete pochissime creature indescrivibili o situazioni spaventose.»

Le influenze di Rork sono piuttosto da ricercare, sempre secondo le parole dell’autore:

«In molte serie a fumetti di quegli anni, come Spirou & Fantasio, John & Solfamì e le avventure di Vincent Larcher, di Reading, come Olympic 2004, o Le Zoo du Dr. Ketal. Una fantascienza stranissima, le adoravo! Insomma, leggevo e collezionavo tutto quello che andava in quegli anni.»

Ma di certo, nello sviluppo della serie e del personaggio hanno avuto un ruolo non secondario anche la fantascienza e il fantasy di matrice britannica. In particolare la saga di Elric di Melniboné, le cui gesta sono state narrate da Michael Moorcock in un ciclo di romanzi e il cui protagonista condivide con Rork i capelli albini e qualche altro aspetto fisico.

A differenza di Lovecraft, la fascinazione che le storie di Rork esercitano si basa più sul meraviglioso che sull’orrorifico. I prodigi con cui questo particolare detective si trova a confrontarsi – uomini che abitano le profondità dell’oceano, fantasmi degli alberi, avventure extra dimensionali etc. – pur portando a volte a conseguenze anche disastrose, s’impongono all’attenzione in primo luogo per la meraviglia che suscitano. I personaggi umani sono schiacciati dalla dimensione sovrannaturale, anche fisicamente nell’economia grafica della tavola, e spesso vengono messi in secondo piano da un oltre mitico che spesso sembra accorgersi a malapena di loro, turbando le arroganti fondamenta del loro fragile antropocentrismo.

L’unico capace di maneggiare agevolmente queste materie è Rork il quale, però, arriverà quasi a soccombere e dovrà ricostruirsi partendo da frammenti di sé, così come già stava cercando – e il lettore insieme a lui – le proprie origini. Questa fascinazione di Andreas per la narrazione frammentaria, per il meraviglioso contemplativo, coinvolge anche il lettore che resta spesso e volentieri a bocca aperta di fronte all’immaginario fantastico dell’autore, alla sua capacità di creare una storia che si disperde e si ricongiunge nel corso dell’arco narrativo costituito dalla summa dei singoli episodi, alle  scelte grafiche anomale e mai ripetitive, sorprendenti, pur nel loro controllato barocchismo.

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Il guardare, in Rork, sia quello dei protagonisti della serie, sia quello dei lettori, è portato a una frammentazione che moltiplica i percorsi, sia visivi che narrativi, all’interno delle singole storie e della serie che le contiene. Afferma ancora Andreas, a proposito delle sue scelte compositive e dell’influenza dei fumetti americani, che quest’ultima:

«E’ visibile già nelle prime tavole di passaggi. Gioco con più vignette allungate e verticali. Una soluzione molto usata nei comics statunitensi anni Settanta. E’ grazie a loro che ha iniziato a svilupparsi il mio senso per la narrazione, quando ho capito che avevo piena facoltà di usare tantissime vignette più piccole che prese singolarmente non significavano nulla, salvo raccontare qualcosa nel loro complesso.»

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Una tavola dal secondo volume di Rork

Ma a differenza dei comics americani che, con le debite eccezioni, preferiscono costruzioni della tavola principalmente centripete, Andreas contamina questi nuovi input con l’influenza di quegli autori francesi che prediligono la frammentazione e la vertigine, così come le tavole sovraccariche. Si pensi a Philippe Druillet o a François Schuiten, per le suggestioni architettoniche, che Andreas declina in un’accentazione più organica; e perfino a Didier Comès, per alcuni aspetti relativi alla mimica e alla caratterizzazione dei personaggi e degli abiti. Ma il referente grafico più evidente – a volte fin troppo, e persino dichiarato (uno dei personaggi secondari di Rork si chiama Bernard Wright) – è l’illustratore e fumettista statunitense Bernie Wrightson, che i più ricorderanno come co-creatore di Swamp Thing. Influenza evidente, quella di Wrightson, soprattutto nelle illustrazioni in bianco e nero presenti nel volume, in cui il tratteggio incrociato di Andreas mostra chiaramente il suo debito verso l’americano, così come nella scelta di alcune inquadrature, o nell’uso delle quinte per restituire la profondità di campo.

Eppure, e la cosa va a suo onore, Andreas stempererà gradualmente questa impronta per ricercare uno stile più proprio, utilizzando soprattutto la propria pregressa esperienza nel fumetto umoristico. Ne I fantasmi è possibile ammirare un convincente Andreas maturo, ma è ragionevole supporre che sarà possibile apprezzarne ancor più l’evoluzione del tratto a partire dal secondo volume.

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Una tavola dal secondo volume di Rork

Ad ogni modo, la fascinazione per l’architettura, che è esplicita nelle tavole di Rork – si veda, ad esempio, Il cimitero delle cattedrali – riecheggia anche nella composizione delle tavole che, piuttosto che percorsi di lettura, sono luoghi fisici con ambizioni di tridimensionalità in cui perdersi, labirinti la cui uscita, a volte faticosamente conquistata, coincide con l’inizio del successivo dedalo.

Più avanti nella prefazione, Andreas dichiara:

«Pensavo al fatto che per raggiungere il proprio centro si è costretti a superare determinate tappe. Non esistono scorciatoie. E’ il viaggio a fare di noi ciò che siamo. In retrospettiva, la sola cosa che mi dispiace in quest’immagine è che il percorso sia già tracciato. Quel labirinto dovrebbe avere più percorsi. Credo che possiamo decidere se seguire il nostro destino o meno.»

