News Paolo Bacilieri e Stefano Bartezzaghi: tra fumetto e parole crociate

Paolo Bacilieri e Stefano Bartezzaghi: tra fumetto e parole crociate

di Nicola D’Agostino

Domenica 23 novembre, in occasione di BilBOlbul, il festival internazionale del fumetto di Bologna, si è tenuto un incontro tra Paolo Bacilieri e Stefano Bartezzaghi – esperto di cruciverba e autore del libro L’orizzonte verticale – per parlare principalmente di Fun, il nuovo libro dell’autore veneto, pubblicato di recente da Coconino Press e dedicato alle parole crociate. L’incontro è stato moderato da Daniele Barbieri, e ve ne proponiamo di seguito la trascrizione.

Leggi anche: Fun: Paolo Bacilieri racconta la storia del cruciverba [Recensione]

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Barbieri: L’argomento è singolare. Affascinante e singolare. Perché questa idea di fare una storia o comunque qualcosa che abbia a che fare con la storia del cruciverba?

Bacilieri: Il perché ce l’ho seduto qui alla mia destra e quindi è facilissima come domanda. […] Due, tre anni fa stavo bevendo un aperitivo con Stefano [Bartezzaghi] che aveva scritto un articolo molto bello sul mio Sweet Salgari e mentre ci stavamo salutando Stefano ha buttato lì questa cosa, questa bomba: «Perché non fai un fumetto, un graphic novel sulla storia del cruciverba?» […] In quel momento devo aver reagito con «Magari in un’altra vita, Stefano, forse…». Poi però ho letto il suo libro, […] un libro molto bello che si intitola L’orizzonte verticale che racconta appunto la storia molto particolare di questo passatempo. Credo che a quel punto io fossi già in uno stato di non ritorno, nel senso che dentro questo libro ho trovato alcune storielle che erano proprio… io uso questo termine che è indegno, ma erano ad alta “fumettabilità”.

[Erano] Storielle di persone di solito anonime, di gente che però aveva un aspetto, una vita… me le immaginavo già fisicamente come dei personaggi particolari, a cominciare dal primo, che è Arthur Wynn, inglese trapiantato negli Stati Uniti che un po’ per sbaglio e un po’ perché il destino ha voluto così, sullo stesso giornale su cui vent’anni prima era uscito un fumetto dove c’era un personaggio che si chiama Yellow Kid, sullo stesso giornale [Wynn] ha inventato questo giochino, questo passatempo che era, appunto, il cruciverba. A quel punto, quando ho letto il libro era già troppo tardi per tornare indietro e ho pensato che effettivamente valesse la pena di raccontare a fumetti questa storia. Non solo: avevo anche l’impressione che se non l’avessi fatto io non l’avrebbe fatto nessun altro [risate], quindi mi sembrava anche doveroso. Le cose, quindi, sono cominciate così.

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Bartezzaghi: Posso dare la mia versione? Il mio ricordo è leggermente diverso. Gli aperitivi ci sono stati però ricordo in particolare un party a casa di Paolo e Viola in cui lui mi ha mostrato il suo cimelio, un originale di Dick Tracy e ha iniziato a parlarmi delle inquadrature, dell’orizzontalità, della verticalità, del bianco e nero. Io a quel punto ho detto: «Sai che questo cose mi ricordano, curiosamente, un libro che ho avuto occasione di scrivere qualche anno fa?». Io, tra l’altro, quando ho conosciuto Paolo, l’ho conosciuto per amicizie comuni. Non sapevo chi fosse e il tipo di notorietà [che ha] all’interno del mondo del fumetto, seguendo io pochissimo questo mondo. Ma quando ho visto Sweet Salgari sono stato molto colpito dall’inizio, in cui c’è virgolettata la descrizione del Gange fatta da Salgari in un tipico linguaggio Salgariano («Il Gange, quel famoso fiume che scorre…») e le inquadrature invece sono di Torino: la Mole, il Valentino, Superga… e quest’idea mi è sembrata molto potente e mi ha fatto riflettere perché […] io ho avuto sempre un po’ il complesso del fumetto.

