The Walking Dead, tra ansia e terrore

Per il lettore di fumetti cosiddetto “forte”, anzi “fortissimo”, ovvero colui che legge tanti volumi all’anno da contribuire al disboscamento di qualche mezz’ettaro di foreste, c’è talvolta un problema: quello delle serie da due o tre volumi l’anno. A meno di avere una notevole capacità mnemonica – che io forse non ho – risulta molto difficile entrare e uscire dal flusso della narrazione con quei tempi, per riprendere i fili di una trama lasciata in sospeso magari sei mesi prima. Specie se nel frattempo si sono lette ennealtre serie, che hanno occupano tutti quanti i banchi di memoria breve disponibile.

Onde evitare di rileggere ogni volta il volume precedente per comprendere l’ultimo uscito, si finisce – come capita a me – con il sospendere la lettura a tempo indefinito. Fino a quando la serie sarà terminata (se terminerà). Oppure, finché i volumi accumulati non iniziano a formare una pila pericolante, tra le tante in cui sono divisi i fumetti-ancora-da-leggere, parafrasando Calvino. Solo allora, un po’ per necessità (evitare i crolli) e un po’ per sfinimento (“adesso basta: facciamoli fuori”), arriva il momento di leggere. E far sparire, finalmente, l’ingombrante colonna.

Così ho fatto con The Walking Dead di Robert Kirkman (testi), Charlie Adlard (disegni; ma la primissima run era disegnata da Tony Moore) e Cliff Rathburn (colori; che poi sono toni di grigio). Ho divorato d’un fiato i volumi brossurati pubblicati da SaldaPress dal 9 al 19, bruciando in meno di due giorni quello che negli USA è uscito nell’arco di cinque anni e mezzo.

La copertina di The Walking Dead vol. 19.
La copertina di The Walking Dead vol. 19.

La serie è ormai ben più che famosa: è tra le più vendute del decennio, specie dopo essere approdata anche in TV. Dal punto di vista del fumetto, la certificazione più evidente della sua fortuna è però la rinascita del filone zombie, inteso come sotto-genere dell’horror (o forse ormai genere a sé stante, chissà). Basti vedere il numero di serie derivate da TWD, dallo zombie-western di Rotten al parodistico The Walking Mad, dalla variante estrema di Crossed fino alla linea Marvel Zombie, che è contemporaneamente derivativa e parodistica, sia pure in modo involontario.

Avevo sospeso la lettura in un punto che mi sembrava un buon momento per fermarsi, quando il protagonista Rick scappa assieme al figlioletto Carl. Fuggono dal grande carcere in cui vivevano da alcuni mesi, relativamente al sicuro dal morso dei morti viventi, e nel quale si era radunata una piccola comunità. Quasi tutti gli altri personaggi della saga sono appena stati uccisi, in gran parte divorati dagli zombie che hanno inaspettatamente superato le recinzioni. Rick ha appena visto la moglie Lori cadere colpita a morte, e schiacciando la figlia neonata (!). Così l’ottavo volume si concludeva con Rick e Carl che si abbracciano in lacrime sulla collina che sovrasta il carcere, mentre alcuni zombie già arrancano, lenti ma inesauribili, verso di loro.

Il finale del volume 8.
Il finale del volume 8.

Con quell’ecatombe Kirkman faceva tabula rasa delle vicende precedenti e metteva un punto fermo alla storia, per liberarsi di ogni vincolo narrativo precedente e ripartire in una nuova direzione.

Ripartire anche in senso letterale, perché nei volumi successivi i due protagonisti – che nel frattempo ritrovano i pochi amici scampati alla mattanza – si cimentano in un lungo viaggio verso Washington, guidati da alcuni nuovi compagni raccolti lungo il percorso, tra cui un sedicente scienziato che dice di sapere che cosa ha causato l’epidemia zombie. Costui spiega la necessità di andare nella capitale: lì ci sono altri scienziati, e ‘basi’ pensate proprio per eventualità di questo genere. (Sarà che quando gli zombie sono “realtà” si finisce per ritenere possibile qualunque cosa, anche che i governi abbiano “piani di emergenza” contro i morti viventi. Fatto sta che gli credono tutti.)

