Focus Opinioni Tutto cominciò con una serata cremonese. Dal diario di Rasputin (1)

Tutto cominciò con una serata cremonese. Dal diario di Rasputin (1)

“Ah,Corto, Corto, tu rêves encore de vastes mers où courent doucement tes mélancolies ou tes mensonges. Tu poursuis encore ta fable!!! Tu n’es qu’un pauvre fou!” (Rasputin)

C’è stato un tempo, quando ero giovane, in cui credevo che il mondo dell’editoria funzionasse così: fai i libri e poi li vendi. Scoprii invece che la cosa è più complessa, che la vera libertà non è quella di stampa. Per stampare basta avere i soldi necessari a farlo e l’indirizzo di un buon tipografo. La vera libertà, quella per cui se decidi di fare l’editore devi combattere senza sosta e, purtroppo, quasi sempre perdere, è quella di distribuzione.

Questa consapevolezza me la sono formata attraverso un processo di crescita che passa per la breve storia di una piccola casa editrice di fumetti. Piccola è vero, ma che fu –lasciamelo dire- decisamente seminale. La chiamammo Rasputin!libri. Se hai un po’ di tempo te ne racconto la storia. Per come la vedo io, è istruttiva.

Faceva freddo la notte che fondammo la Rasputin. Per le strade e nelle piazze di Cremona sembrava fosse ghiacciata persino la luce dei lampioni. Ma nella pizzeria dove ci eravamo rifugiati si stava abbastanza caldi. Me la ricordo molte bene quella notte. Si era zingari a quei tempi e si andava sempre in giro. Era la vigilia di Natale del 1996 e ci aggiravamo, Alberto Bonanni e io, per il freddo deserto delle strade di Cremona. E’ stato certo per solida amicizia che Massimo Galletti trascurò la tranquillità e la sicurezza di una vigilia passata in famiglia e si accompagnò con noi, che dovevamo parlargli, a riscaldarsi e cenare in quella squallida pizzeria.

La cena dopo la fondazione
La cena dopo la fondazione

Avevo conosciuto Massimo nella prima metà degli anni novanta. Ero zingaro a quei tempi, te l’ho detto: con due pulsioni (oltre a quella che tutti ci accomuna) determinanti, ascoltare musica e leggere fumetti. Le soddisfacevo entrambe. E non mi spaventava percorrere anche qualche migliaio di kilometri.

Massimo animava il Centro Fumetto Andrea Pazienza e faceva la rivista Schizzo, lì a Cremona. Era stato naturale conoscerlo e diventarci amico. Non è stato un rapporto idilliaco, da subito. Se glielo chiedi probabilmente ti può sventolare ancora il pesante carteggio (sì, a quei tempi si mandavano ancora lettere di carta) in cui ci scambiavamo insulti e improperi – il motivo è talmente vago nella mia memoria che lo tralascio. Comunque: fu su sua sollecitazione che, ricordo bene, era il gennaio del ’95, andai ad Angoulême. Massimo non perdeva occasione, ogni volta che ci si incontrava, di decantarmelo come il più completo sguardo possibile sulla produzione mondiale di fumetti di quegli anni. Aveva ragione. Devi sapere che per chi veniva dal deserto editoriale italiano di quel periodo il festival di Angoulême era una cosa incredibile.

A guardarla oggi, la situazione editoriale italiana, con quella confusa ma rigogliosa pletora di continue uscite librarie a fumetti, non sembra che ci possa essere stato un tempo di assoluta totale crisi. Eppure gli anni novanta furono un disastro. Le riviste che avevano caratterizzato il decennio precedente non c’erano più. Alter-Alter e Orient Express erano morte nel 1985. Comic Art, nonostante dal 1988 la dirigesse (se non ricordo male) Oreste del Buono, era niente altro che un contenitore senza progetto, poco più o poco meno de l’Eternauta. Linus era già in quel coma profondo dal quale ancora non è uscita. Ma quel che è peggio è che la lunga agonia di Frigidaire, cominciata negli ultimi mesi del 1988, anche se durerà più di un decennio, aveva raggiunto il punto di non ritorno già all’inizio degli anni novanta. Nelle librerie, poi… dopo un timido tentativo di Feltrinelli, troppo frettolosamente sospeso, di inserire nella collana I Canguri alcuni fumetti (che nel 1992 portò in libreria due libri importanti: L’uomo alla finestra di Mattotti e Mauretania di Chris Reynolds), più niente.

Fatto stà. Si prende e si parte per questo benedetto festival. Si prendeva il treno delle 23.00 in Centrale e verso le nove e mezzo del giorno dopo si era a Parigi. Poi ci si metteva un’altra giornata (che mica ci avevamo i soldi per il TGV) di treno e si arrivava a Angoulême. Valeva la fatica.

