Da I Simpson a Over Easy: intervista a Mimi Pond

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Mimi Pond è un artista dalla doppia anima. Personalità underground, vignettista per il National Lampoon, ma anche scrittrice umoristica di successo, autrice televisiva e sceneggiatrice. I più la ricorderanno per il primo episodio mai trasmesso de I Simpson, ma la donna ha da tempo abbandonato quel mondo per dedicarsi alla sua opera più importante, Over Easy, racconto di formazione ispirato ai suoi anni giovanili che ha scalato le classifiche di vendita, ottenendo il plauso di critica e pubblico.

L’abbiamo intervistata per scoprire la genesi del fumetto e per farci raccontare la sua passione per questo mezzo espressivo.

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Partiamo dall’inizio. Quando – e come – hai scoperto i fumetti?

Non mi ricordo nemmeno di un periodo in cui non abbia letto dei fumetti. Mio padre mi leggeva le strisce sui giornali della domenica prima che imparassi a leggere. Mi ricordo che una delle prime cose che ho letto per conto mio era la raccolta di Mad Magazine di Harvey Kurtzman quando avevo sei anni. C’era sempre qualche Mad in casa. Avevamo anche le raccolte di Pogo di Walt Kelly, le vignette del New Yorker, quelle di Virgil Partch e cose del genere.

E i supereroi?

Non ho mai letto fumetti di supereroi. Non c’era niente che mi attirasse. Non c’erano ragazze o donne coi superpoteri. Lois Lane si cacciava di continuo nei guai e poi Superman la doveva salvare. Era stupida! Wonder Woman mi annoiava. Non mi sono mai piaciute le ambientazioni fantasy o fantascientifiche. All’epoca non c’erano personaggi femminili forti. Due grandi ispirazioni per me sono stati due non-fumetti, due libri per bambini come Beezus e Ramona di Beverly Cleary, con le illustrazioni di Louis Darling, e Professione? Spia, scritto e illustrato da Louise Fitzhugh. Entrambi i libri hanno protagoniste a tutto tondo – ragazze che notavano varie cose del mondo – come me! Quelle erano cose a cui potevo relazionarmi – ed erano illustrate benissimo. Mi piacevano molto anche i libri di Robert McCloskey, come Homer Price. Mi rendeva triste pensare che solo i bambini potessero avere libri con le illustrazioni. Sembrava che gli adulti venissero puniti con libri senza figure!

Mi piaceva Little Lulu e Richie Rich. Adoravo Archie. Per me fu una vera delusione quando scoprii che le scuole superiori non sarebbero state affatto come quella di Rivendale. Per anni, prima di andare alla superiori, passavo di fronte a quella che sapevo sarebbe stata la mia scuola e cercavo il bar della soda, che sarebbe dovuto essere all’angolo della strada. Dov’era? Poi, all’inizio dell’adolescenza, toccò ai fumetti underground e quelli furono una vera rivelazione. Qualsiasi cosa facesse Robert Crumb era meravigliosa, anche solo per i disegni. Sua moglie, Aline Kominsky-Crumb, Diane Noomin e altre creatrici di fumetti furono a loro vola una fonte d’ispirazione per me. All’epoca c’era una dose scioccante di misoginia e violenza contro le donne nei fumetti. Nessuna la questionava, era una cosa data. Al liceo vidi il National Lampoon e i fumetti in quella pubblicazione erano un’altra fonte d’ispirazione, in particolare quelli di Shary Flenniken (che poi avrebbe comprato i miei lavori per il magazine e sarebbe diventata la mia mentore) e Mary K. Brown. Mio padre avrebbe voluto essere un fumettista ma suo padre non gli permise di andare alla scuola d’arte. Si iscrissi in marina e questo lo portò a San Diego, in California, dove conobbe e sposò mia madre. Lavorava per la General Dynamics Convair (un’azienda contraente nel campo della difesa e dei mezzi aerospaziali) per circa trentasette anni, ma mantenne viva la sua passione per l’arte. Fu il mio primo insegnante di fumetti. Mi portò anche a una delle prime edizioni del Comi-Con di San Diego, nel 1970 credo, quando era organizzato all’università della California. Conobbi Ray Bradbury, uno dei pochi autori di fantascienza che mi piacesse. Ero estasiata. Andai anche alle edizioni successive e incontrai gente come Bob Clampitt, Ray Harryhausen, June Foray e Jack Kirby. Ho un sacco di rispetto per gli autori di fumetti anche se i loro soggetti non sono il mio genere. La cosa grandiosa di queste prime fieri era che questo gruppo eterogeneo di adolescenti nerd invitava i giganti della cultura popolare, altrimenti trascurati, a raccontare le loro storie. Il resto del mondo li ignorava e basta. Fu un passo importante nella storia della cultura popolare.