Non tutti però arriveranno sani e salvi a destinazione. Il che è facilmente prevedibile dal lettore, visto che la prima legge dell’universo narrativo di TWD è che non bisogna assolutamente affezionarsi ad alcun personaggio, mai, escluso il protagonista e (forse) suo figlio. La trama infatti, come spiegano sempre i grandi e prolifici narratori popolari, per certi versi vive di vita propria, ha una sua stringente logica intrinseca che fa spesso forza alla volontà dell’autore. E in TWD richiede periodici e inevitabili tributi di sangue. Siamo in un horror, del resto, o no? Che poi Kirkman goda visibilmente nel lasciarsi possedere da Melpomene, musa della Tragedia, per sferrare a tradimento ripetuti colpi allo stomaco del lettore con fredda determinazione, questo è un altro discorso.

La meta promessa in ogni caso si rivelerà inesistente (con sorpresa più dei personaggi, forse, che del lettore), eppure quel che i superstiti troveranno, una volta giunti nella capitale americana, si rivelerà anche migliore di ciò che credevano di cercare. Una comunità pacifica e organizzata, al sicuro dentro una vasta area fortificata, niente meno. Non è che un’altra illusione, visto che la seconda legge di TWD è la versione splatter di quella di Murphy: se qualcosa può fare affondare nel sangue la misera quiete provvisoria, l’effimera e illusoria sicurezza raggiunta a fatica dai tuoi personaggi preferiti, lo farà. Ed ecco, si scopre che la pacifica comunità è taglieggiata da un’altra comunità, guidata da Negan, un leader crudele, agguerrito e calcolatore, che finirà per incrociare il suo cammino insanguinato con quello di Rick, per la gioia e il raccapriccio del lettore.

Da questi accenni alla trama, si potrebbe pensare che TWD sia una serie horror d’azione. Di certo lo è, ma la parte del leone la fanno spesso i lunghi momenti di stasi apparente, in cui pare non stia succedendo niente. Ma la cifra emotiva principale della serie è l’ansia, continua e martellante come il suono di un basso. Leggendo per ore e ore TWD, si arriva a un punto di immersione nel flusso emotivo in cui la preoccupazione per le sorti dei personaggi è tale che durante un dialogo (apparentemente?) di alleggerimento si volta pagina con cautela – perché gli autori sanno benissimo che il momento topico è lì, quando si volta pagina – per il timore che arrivi improvvisamente uno zombie a contagiare qualcuno. E se non succede, ci sono altre pagine ancora da voltare, e altra ansia. Gli zombie diventano uno stato dell’anima, non tanto e non solo una minaccia fisica, quanto piuttosto il correlativo oggettivo di una condizione psicologica di costante apprensione e insopportabile tensione. Sono la morte che ti può prendere in qualunque istante, per semplice contatto. L’ansia ti mantiene vivo, perché se ti rilassi poi volti pagina e lo zombie che non ti aspetti ti morde. Se invece te lo aspetti…

La situazione sembra tranquilla. Poi giri pagina…
La situazione sembra tranquilla. Poi giri pagina…
...e c’è lo zombie!
…e c’è lo zombie!

Queste parentesi di relativa “calma ansiogena” sono sempre rese da Adlard con efficacia, con disegni solo apparentemente semplici calati in una gabbia che bada al sodo, alla scorrevolezza, ad assecondare e contrappuntare il ritmo dei silenzi e dei dialoghi fluviali da soap opera. Dialoghi che spesso diventano quasi monologhi, nei quali i protagonisti scavano sovente dentro se stessi, rivelano le paure più nascoste, i segreti più infami, gli abissi bestiali che si nascondono sotto la patina della civiltà, la fatica di essere ancora vivi. Ogni personaggio si svela come fosse sul letto di morte, perché… è un attimo venire macinati dalla superiori esigenze della storia.

