Decolonizzare l’avventura: Los viajes de Juan sin Tierra

Nel Brasile di inizio Novecento, Corto Maltese guidava i banditi del Sertão, e, imbracciata una mitragliatrice, sgominava praticamente da solo i mercenari al servizio del bianco schiavista. In un villaggio del Chiapas del Duemila, un tipo di nome Vasco, con le stesse basette e lo stesso orecchino di Corto, si trova alle prese con un elicottero dell’esercito messicano: per sconfiggerlo imbraccia una finta telecamera, con una finta antenna, che però sembra inviare immagini in diretta a mezzo mondo. Per i militari è un rischio troppo alto: se ne vanno. Ma ritorneranno.

Come scrivere un fumetto d’avventura oggi, in quest’epoca segnata dalla postcolonialità, dalle disuguaglianze sociali e dalla globalizzazione delle merci e delle informazioni? Si può costruire una storia divertente e appassionante di viaggi e peripezie in Sud America, senza però chiudere gli occhi di fronte a ciò che realmente accade in quella parte del mondo? E che ne sarà della figura dell’eroe europeo, protagonista di queste avventure?

Los viajes de Juan sin Tierra

Queste sembrano essere le domande che si è posto Javier de Isusi, e alle quali ha cercato di rispondere nei quattro volumi che compongono Los viajes de Juan sin tierra, pubblicati in Spagna da Astiberri tra il 2005 e il 2010. Il risultato è il lungo viaggio del protagonista, Vasco, alla ricerca del suo amico (fratello?, fantasma?) Juan: un viaggio che è anche un racconto di formazione e la scoperta di un Sud America multiforme, contraddittorio, che sta cambiando il mondo, anche se noi spesso non ce ne accorgiamo.

Le avventure di Vasco, infatti, si svolgono in diversi luoghi del continente sudamericano, e in ciascuno di questi il protagonista si trova alle prese con un movimento di ribellione all’imperialismo, diretto discendente del colonialismo.  Si parte dal Chiapas degli Zapatisti, dove si svolgono le vicende del primo volume, La pipa de Marcos. Qui il protagonista si ritrova nel bel mezzo di una guerra che è prima di tutto mediatica: il Chiapas resiste perché gode di un grande appoggio nell’opinione pubblica internazionale, e gli occhi stranieri sono la miglior difesa dagli attacchi dell’esercito messicano. Per questo la telecamera, anche se finta, sostituisce (spesso) la mitragliatrice. In questa situazione, però, bisogna difendere il cuore maya della ribellione, che rimane coperto come rimane coperto dal passamontagna il volto del Subcomandante Marcos.

Nel corso del secondo volume, La isla de Nunca Jamás, ci si sposta in Nicaragua, sull’isola di Ometepe. Qui il protagonista viene coinvolto in una piccola vendetta privata, ma che porta con sé un bel pezzo della storia travagliata del Nicaragua, dilaniato negli anni ’90 da una guerra civile, pagata con dollari americani. Ciò che rimane oggi è una proliferazione di organizzazioni religiose che camuffano guadagno e potere dietro la facciata della beneficienza.

Los viajes de Juan sin Tierra

Punto cruciale dell’opera è poi l’Amazzonia, tra le tribù di indios che fuggono da ogni incontro con la cosiddetta ‘civiltà moderna’ che rischia di annientarli. Qui, nel corso del terzo e quarto volume, Vasco viene a contatto con una concezione della vita e del mondo radicalmente Altra. Ciò che trova è un’identità e una cultura meticcia, spiazzante sotto tutti punti di vista, che colpisce al cuore delle categorie culturali occidentali, e di fronte alla quale Vasco non può far altro che sospendere il giudizio, finalmente, e imparare ad ascoltare.

Scoprire l’Altro, come scriveva Tzvetan Todorov: questo è ciò che Vasco finisce per fare, più o meno di proposito. Ma quando mai l’eroe di un’avventura esotica si è messo a parlare davvero con coloro che quei luoghi esotici li abitano? Quando mai l’eroe bianco ha veramente rinunciato al potere che la sua pelle gli conferiva? Tintin in Congo si trova ad avere a che fare con una massa di schiavi ignoranti e grati di farsi salvare. Che ruolo hanno i marocchini in Casablanca? Persino Sam, simpaticissimo, sta lì solo per suonarla ancora, manco fosse un jukebox. Oppure un vecchio film come Il mondo nelle mie braccia, con Gregory Peck e Anthony Quinn che si sfidano nei mari dell’Alaska, in cui l’unico personaggio non occidentale è un eschimese: bravo pilota, certo, ma viene usato per sfondare le porte come fosse un ariete, puzza perennemente di pesce e parla con una foca. Questo è il ruolo in cui i canoni dell’avventura occidentale hanno relegato (e relegano) l’indigeno di turno.

