Chi è Mimi Pond, la sceneggiatrice del primo episodio dei Simpson

Negli anni ottanta, Mimi Pond aveva ottenuto un buon successo come vignettista su varie riviste (National Lampoon, il Village Voice, il New York Times e Seventeen), diventando perfino autrice da classifica con i libri The Valley Girl’s Guide to Life e Shoes Never Lie. Eppure, nonostante il corpo di lavoro, Mimi Pond è tutt’altro che nota. «Credo ci sia un motivo ben preciso» spiega Tom Devlin, della Drawn & Quarterly. «Tutti i suoi sforzi, i libri o le vignette, non l’hanno aiutata a penetrare nella percezione collettiva. Magari lo diventava per un po’, ma poi il suo libro andava fuori catalogo, non riuscendo a entrare nelle fumetterie. In più, non faceva parte di alcun collettivo». Il tracollo vero avvenne quando, trasferitasi negli anni ottanta a Los Angeles per lavorare in tv, scoprì che la scena fumettistica losangelina era inesistente: «Un giorno mi sono svegliata e la mia carriera era finita».

Leggi anche: Da I Simpson a Over Easy: intervista a Mimi Pond

overeasycopertina

Con Over Easy, il suo ultimo lavoro pubblicato da Drawn & Quarterly, sembra essere tornata per restare. Basato sulle esperienze di vita di Pond, Over Easy (un riferimento alla modalità di cottura delle uova, con l’albume ben cotto e il tuorlo ancora liquido) è il racconto di formazione della giovane Margaret, l’alter ego di carta dell’autrice, e del suo periodo come cameriera all’Imperial Cafe di Oakland, California, popolato da una vera e propria armata Brancaleone di camerieri, cuochi e clienti. In questo covo di artisti frustati e tumulti punk mascherato da tavola calda, Margaret viene educata alle droghe e al sesso. Come Pond era arrivata lì, è presto detto. Nativa di San Diego, dove i coetanei erano «tutte le copie più o meno riuscite di Spicoli, il personaggio di Fuori di testa», Mimi Pond imparò a disegnare dal padre, cartoonist amatoriale, per poi frequentare il California College of the Arts. Dopo la perdita della borsa di studio, dovette abbandonare il college e, come ripiego, andò a lavorare al Mama’s Royal di Oakland, pur continuando a tenere vive le sue ambizioni artistiche. I semi per Over Easy vennero gettati in quel momento: «Il primo giorno di lavoro sapevo già di avere una storia tra le mani».

Due le figure che permisero alla ragazza di svoltare: Mary Peacock, l’editor di Voice, che le offrì un’intera pagina della pubblicazione per sperimentare con i suoi fumetti, e Shary Flenniken, che all’epoca supervisionava la sezione a fumetti del National Lampoon. All’inizio degli anni ottanta, Pond aveva mandato i suoi lavori a diverse riviste e Flenniken la volle incontrare al Comic-Con di San Diego. Le consigliò di trasferirsi a New York, nel suo appartamento. «Dissi di sì e, ancor prima di aver messo piede nella stanza, mi trascinò al funerale di Doug Kenney [uno dei tre fondatori del Lampoon, nonché autore de Il Signore dei Tranelli]. Era tutto molto strano». Dopo aver lasciato il suo lavoro, quindi, si trasferì nella Grande Mela e nel 1984 conobbe Wayne White, suo futuro marito.

Quando Pond iniziò a lavorarci, Il National Lampoon aveva già toccato il suo picco di popolarità e rilevanza culturale. Nato come costola dell’Harvard Lampoon, il giornale satirico dell’omonima università statunitense stava iniziando a perdere lettori («Perché ormai ci leggevano solo i quattordicenni e i carcerati»), ma per lei fu comunque un periodo di crescita professionale e di porte aperte, anche per il fatto che fosse un donna. Rispetto alla percezione comune, ammette Pond, per le fumettiste era facile entrare nel settore. Sotto l’egida di Flenniken si formò un gruppo di giovani donne che invase le pagine delle riviste. «Era una cosa nuova, il concetto di fumettista donna. La gente era interessata perché eravamo la novità». L’editor le insegnò il mestiere e la introdusse agli artisti che l’avrebbero ispirata nel suo lavoro. Conobbe anche Gary Luke, editore della Dell Books, che, venuto a conoscenza delle sue origini californiane, le propose un libro sulle Valley Girl, stereotipo culturale della ragazza materialista immortalato dall’omonima canzone di Frank Zappa. «Ascoltai la canzone – e all’epoca non avevo nemmeno un mangianastri – tornai a Los Angeles, e passai qualche pomeriggio allo Sherman Oaks Galleria [centro commerciale e punto di ritrovo per la gioventù losangelina] a parlare con queste ragazzine. Scrissi il libro in sei settimane».