[Questo] perché nella grande ondata che possiamo datare a 50 anni fa, 50 anni fa e un mese, con la pubblicazione di Apocalittici e integrati di Umberto Eco è saltata la gerarchia delle cose da studiare. Una volta si studiavano le cose importanti e non si studiavano quelle frivole. E il fumetto era ovviamente dalla parte delle cose frivole. Questa ondata è arrivata fino al fumetto e poi praticamente si è arrestata. Non ha mai interessato l’enigmistica. Con la fondazione di tutte queste facoltà e corsi di laurea di Scienze della Comunicazione sono usciti tantissimi libri sui consumi culturali popolari e storie del giornalismo ma non c’è mai una riga sull’enigmistica, mai una riga sul cruciverba. Poi contate che La Settimana Enigmistica, i cui dati di vendita sono segreti, in una ricerca di mercato che fu fatta dal Sole 24 Ore nel 2004 si stabilì che le vendite erano di 1200000-1300000 copie alla settimana. Non ci sono molti altri giornali che arrivano a quei livelli e li mantengono, qundi il cruciverba e l’enigmistica – io ho scritto così – è l’elefante invisibile seduto nel salotto della comunicazione.

Ora le cose stanno cambiando. Dopotutto ho avuto il piacere di vedere che nel libro Effetto città di Vincenzo Trione, un volume sulla presenza della città nelle arti figurative e nella cultura, un volume molto molto bello, c’è un capitolo che cita il cruciverba. Cominciando a studiare la storia del cruciverba mi sono accorto che è nato a New York, quasi in contemporanea, poco dopo i grattacieli e poco dopo la rete della metropolitana che in orizzontale e in verticale ripetono un certo modulo, il modulo della griglia, il modulo modernista. La cosa che è successa è che ci si è accorti che alcune cose vanno viste in modo trasversale. Sono saltati i generi e oggi conosciamo parole come crossmedialità, ma coloro che si sono inventati il cross-word – o word-cross come Arthur Wynn voleva chiamarlo e non ci è riuscito – avevano già quest’idea dell’incrocio che si trova nella letteratura, si trova nelle arti visive, si troverà poi nel cinema, e anche un’abitudine così minuta, frivola come quella di risolvere i cruciverba si incomincia a capire che ha avuto una certa importanza accompagnata all’alfabetizzazione del ceto medio, una certa rilevanza sociologica. Ovviamente io sono soltanto felice che questo stia capitando; sono felice che l’ultima opera ancora inedita di Paolo Bacilieri sia la copertina del mio prossimo libro, di cui non dirò nulla, e che però sancisce da parte mia una nostra grossa crossmedialità che mi pare promettente.

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Barbieri: Ho avuto come la sensazione che la storia stessa fosse costruita come un cruciverba. O perlomeno con degli incroci, con dei cross, con delle cose che proseguono, s’intrecciano, proseguono dopo, delle altre che entrano dentro […]. Mancano giusto le definizioni.

Bacilieri: La struttura del libro è abbastanza complessa. Almeno per i miei standard. Sono un sempliciotto, sostanzialmente. Mi piacciono le cose semplici. E in questo libro, però mi sono trovato ad avere a che fare con un libro a strati, con degli elementi che s’incrociano tra loro. È successo in maniera abbastanza naturale. Partendo da questa storia che dicevamo si è sovrapposta a questa storia che volevo raccontare anche una parte contemporanea, una parte milanese e una serie di racconti brevi che in realtà io avevo già nel mio cassetto ed avevo pubblicato a destra e a manca, sulla rivista ANIMAls piuttosto che da altre parti. E ho pensato che poteva essere interessante mescolare la storia dei cruciverba che anche graficamente nel libro è differenziata, ha una gabbia diversa, ho eliminato la spaziatura tra le vignette, nella parte storica e c’è una cornice che circonda le tavole […] ho pensato di mescolare la parte storica con questi racconti che vedevo come delle definizioni. […] Queste storie brevi sono delle definizioni, nel senso che si incrociano tra di loro, come dovrebbero fare le parole nello schema di un cruciverba. E c’è una parte contemporanea milanese che fa da collante tra queste due […] e che ho in qualche modo sintetizzato in un personaggio che è il narratore della parte storica del libro e si chiama Pippo Quester. Lui mi serve proprio come collante per questi due elementi. Questa è la struttura del libro, che è molto difficile da spiegare ma è più facile da leggere. O almeno spero, perché mi sembra che il libro sia, per i miei standard, abbastanza complesso, sia scorrevole, semplice da leggere. È difficile da spiegare.