Questi esempi vengono proprio da alcune delle opere citate dall’autore. Los viajes de Juan Sin Tierra è anche, infatti, un’efficace riflessione a fumetti su cosa ne è dell’avventura di questi tempi, ma anche su cosa sia mai questa Avventura di cui si è scritto per secoli. E la cosa si fa ancor più interessante quando de Isusi si confronta con modelli più complessi di quelli citati finora.

Prendiamo ad esempio Peter Pan, di James Barrie, un capolavoro della letteratura fantastica (se non l’avete fatto o non ve lo ricordate, andate a riscoprire questo cattivissimo gioiello di satira sociale). Fantasia, appunto: prendi dei bambini inglesi di fine Ottocento, e fa’ immaginare loro un’isola caraibica. La popoleranno di animali feroci, crudeli pirati, e se c’è una bambina di mezzo si metterà a rammendare calzini. E gli indiani? Beh, anche se siamo ai Caraibi, gli indiani sono pellerossa del Nord: abilissimi cacciatori, parlano un pessimo inglese, venerano il bianco Peter Pan e si fanno uccidere tutti perché non riescono a uscire dal loro schema mentale fisso. Di tutto ciò Barrie era ben conscio, sia chiaro, e quello che ci vuol dire è: guardate un po’ che fantasia razzista producono i figli del colonialismo. La Disney, invece, è cascata in pieno nel tranello: da una parte ha tolto la satira, dall’altra ha lasciato che generazioni di bambini occidentali pensassero che ‘indiani parlare male’, per forza.

Los viajes de Juan sin Tierra

De Isusi raccoglie il testimone di Barrie (e del Peter Pan a fumetti di Loisel) e fa un passo in più: questa volta a produrre immaginario non sono più dei bambini inglesi, ma un ragazzino del Nicaragua, che con l’immaginazione non costruisce un’isola colonizzata, ma ridisegna la sua isola natale. Lì creerà le sue avventure insieme a Vasco, ma l’immaginario creatore non è più imperialista: per una volta è l’indiano a immaginare l’isola in cui vive.

Qualcosa di simile accade con un modello forse ancora più impegnativo: il già citato Corto Maltese. Ora, Hugo Pratt non era certo un ingenuo, di esotismo se ne intendeva, e il suo personaggio non ha dubbi a schierarsi sempre dalla parte del più debole: “L’ultimo rappresentante di una dinastia completamente estinta che credeva nella generosità, nell’eroismo…”, come dice a Steiner in Bocca Dorata e il segreto di Tristam Bantam. Il problema però è proprio l’eroismo: Corto risolve sempre tutte le situazioni da solo, anche quando partecipa a una ribellione anticoloniale. I ribelli, i colonizzati, sono sempre in posizione subordinata. Quando non lo sono, rimangono incomprensibili, come lo stregone Marangwe di Nonni e fiabe, oppure muoiono subito dopo aver dichiarato i loro propositi di ribellione, come Cranio nella Ballata del mare salato. Se così non fosse tutta la posizione ideologica di Corto verrebbe messa in crisi, il suo saltare da una parte all’altra delle barricate e delle parti in guerra, ma soprattutto il suo essere perfetto, affascinante e immutabile. La prova è in quella strana storia che è Teste e funghi, dove Corto è costretto a fare i conti con il suo ruolo storico di bianco colonizzatore, e si trova contro una tribù di indios decisi ad ucciderlo per questo. Chi ha ragione? Non se viene a capo, ma non importa perché è tutto un sogno.

L’opera di de Isusi è un continuo gioco di rimandi, soprattutto grafici, alle storie di Corto Maltese: Vasco stesso è un sosia di Corto, almeno fino a un certo punto. Arriva un momento, infatti, in cui il protagonista deve fare i conti con il fatto di non poter essere un eroe infallibile e misterioso come Corto. Non è più tempo per eroi del genere, e forse è meglio così. Ma allora che tipo di eroe serve oggi?

Los viajes de Juan sin Tierra

La risposta di de Isusi è estremamente interessante, e ricorda da vicino l’‘Eroe della ritirata’ di cui parla Enzensberger (citato anche da Javier Cercas nel suo Anatomia di un istante). Un eroe, insomma, che decide di farsi sconfiggere, di scavare dentro se stesso per fare posto a qualcosa di nuovo e di estraneo. Perché oggi, forse, non si tratta più di cambiare il mondo, ma di rispettarlo, come scrive Enzensberger.

Insomma, de Isusi prende per mano il lettore e, quasi senza che questo se ne accorga, lo porta a spasso per un viaggio lungo quattro volumi: un viaggio geografico, narrativo, culturale ed emozionale. Il tutto con un disegno originale e preciso, in bianco e nero. Tra l’altro, l’autore ha pubblicato recentemente una nuova opera, He visto ballenas, che affronta in maniera originale il tema complesso della politica basca e del terrorismo, con uno stile grafico per certi versi sorprendentemente diverso da quello usato nei volumi de Los viajes de Juan Sin Tierra, e un interessante uso del colore. Speriamo che questa nuova opera risvegli un interesse editoriale per questo autore anche – chissà – in Italia.