Over Easy è un’autobiografia con una genesi molto particolare; doveva essere un romanzo, poi un film, finché Art Spiegelman non ti ha consigliato di farci un fumetto. Come è nato Over Easy?

Sapevo dal primo giorno in cui iniziai a lavorare al Mama’s Royal Café a Oakland, nel 1978, che questa era una storia che avrei raccontato, un giorno o l’altro. Si è accomodata nelle mie viscere ed è rimasta lì. Ho avuto lunghe discussioni con la versione reale di Lazlo Meringue, il mio capo e amico John Veglia, su come avremmo dovuto inquadrare la storia. Tutti quelli che lavoravano lì sapevano che era un film. Tutti adoravano John, era il nostro papà beatnik. Lo idolatravamo. I personaggi e gli episodi erano così ricchi e pieni di materiale da diventare ingombranti. Provammo a buttare qualche idea sul tavolo ma non ne cavammo niente di utile. John purtroppo è morto nel 1988, ma ha continuato a vagare per la mia mente come una biglia. Alla fine, quando nacque mio figlio nel 1992, mi ricordo di essere diventata così felice per questo bellissimo bambino e pensai “Perché dovresti voler fare qualsiasi altra cosa se non stare con i tuoi figli?”. Poi mi venne in mente che il nostro papà beatnik del ristorante, il mio capo, aveva tre figli, e non faceva altro che spassarsela con un gruppo di ventenni irresponsabili. E allora capii che era molto più complesso e pieno di difetti di quanto immaginassi. Avevo questa dicotomia su cui lavorare. Ombre e luci. Bene e male. Ora era molto più interessante.

Hai citato i lavori di Dave Eggers e Hanef Kureishi come fonte d’ispirazione. Sono entrambi autori che portano molto del loro vissuto sulla pagina. In che modo ti hanno influenzato?

Mi piaceva l’uso della narrazione in prima persona e l’atteggiamento di entrambi. Kureishi parla della stessa decade che tratto io. È un periodo che spesso viene trascurato e non penso che molte persone abbiamo davvero affrontato le complessità degli anni settanta.

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In Over Easy manipoli il tempo in maniera plastica. Il primo giorno di lavoro occupa 53 pagine, poi salti molti passaggi. Questo aspetto temporale era presente dall’inizio o hai improvvisato durante la stesura della storia? Ci sono degli episodi che hai dovuto togliere per rendere la storia più fluida?

Non c’è stato nessun tipo di improvvisazione. All’inizio lo scrissi come un pezzo di narrativa convenzionale, un romanzo, e mi ci vollero tre anni, con periodi in cui non lavoravo (al tempo i miei figli erano alle elementari). Scrissi molte trame e revisioni e ancora revisioni finché non condensai il tutto a quello che volevo veramente dire. Il mio agente non riuscì a piazzarlo. Alla fine dovetti ammettere a me stessa che volevo scrivere un graphic novel. Sono una fumettista, dopotutto, ed è quello che mi riesce meglio. Ebbi una conversazione con Art Spiegelman e credo che lui avvertisse la passione che avevo per la storia. Mi disse “Dovresti farlo e basta”. Quindi seguii semplicemente il manoscritto e cercai di disegnare il mondo che avevo faticosamente costruito con le parole delle descrizioni. Sapevo esattamente come sarebbe dovuto essere, graficamente, fu solo una questione di seguire la mappa. Alcuni episodi vennero scartati prima ancora di iniziare a scrivere il manoscritto originale. Ci sono dozzine di personaggi abbandonati durante il percorso. Dodici cuochi che stavano alla friggitrice diventarono tre. Dozzine di cameriere ridotte a quattro o cinque. Compressione e composizione. Altrimenti sarebbe stato solo un gigantesco documentario! Ma una volta che completai il manoscritto originale, dovetti seguire fedelmente quella strada.