La lotta fra libertà e necessità di una struttura, che Andreas risolve brillantemente e con raro equilibrio, è probabilmente ciò che conferisce alle tavole di Rork tanto fascino. Le trame, più lineari che semplici, dei singoli episodi vengono amplificate dalla struttura instabile ed eccentrica delle tavole. Si vedano, ad esempio, le molte narrazioni parallele, come quelle dell’episodio #0, I fantasmi, che, muovendosi graficamente fra passato e presente, intrecciandosi nella contemporaneità della tavola, costringono il lettore ad una affascinante opera di ricostruzione che rende la fruizione attiva e coinvolgente come un gorgo.

Non a caso il primo volume di Rork, dopo l’introduttivo Fantasmi, realizzato a posteriori nel 2012, s’intitola Frammenti. Mentre, dalle cattedrali gotiche che prestano la propria suggestione al già citato terzo capitolo, punto di svolta nelle vicende del nostro, il fumetto mutua altri aspetti, come una concezione della tavola come una qualcosa non solo da leggere ma come un luogo da abitare, una storia incisa nella pietra che va seguita sì con gli occhi, ma anche con tutto il corpo.

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Da qui anche l’aspirazione alla tridimensionalità delle tavole di Andreas, che si esprime sia nella disposizione spesso ardita delle vignette più piccole, sia nelle prospettive angolate di quelle più grandi, giocate spesso su di un’estrema profondità di campo e che fanno convivere il vicino e il lontano, il tutto e il particolare. Delle visioni, letteralmente, vertiginose. Tavole come cattedrali, quindi, tavole che si abitano, tavole che si percorrono come si passeggia lungo le navate, “leggendo” la narrazione costituita dalle storie incise nella pietra e quelle raccontate dalle vetrate, ma al contempo facendosi sovrastare dal tutto e, passeggiando/guardando, costruendo e ricostruendo, andando di continuo, dal grande al piccolo, dal particolare al generale.

Un atto quasi più fisico che cognitivo quello che Andreas ci richiede. L’architettura, del resto, ha un’importanza molto più ampia nell’opera dell’autore che, come ricorda lui stesso, rievocando i giochi infantili, ha sempre rappresentato una delle sue più importanti fonti d’ispirazione:

«Quand’ero bambino, nella Germania Est, non avevamo i Lego, ma un gioco di costruzioni costituito da veri mattoncini in miniatura. E quando mi chiedevano cosa volevo fare da grande, rispondevo l’architetto, anche se lo facevo soprattutto per essere lasciato in pace. Ma era vero che mi piaceva costruire casette rifinendole con tanta pazienza» […] «Più tardi ho scoperto Frank Lloyd Wright, che sembrava rivolgersi alla mia natura tedesca: le sue costruzioni possiedono una struttura molto quadrata, ma consentono anche una grande libertà. Lavoro così anche con le sceneggiature, sfrutto le costrizioni per costruirci intorno. Individuo i muri portanti e ci ricamo intorno, nel massimo rispetto dell’equilibrio.»

Ma i muri portanti Andreas si diverte anche a sconvolgerli, a scomporli. Come il palazzo esploso di pagina 113 che ricorda, alla lontana, la casa del racconto Ed egli costruì una casa deforme di Robert Heinlein del 1941 (ma le influenze dello scrittore americano sull’opera di Andreas potrebbero essere più ampie, si guardi anche al romanzo breve Anonima Stregoni).

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Una casa che Rork si trova pazientemente a ricomporre – frammento per frammento – per ricondurla alla forma ideale della sfera. La stessa forma ideale protagonista dei racconti immediatamente precedenti. Questo amore nei confronti della narrazione per la narrazione e della ricerca continua dell’effetto, mai gratuito, da parte di Andreas, sacrifica però un po’ il lavoro sui personaggi, psicologicamente grezzi e che spesso appaiono esclusivamente funzionali e secondari rispetto agli sfondi su cui si muovono, i veri protagonisti di Rork. La pietra, insomma, appare più viva della carne. A dirla tutta, nel caso specifico, non sembra una gran perdita.

Al momento della sua uscita, Rork, soprattutto nell’ambito del fumetto europeo deve essere stato visto come un’opera di certo rivoluzionaria e ancora oggi mantiene intatta la sua forza e la sua fascinazione. La sua eco potrebbe essersi riverberata a grande distanza. E’ pretestuoso ipotizzare la sua influenza su opere come Sandman di Neil Gaiman? Sicuramente l’autore inglese e Andreas possono vantare un retroterra culturale (e amori) comune, a partire da Moorcock. Chissà.

Certo, Rork, è un’opera in cui bisogna avere la pazienza di entrare piano – il tratto di Andreas può risultare inizialmente respingente – ma la piccola fatica richiesta non è assolutamente paragonabile agli scenari e perfino agli universi che ci si apriranno davanti. Questa è una di quelle opere che porta il fumetto a superare i suoi limiti.

L’edizione Magic Press – che riprende quella dell’editore belga Le Lombard – a cui va il merito di aver riportato un’opera tanto importante in Italia, offre un buon rapporto qualità-prezzo. Buona la qualità della stampa, così come pure è sufficiente il pur stringato materiale prefattivo. Si sarebbe voluta avere qualche informazione in più e soprattutto meglio sistematizzata sulla storia editoriale di quest’opera – così come della sua pubblicazione italiana, del tutto tralasciata dal volume – ma tant’è.

Rork – L’integrale vol. 1
di Andreas
Magic Press, 2014
Brossurato, 256 pp., € 25

Leggi anche: Rork vol. 2 di Andreas, un’esperienza di lettura lenta, affascinante e misteriosa

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