overeasy1

Il libro le portò un successo inaspettato. Ne seguirono altri e ciò permise a Pond di tornare in California. Continuò a pubblicare le sue vignette su Seventeen fino alla chiusa della sezione fumetti. «Non trovavo lavoro perché tutte le cose che volevo fare io erano a New York». Era il 1990 e fu in questo periodo che approdò alla televisione, collaborando a Pee-wee’s Playhouse, dove stava lavorando il marito, ma soprattutto a I Simpson, di cui sceneggiò il primo episodio: «Scrivere per Pee-wee mi rovinò perché prendevano le sceneggiature e le filmavano, così, senza modificarle. Pensavo che questo fosse il normale processo e invece era l’eccezione. Così iniziai a pensare di scrivere per Hollywood». Le successive esperienze non furono altrettanto positive: qualche ingaggio televisivo e l’approdo alla Disney – che in quel decennio tentava di attirare a sé artisti underground come Bill Plympton – su Wild Life, una rivisitazione animalesca del Pigmalione di George Bernard Shaw, poi più niente.

A frenare le sue aspirazioni artistiche, oltre alla carenza di impieghi, c’era la famiglia, in costante bisogno della sue attenzioni. Fortuna che, come analizza bene il documentario Beauty Is Embarrassing, a lavorare era anche il marito Wayne White; artista e scenografo, White si è fatto conoscere per lo stile surreale ed esagerato della serie Pee-wee’s Playhouse, ma ha anche curato il design di corti e video musicali seminali come Big Time di Peter Gabriel e Tonight, Tonight degli Smashing Pumpkins. Dopo aver passato gran parte degli anni novanta a proporre idee per show animati ai network statunitensi, White si è scoperto artista museale grazie ai suoi paesaggi solcati da scritte o frasi sarcastiche, alla maniera di Edward Ruscha.

Appena i figli furono grandi abbastanza, Pond decise che era giunto il momento di raccontare la sua, di storia. Dopo aver scartato l’idea di una sceneggiatura per il cinema («Vivevo a Los Angeles abbastanza a lungo da sapere che avrebbero rovinato la mia storia senza nemmeno chiedermi il permesso»), pensò di farla diventare un fumetto, ma l’idea di un graphic novel la scoraggiava «perché era troppo lavoro. A quel punto mi venne l’idea di scrivere una banale autobiografia. Ne scrissi trenta pagine, le passai al mio agente e lui ancora non riusciva a piazzarle ad alcun editore». Fu solo il consiglio di Art Spiegelman a convincerla a trasformare il testo in un fumetto. Era il 2005. «O il 2006, ora non ricordo»; sta di fatto che iniziò a lavorare seriamente a Over Easy, ottenendo un manoscritto lungo 270 pagine, che ora doveva essere traslato in un altro mezzo espressivo: «L’ho riletto e a margine si segnavo i punti dove disegnare, dove scrivere. Mostrare invece che raccontare. Ogni frase diventava una tavola. Era troppo, perché avevo tutti i dettagli in testa. Continuavo a ridurre i fatti in meno vignette possibili. Occasionalmente, mi lasciavo andare e usavo una tavola intera per un solo passaggio del libro. Volevo rendere giustizia alle vicende». A convincerla che i tempi erano maturi per raccontare la sua storia ci pensò Fun Home. Una tragicommedia familiare perché, secondo Pond, fu la prima opera a cui poté guardare senza pensare che fosse destinata a un pubblico specifico: «Era un’analisi molto profonda della vita. Ed era così che volevo raccontare la mia storia». Il fumetto di Alison Bechdel la ispirò anche da un punto di vista stilistico. Over Easy è acquerellato in toni di verde acqua, in maniera simile ai passaggi di blu di Fun Home: «[Bechdel] ha ottenuto un effetto sublime. E poi farlo a colori sarebbe costato una fortuna e io sarei andata al manicomio con tutte le scelte cromatiche da fare, pagina dopo pagina». Nel 2009 fece conoscenza via internet della fumettista Vanessa Davis, autrice di Make Me A Woman e Spaniel Rage (nonché presente nell’antologica Kramers Ergot), che la introdusse a Tom Devlin, boss della Drawn & Quarterly. Over Easy venne intercettato dalla casa editrice poco dopo. «Ora dovevo solo mettermi a lavorare e finirlo».