Over Easy è un lavoro semi-autobiografico. Usare la propria vita per creare un prodotto artistico è una cosa comune. Pensi che la fruizione di un libro o di un prodotto passi anche per la biografia del proprio autore? C’è bisogno di contestualizzazione o un’opera deve essere godibile senza un corollario introduttivo?

Cavolo, se hai bisogno del contesto della vita reale dell’autore, allora il numero di lettori si limiterà agli amici e ai parenti a cui l’autore regalerà il libro. Certo che alcune cose devono avere un’ottica più universale! Capire il contesto può renderle più interessanti per alcune persone. D’altro canto, molti artisti brillanti sono degli orribili mostri nella vita vera. Più ne sappiamo di loro, più queste informazioni rovinano le loro opere ai nostri occhi! Adoro leggere le biografie e i memoir, ma è sempre scioccante scoprire, per esempio, che Edith Wharton era un antisemita, che Patricia Highsmith era crudele con i suoi amici e i suoi amanti, che Keith Richards non si è preso la benché minima responsabilità per aver tormentato la sua famiglia con la sua dipendenza dalla droghe. A volte non lo vorresti sapere!

Nel libro, le droghe (e il sesso, dal punto di vista femminile) non sono vissuti come tabù, la gente si gode questi aspetti senza tanto ragionarci sopra. Anche il modo in cui Laszo, il proprietario del locale, assume i dipendenti (devono raccontargli una barzelletta o un sogno che hanno fatto) è più aderente a un modus operandi creativo piuttosto che a un modello di business usuale. Sono questi gli aspetti che contraddistinguono gli anni settanta per te?

Negli anni settanta non c’era nessun tipo di pubblicità progresso alla “Basta dire di no”. Nessuno diceva di no, tutti dicevano “sì” a tutto! Non c’era nessuno lì a dire che c’erano delle conseguenze a quei comportamenti. Eravamo nel mezzo della rivoluzione sessuale, non era solo un nostro diritto ma un nostro dovere andare fuori e scopare il più possibile. Non c’era ragione all’epoca per non farlo, fin tanto che ci fossero state delle protezioni. Con le droghe era solo una questione di mancanza di buon senso, purtroppo. Pensavo che sarebbe stato facile prevedere come sarebbe andata a finire, ma a quanto pare io fui una delle poche a capirlo. E cos’è quel termine? “Modello di business”? Nessuno aveva un modello di business. Avevano tutti un modello di divertimento!

L’impaginazione del fumetto è peculiare. Le scritte e i dialoghi sono spalmate su tutta la pagina, come una reazione naturale al mezzo ibrido che è il fumetto. Per te sono più importanti le parole o le immagini?

Ci sono stati alcuni passaggi in cui sentivo che quello che avevo scritto era il miglior modo di trasmettere determinati messaggi, senza disegni. In particolare il mio discorso contro gli anni settanta, ci sarebbero volute pagine e pagine per illustrare ogni cosa che odiavo di quel decennio e volevo che la storia progredisse in fretta, perché alla fine vogliamo tornare a leggere di cosa accadeva nel ristorante.

overeasy3Over Easy ha una colorazione monocromatica sulle tinte del verde. Sembra una colorazione “seppia” sotto acido, molto poco nostalgica. Perché proprio il verde? Come è stato il processo di colorazione?

Non posso dire in alcun modo che la scelta del colore è stata dettata da ragionamenti intellettualistici. È stata una cosa istintiva. Sono stata molto influenzata da Fun Home di Alison Bechdel. È stato il primo fumetto che mi ha fatto pensare che avrei potuto fare anch’io una cosa simile. Gli interni del vero ristorante, il Mama’s Royal Cafe (che è ancora aperto ed è ancora bellissimo), sono una combinazione di rosso, verde, nero, avorio e inserti in legno, come il bancone. Quel verde viridiano è il colore più vicino che riesco a pensare per evocare quelle sensazioni. Mi sembrava giusto.

Drawn and Quarterly, il mio editore, mi chiese se avessi potuto separare le matite dal colore per rendere la stampa più nitida e vivace. Era, ed è, una cosa problematica. Perché io non lavoro al computer. Disegno le tavole su carta Bristol con pennino e inchiostro. Poi devo passarle su un proiettore e metterci sopra una carta da acquerelli e, al buio, acquerellare la pagina. È come disegnare a occhi chiusi. È molto esasperante. Poi mando tutto a loro, loro scansionano le tavole e le assemblano con Photoshop e poi mi inviano un pdf. Solo a quel punto so davvero come appare il prodotto finale.

