Generazione ctrl+z. Seconds e il trial and error di Bryan O’ Malley

Bryan Lee O’ Malley non è un grande scrittore. E neppure un disegnatore dalle doti inarrivabili. Eppure il suo Scott Pilgrim è diventato un successo internazionale di tale portata da meritarsi pure una trasposizione cinematografica – seppur bastonata al botteghino, forse perché troppo intelligente rispetto al titolo medio da multisala – coi fiocchi. A riprova di quanto questo autore abbia qualcosa da dire, un successo simile sembra stia per ripetersi con la sua nuova prova, Seconds, un volume capace di piazzarsi in vetta alla classifica dei best sellers del New York Times nella stessa settimana di uscita sul mercato statunitense.

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Il motivo di tale popolarità e da ricercarsi nel pubblico trasversale del Nostro, dai nerd con conoscenza enciclopedica del fumetto a tutti quei fruitori casual (per usare un termine moderno) che non hanno mai aperto un albo prima dei suoi, dai nostalgici del primo The Legend of Zelda ai segugi sempre a caccia di idee fresche. C’è chi l’ha conosciuto per dopo aver amato gli artwork pubblicitari di Fez e chi c’è arrivato per via della colonna sonora del videogame di Scott Pilgrim scritta dagli Anamanaguchi.

Tra le fila dei suoi appassionati troviamo la ragazzina tardo-adolescente, il trentenne non ancora troppo convinto di essere entrato nell’età adulta, quello che non si perde nessuna pellicola proiettata al Sundance e il lettore bulimico di manga. Un gran guazzabuglio, classificabile solo partendo dalla generazione d’appartenenza. Per essere precisi, quella riconducibile ai nati tra il 1982 e il 2000.

Ecco quindi la prima bella notizia: se siete tra quelli che hanno sempre avuto timore di affermare ad alta voce “sono troppo vecchio per questa roba”, ora avete gli estremi anagrafici per farlo senza passare per vecchi lagnosi. Perché superato un certo numero di primavere O’ Malley non è più, detto in maniera molto impietosa, roba per voi. Sempre che non vogliate trovare un metodo per tastare il polso ai cosiddetti Millennials più piacevole dei soliti studi sociologici scritti con tono da bollettino post-apocalittico.

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Si fa sempre una gran fatica a prendere sul serio questa faccenda delle generazioni, finendo per non riconoscercisi per nulla o per includerci persone che magari hanno vent’anni di ritardo (soprattutto se siete voi stessi). Si parla di confini troppo labili e sfumati. Siamo sempre divisi tra prenderli sul serio oppure considerarli un’ottima scusa per imbastire un articolone da copertina per il magazine generalista di turno.

Può il contemporaneo avere lo stesso significato per due persone nate e cresciute agli antipodi del pianeta? Difficile dirlo. Eppure c’è stato un breve intervallo di tempo in cui sembrava che ogni cosa toccata dal buon Bryan fosse la più fresca e allineata con il presente (tanto per dire, l’art director del videogioco tie-in di Scott Pilgrim era l’artista Paul Robertson). Sarà stato bravo a cavalcare l’onda della mania nerd (oppure ancora più bravo a montarla ulteriormente), a pizzicare le corde giuste di un’emotività per troppi anni intorpidita da esagerazioni artificiose o, oggi come oggi, messa sotto assedio dalla carica d’odio & cinismo generata dai social network, oppure semplicemente a darci ciò di cui più avevamo voglia senza aspettare che noi ce ne rendessimo conto.

Fatto sta che Bryan ha superato senza troppi problemi un sacco di gente ben più blasonata ed è riuscito, nell’arco di un solo paio di lavori, a diventare una voce chiara e ben distinguibile nel marasma di strombazzi e proclami alla base dell’attuale industria dell’intrattenimento. E pare aver alzato ulteriormente il tiro con questo Seconds, dove i legami con il presente sono forse meno ludici ma più funzionali.

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Lo stesso aspetto grafico si è ripulito, andando a pescare suggestioni dal mondo delle infografiche (i layout delle pagine, la presenza di frecce, didascalie, proiezioni isometriche all’interno delle vignette) come dal microcosmo dei nuovi magazine cartacei iper-settoriali (si veda la scelta dei font, compresi quelli a indicare i capitoli). Due universi tra i preferiti tra i nuovi studenti di arte & design, da sempre una delle nicchie più a cuore del Nostro. Oltre a questo abbiamo la scelta – un poco scontata e didascalica – del cibo come elemento portante. Oggi come oggi non pare esattamente la cosa più innovativa e brillante che si potesse scegliere (sono passati ormai quattro anni dalla storica puntata di South Park “Creme Fraiche”; quello sì, autentico campanello d’allarme su dove saremmo arrivati) ma si rimane comunque sul pezzo.

La cosa che rende Seconds davvero degno di attenzione è come il meccanismo del trial-and-error sia inserito nella narrazione. Probabilmente i più ricondurranno questa tecnica di risoluzione dei problemi a interminabili sessioni di gioco davanti a qualche platform dal livello di difficoltà bloccato su “punitivo”, ma in realtà si parla di quello che dovrebbe essere il metodo di apprendimento più funzionale tra gli esponenti della generazione Y. Vedi il testo The Next America: Boomers, Millennials, and the Looming Generational Showdown a opera di Paul Taylor o gli studi portati avanti dal gruppo K-Hole.

Detto in poche parole: siamo troppo annoiati per leggere manuali, piuttosto preferiamo continuare a sbattere la testa su un problema fino a quando qualcuno non carica un tutorial su YouTube. Da questo punto di vista le vicende della giovane cuoca Katie, capace di riparare gli errori del passato grazie a dei funghi magici ritrovati sotto la dispensa del suo ristorante, sono perfette nel narrarci l’indecisione cronica di questa generazione. Perché qui non si parla di un Giorno della Marmotta qualsiasi, ma della volontà reiterata e convinta di pigiare con sempre maggiore leggerezza la letale combinazione di tasti ctrl+z.

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Non tutte le ragazze hanno la forza di volontà di amarsi come la soffice Lena Dunham della serie televisiva Girls, ultimo baluardo generazionale innalzato dalla stampa che conta, riesce a fare. Forse perché non tutti siamo figli di artisti, nati a Brooklyn e dotati di un talento tale da renderci milionari prima dei trent’anni. Un sacco di altra gente, tipo le persone normali, ama perdersi nei propri pensieri fisando il soffitto, sognando a occhi aperti la possibilità di ritornare sui propri passi e di correggere gli errori di una vita. Amori, percorsi di studio, scelte lavorative. Bryan Lee O’ Malley pare proprio parlare a loro. Con i suoi disegni così infantili, le didascalie adorabili e il suo mondo fatto di spiritelli, streghe cattive-ma-non-come-sembra, funghi magici e ragazze pazzesche che si mettono con ciccioni imbranati.

Anche se non lo ammetteremo mai, non sempre il fumetto più duro e cinico è la cosa che fa per noi. Di tanto in tanto abbiamo la necessità fisica di frequentare qualcuno con la faccia tosta di ricordarci che in un mondo fantastico forse le cose sarebbero andate meglio. A qualunque aspirante scrittore/fumettista che si rispetti sarebbe sembrata una scelta troppo facile, priva di quella affascinate scorza di disincanto tipica del narratore dei nostri anni. A tutti tranne che a un sorridente canadese classe 1979. Ora gongolante più che mai.