Ricordo il freddo di lunghe passeggiate lungo la Charente, ricordo la cucina bretone di una simpatica famiglia di operai di una distilleria di cognac da cui ero, non so più perché, finito ospite. Ricordo soprattutto la loro scorta di XO, omaggi facili del padrone della distilleria, e ricordo soprattutto gli abbondanti bicchieri che me ne versavano alla sera. Fumavo tantissimo allora (Gitanes blonde), quei bei tempi in cui si poteva anche nei locali pubblici, e passavo il tempo al Bar du Marchè nella Place des Halles. Visitavo le mostre, ma alla mostra mercato non ci mettevo piede, se non di sfuggita. Tanto, su quello cui valeva la pena buttare un’occhiata, mi teneva informato Massimo. Ricordo che una sera, a cena in un qualche scalcagnato ristorante senegalese (forse o forse libanese o eritreo o greco), nell’elenco di nomi che mi sgranava ce ne fu uno che riuscì a superare la barriera della mia ben dissimulata indifferenza. Menu. Un simile richiamo alle mie adorate trattorie di periferia non poteva non attirare la mia attenzione.

Segni particolari: Angoulême
Segni particolari: Angoulême

Diceva Massimo: no devi assolutamente leggerlo questo Livret de Phamille, guarda che Menu è veramente uno fico. Gli credo. Il giorno dopo vado allo stand di questa giovane casa editrice che si chiama Association, e che già per il nome collettivista mi mette di simpatico umore, ed è una rivelazione per quello che c’è in vendita lì. Esistono da 5 anni e hanno già fatto la rivoluzione.

Quando quindici anni dopo Jean-Christophe Menu andandosene dall’Association, dirà di lasciare dietro di se uno dei più bei cataloghi a fumetti dell’editoria mondiale, ti giuro, non scherzerà.

Quel giorno lì compro tutto, io che compro mai niente, conosco tutti da Trondheim e Killofer a Menu. Li amo questi francesi. Anche se sono più pazzi dei romani, sono avanti non so dirti quanto. Hanno un’idea del fumetto complessa, hanno un’idea dell’editoria a fumetti totale: temi e collane (cosa che difetta anche di questi tempi a tutte le case editrici italiani). E’ un periodo d’oro, quello, per l’editoria a fumetti francese: nascono realtà incredibili, piene di idee (penso ad Amok, a Ego comme X, a Cornélius e altre ne dimentico). Fanno libri e li vendono nelle librerie di varia. E li vendono bene. Ci si tornerà a quel festival per un bel po’ di anni a venire.

Considera una cosa. In Italia vivevamo in un decennio triste, te l’ho già detto, dal punto di vista dell’editoria fumettologica. Si era chiusa la stagione delle riviste (vero che c’era stata Nova Express, morta proprio quell’anno, ma era stata solo lo strascico agonico di un’idea di fumetti defunta con la fine di Orient-Express) e non era ancora cominciata quella delle Graphic Novel. Ciò che scatenerà nelle nostre fantasie la scoperta di quanto avveniva in Francia, cioè la consapevolezza che quello che Feltrinelli aveva timidamente cominciato e interrotto, lo poteva riprendere con successo una casa editrice snella, senza costi e ideologicamente motivata, troverà coronamento quasi due anni dopo. Quella vigilia di Natale del 1996, in cui ci trovammo Massimo Galletti, Alberto Bonanni e io, con l’intenzione di organizzare il viaggio di gennaio dell’anno dopo a Angoulême, in una scrausa pizzeria di Cremona.

Sarà stato l’incontrollato flusso delle birre e del vino bianco e degli ammazzacaffè ma quando ci alzammo dal tavolo, a parte il fatto che era già Natale, ci eravamo fatti una promessa: dopo il festival saremmo tornati con valigie di libri a fumetti e quella cazzo di casa editrice necessaria a portarli nelle librerie quelle vere, quelle di varia, l’avremmo fatta noi. Fu una specie di patto di sangue. E in fatti saranno lacrime e sangue. Ma anche tanto stracazzo di divertimento.

fotoinpiu

Quindi eccoci lì. Sul finire del gennaio ’97, finito il festival, sulla banchina della stazione di Angoulême, Massimo e io, gli zaini straripanti di libri, l’agenda (sì, io uso ancora oggi un agenda di carta) piena di contatti, le teste cariche di idee anche balzane, che aspettiamo il treno per Parigi (da dove torneremo a Milano e poi lui a Cremona) e discutiamo fitto dei libri che potremo pubblicare in Italia. Talmente fitto che saliamo sul primo treno che arriva, senza badare alla destinazione. Ce ne accorgiamo a malapena che non è il treno giusto quando scopriamo che non passa da Parigi. Abbiamo preso un treno per Bruxelles. Tornare a Parigi ci porta via un sacco di tempo, ma ha anche il suo vantaggio. Quando finalmente ci sediamo in un bistrot vicino alla Gare de Lyon per cenare – ricordo ancora, un eccellente maialino laccato con salsa d’ananas- abbiamo un progetto: si comincia con una collana bianco e nero e formato comodo 17×24, quattro titoli all’anno, il minimo per essere presi i considerazione dai distributori regionali, teniamo duro qualche tempo, vediamo come va e poi probabilmente aumentiamo collane e volumi pubblicati. I titoli per cominciare? Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta e tutto il tempo per scannarci (metaforicamente, s’intende) nel farla. I soldi? Quelli sono un problema, non li abbiamo. Dobbiamo decidere quanti ce ne servono, e trovare dei soci. Poi ci sono altri problemi, il tipo di società, il nome della casa editrice.

Ci metteremo tutto quell’anno, ma a dicembre del ’97 formalizzeremo dal notaio la nascita della Società editoriale cooperativa a responsabilità limitata Rasputin!Libri.

Settimana prossima ti racconto come è andata e come è finita.

(continua)

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