Se cerco su internet il tuo nome uno dei primi risultati mi rimanda a I Simpson. Hai scritto il primo episodio della serie ma il tuo rapporto con i produttori non è stato dei migliori. Come hai ottenuto l’ingaggio?

Negli anni ottanta mio marito, Wayne White, lavorava allo show Pee-wee’s Playhouse insieme a Gary Panter, un altro grande fumettista. Gary lo presentò a Matt Groening, che al tempo viveva (letteralmente) in una baracca a Venice, in California. Alla fine Matt, che venne al nostro matrimonio e fece le riprese dell’evento per noi, riuscì a produrre I Simpson. Apparentemente, chiese a tutti i suoi amici fumettisti se volessero scrivere per la serie e io fui l’unica ad accettare.

Quali erano le tue idee per la serie? Il tuo copione cambiò molto rispetto al risultato finale?

Non leggo quel copione da anni, ma non credo sia cambiato molto. Le sceneggiature televisive sono per loro natura un processo collaborativo, quindi aggiunsero molte gag, ma succede in ogni serie.

Hai parlato in molte interviste di una mentalità da elité maschile. Gli sceneggiatori ti trattavano in maniera diversa rispetto a come facevano tra di loro?

Quel tipo di mentalità è ancora molto presente ed estremamente pervasiva a Hollywood. Certo che ti trattano in maniera diversa. Sei una minaccia per loro perché hai una vagina. Non è cambiato nulla. Le donne stanno ancora ai margini, a guardare, anche se hanno dei ruoli attivi all’interno dello staff delle serie. Le donne sono ancora in minoranza in qualsiasi posizione di potere a Hollywood. È un business vile e non solo per via del sessismo.

Beauty Is Embarrassing, il documentario sulla vita di tuo marito, Wayne White, mostra bene le difficoltà di crescere una famiglia. Wayne a un certo fa riferimento al fatto che per dedicarsi al proprio lavoro tu hai dovuto mettere da parte il tuo. La tua famiglia ha letto Over Easy? Se sì, specie i tuoi figli, cosa ne pensano? Ti vedono sotto una luce diversa?

Non ho mai davvero “messo da parte” la mia carriera. Quando potevo, cercavo sempre di lavorare, non è che ho buttato tutti i miei attrezzi da disegno dalla finestra per essere una casalinga felice. Mio marito ha sempre lavorato duro per sfamarci, a volte accettando lavori che non poteva sopportare pur di pagare le bollette. Qualcuno doveva pur prendersi cura dei bambini a casa. All’epoca non lavoravo per cui ho fatto quello che ho potuto per fare in modo che il peso fosse anche sulle mie spalle. È così che funziona con una famiglia. Però ho scritto altro, oltre ai Simpson. Ho lavorato sulla serie Quattro donne in carriera, ho lavorato alla Disney su un film animato che non venne mai realizzato. Ho passato anni a scrivere Over Easy mentre i miei figli erano a scuola. A fasi alterne disegnavo vignette per il Los Angeles Times. Era frustrante poter lavorare solo a singhiozzo. Penso che, una volta iniziato a disegnare Over Easy, i miei figli abbiamo iniziato a vedermi sotto una luce diversa. Ero più felice. E tutti sanno che, come dicono al sud, “Se mamma non è felice, nessuno è felice”.

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Mimi Pond e il marito Wayne White

Over Easy ha ottenuto molta attenzione da parte della stampa, hai vinto premi, apparsa alla radio, sui giornali. Non è qualcosa a cui sei abituata. Come hai affrontato questi mesi? Leggi le recensioni? Sono significative per te o preferisci rimane fuori da quel mondo?

Mi sono godendo il successo di Over Easy, ma non sono Justin Bieber! Riesco a gestirlo abbastanza bene. I paparazzi sono sempre gentili e scattano foto solo dal mio lato buono (sto scherzando!). Leggo le recensioni, sono state quasi tutte positive, un paio erano proprio fuori contesto, ma che vuoi farci?

Stai lavorando al seguito di Over Easy. Ci metterai altri 35 anni?

Il seguito di Over Easy dovrebbe essere pubblicato nella primavera del 2016, quindi no!

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