Over Easy inizia nel 1978 ed è un lungo amarcord che ha l’onestà di mettere alla berlina i comportamenti ritratti senza filtrarli con la nostalgia. Lazlo Merengue, il manager dell’Imperial, non è mai sobrio e molti personaggi sono rappresentati spesso in preda a turbini di sesso promiscuo, alcool e droga. «Fu divertente fino a quando smise di esserlo» ebbe a dire Pond, dichiarando che le conseguenze di questi comportamenti saranno raccontate nella seconda parte di Over Easy, Over Easy: Part Two, in arrivo nel 2016. «Io non ero molto attratta dalla droga. Credo anche per colpa della mia parsimonia. Una dose di cocaina costava trenta dollari. Erano tutte le mie mance di una giornata! ».

overeasy2

Alla base della storia, c’è proprio il rapporto conflittuale con la figura carismatica di Lazlo, il proprietario dell’Imperial Cafe: «Si tratta di amare una persona che, nel profondo, sai che non dovresti amare. È uno di quei personaggi difficili da mettere su carta perché sono ambigui, vivono in quella zona di grigio tra bene e male. Era una persona bellissima ed è stato importante perché ci ha mostrato come quella parte della nostra vita fosse solo una parte e noi saremmo andati avanti a fare altro, ma avremmo dovuto tenere a mente quelle esperienze perché ci avrebbero formato come persone». Che Lazlo fosse una personalità poco raccomandabile, ma non per questo cattiva, Pond lo capì solo quando nacque il suo primo figlio: «È stato fino al 1992, quando sono diventata madre, che ho compreso tutto. Aveva moglie e figli, eppure se ne andava a zonzo con i dipendenti ventenni. Era una figura paterna per noi. Non so quanto lo sia stato per i suoi veri figli. A vent’anni però non pensi alle responsabilità o all’essere genitore. Quindi in lui non ci vedevo nulla di male».

Pond ha preferito lasciare fuori dalla storia la famiglia di Lazlo per rispetto ma anche per non disperdere il nucleo delle vicende. La costruzione di un’impalcatura narrativa che esulasse dalla asfissiante veridicità dei fatti è servita al fine di «cogliere l’essenza di quel luogo, in quel momento, e di quelle persone». Le modifiche si sono rese necessarie anche a causa di un mutamento culturale di non poco conto: non tutte le cose fatte e dette dai personaggi, oggi, verrebbero accettate dai lettori. Lo sa bene l’editor Tom Devlin, che nel processo di supervisione ha dovuto soppesare le usanze dell’epoca con la sensibilità contemporanea: «Devi approcciare caso per caso, perché magari chiamare qualcuno “ritardato” negli anni settanta era comune… In altri, la reazione del lettore agli appellativi usati avrebbe potuto rovinare la scena o offuscare un punto della storia importante».

Over Easy è anche una dissertazione sul fumetto e sui cambiamenti del mezzo in quegli anni, che tanto aveva beneficiato dall’arrivo del direct market e delle fumetterie. Pond salda e fa convergere i precetti della nicchia con quelli delle mode socioculturali; il libro non sarebbe potuto essere più incisivo se non come fumetto che critica i fumetti perché commenta il modo in cui le tendenze (i tardo hippie, il punk) hanno usato il fumetto – e che il fumetto ha usato a sua volta – per migrare da generazione a generazione. Oggi, Pond nutre dei dubbi sull’industria sul fumetto, specie quello indipendente o autoprodotto: «Mi domando solo fino a quando durerà. Ho visto la moda dei libri umoristici crescere e morire negli anni ottanta e mi domando quanto ci vorrà prima che capiscano quanti soldi si possono cavare. Mi domando quanti soldi ci siano, in effetti». I soldi veri, secondo l’autrice, sono da un’altra parte. A Hollywood magari, dove tanti fumettisti hanno svoltato grazie alle trasposizione delle loro opere. D’altronde, rientrare in quell’ambiente dalla finestra è un’idea che non sembra schifarla più di tanto: «I fumetti vengono visti come degli storyboard già pronti, quindi, sì, c’è dell’interesse e spero che Over Easy venga adattato. C’è questa mania per la roba anni settanta, adesso, e in più il microcosmo di personaggi del libro urla “Ciao Hollywood!” a ogni pagina».