Per una volta è un prete a confessare i propri peccati. E che peccati!
Per una volta è un prete a confessare i propri peccati. E che peccati!
Anche Abraham racconta i propri segreti. Come già nella confessione del prete, la cosa più importante sono gli occhi e l’espressione di chi ascolta.
Anche Abraham racconta i propri segreti. Come già nella confessione del prete, la cosa più importante sono gli occhi e l’espressione di chi ascolta.

Con l’entrata in scena di Negan e delle comunità organizzate e fortificate, gli zombie però sono stati messi (relativamente) in secondo piano, con l’effetto di far scemare un poco l’ansia. Kirkman infatti ha impresso alla trama una sterzata anche emozionale, scegliendo di passare al terrore puro, almeno per il momento. E qui gli zombie non bastano. Ci vuole l’intelligenza umana. Non per niente, in Crossed gli ‘scrociati’ sono esseri pensanti, visto che la saga inventata da Ennis rincorre in maniera anche esasperata il raccapriccio, più che l’ansia.

Negan, nella strategia narrativa di Kirkman, ha la funzione di innalzare il livello del disturbo, proponendo al lettore una riuscita perversione del principe teorizzato da Machiavelli. Fedele a suo modo all’insegnamento del grande rinascimentale fiorentino, Negan non si cura di essere amato: si contenta di essere temuto, di esercitare il potere mediante il terrore puro. Per fare questo non esita a spezzare psicologicamente chi gli si oppone, applicando Mao-Tse-Tung e il suo “colpirne uno per educarne cento”. Per dare l’idea, dopo avere catturato con i suoi uomini il piccolo gruppo di Rick, Negan fa la conta per scegliere chi uccidere e dare una lezione a tutti gli altri, costretti ad assistere impotenti mentre il loro compagno viene ridotto in poltiglia a colpi di mazza chiodata. Ma Negan si comporta in maniera quasi pacata. Considerando la situazione, spiega in maniera ragionata che cosa farà e perché, e come tutti abbiano convenienza a rigare diritto ai suoi ordini, da ora in poi. Princìpi ribaditi anche dopo il massacro, se qualcuno non avesse ancora ben capito qual è l’insegnamento da trarre.

7

I capisaldi del nuovo ordine mondiale secondo Negan.
I capisaldi del nuovo ordine mondiale secondo Negan.

Sulla pagina, la spiegazione e la conta di Negan prima di iniziare il massacro occupano ben otto pagine di monologo e silenzi, in cui la tensione per il raccapriccio prossimo venturo monta fino all’esplosione della violenza vera e propria, che procede sistematica per altre cinque tavole, dominate dalla disturbante, perché divertita, noncuranza dell’assassino nel dare sfogo ai suoi istinti di sadica dominazione, più che dallo splatter vero e proprio, che pure c’è.

L’ultima parte del massacro. Notare tra le altre cose le onomatopee dell’ultima striscia, che si fanno esse stesse poltiglia.
L’ultima parte del massacro. Notare tra le altre cose le onomatopee dell’ultima striscia, che si fanno esse stesse poltiglia.

Il successo di TWD è certo dovuto alla potenza emotiva che deflagra da una trama imprevedibile. Ma va lodato anche un altro aspetto: la capacità del disegnatore di saper suonare al meglio lo spartito scritto da Kirkman. La sintesi grafica raggiunta nel tempo da Adlard è la sua personale versione di un incrocio tra Eduardo Risso e Mike Mignola, un segno di elegante leggerezza che riesce a restare distaccato rispetto a quel che rappresenta, e a ritrarre le peggiori, quasi insostenibili efferatezze senza cadere nel compiacimento estetizzante. E ciò anche grazie ai toni di grigio di Rathburn, che ben smorzano gli eccessi ematici.

Sarà arduo, ora, ri-sospendere la lettura della serie prima di avere letto il ventesimo volume (di prossima uscita), che si annuncia come la resa dei conti tra Rick e Negan. Quello è un cattivo che non si dimentica.