Barbieri: Perché il professore somiglia a Umberto Eco?

Bacilieri: Pippo Quester è una specie di patchwork di vari elementi. Ho mescolato insieme diversi tipi di mentore: mi serviva una figura autorevole di intellettuale. E Umberto Eco, mi sembrava avesse il “fisico” giusto, quindi ho “rubato” fisicamente il corpo di Umberto Eco per dare una fisicità autorevole a questo signore, che in realtà non è Umberto Eco! È Pippo Quester, quindi è un personaggio inventato in cui c’è dentro anche altra roba oltre al fisico di Umberto Eco con i baffi…

Barbieri: È una rara occasione di vedere Umberto Eco in mutande! [risate]

Bacilieri: In realtà non è in mutande, ma la compagna di Quester lo chiama “mutandero”, che è una di quelle parole che ti vengono quando fai fumetti. Ti vengono fuori delle parole che hai sentito quando eri bambino […] e che quando disegni saltano fuori. […]

Barbieri: Al di là del libro che rapporto hai con l’enigmistica?

Bacilieri: Io non credo di avere un rapporto particolarmente intenso rispetto alla media di noi italiani. Sono sempre stato un medio, anzi abbastanza scarso solutore di cruciverba però ritengo […] che sia quasi impossibile per un italiano non aver avuto a che fare con questo strano oggetto che è la Settimana Enigmistica. Stefano mi ha prestato una copia del 1932 e vi assicuro che è esattamente identica a quella che esce in edicola adesso. Cambia la foliazione e la foto in copertina dell’attore, del personaggio di spettacolo, che per me è sconosciuto: probabilmente era famosissimo nel 1932 e non saprei dire chi fosse e cosa facesse ma per il resto è esattamente quella che potete comprare adesso in edicola. È difficile per un italiano non avere avuto a che fare con questo strano oggetto. Io me lo ricordo fin da bambino. […] Ricordo una striscia che mi piaceva tantissimo che era Il tenero Giacomo, non so se la ricordate, era una striscia che cominciava all’interno della Settimana Enigmistica e finiva nell’ultima pagina. Sono un medio solutore. Mi diverto a fare i cruciverba e con Fun ho avuto la fortuna di poterli fare e quando intorno a me la gente protesta posso dire che sto lavorando.

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Barbieri: Questo libro è la prima parte del fumetto. Non si può chiedere come va a finire però è tanta roba.

Bacilieri: Un’altra caratteristica di questo libro è che mi è “esploso” in mano. Nel senso che la lunghezza che avevo previsto in partenza è quasi raddoppiata e quindi, insieme all’editore, ho dovuto fare una scelta di dividerlo in due volumi proprio perché rispetto al progetto in partenza il libro si è amplificato. E quindi ci sarà una seconda parte. Non posso dire come va a finire ma posso dire quello che ci sarà dentro per sommi capi.

Questa prima parte riguarda la storia del cruciverba: la nascita e lo sviluppo negli Stati Uniti, l’arrivo in Europa, eccetera. La seconda parte riguarderà in particolare due figure in due momenti. Una è il cruciverba in Francia e in particolare la figura di Georges Perec. [Perec] è uno scrittore che forse alcuni di voi conoscono e il cui libro più famoso è La vita, istruzioni per l’uso, ma è anche un autore di cruciverba. Ogni settimana faceva cruciverba per un settimanale francese di larga diffusione. Era un enigmista e scrittore. […] Non riuscirei a immaginare un personaggio più da fumetti di Georges Perec. […] Se avete presente l’aspetto […] Non è facile disegnarlo […] La seconda parte riguarderà quindi Perec e la Parigi di Perec negli anni Sessanta e Settanta e poi l’Italia, la Settimana Enigmistica e un signore che era il papà del qui presente Stefano, Piero Bartezzaghi, che a me piace definire come lo sconosciuto più famoso d’Italia. Se guardate in Internet e cercate una foto di Piero Bartezzaghi è difficilissimo trovarne. Sono riuscito a trovarne una ma ho faticato. Stefano mi ha dato una mano. È veramente difficile trovare immagini di questo signore che però era famosissimo, era “IL Bartezzaghi”.

Bartezzaghi: Noi dobbiamo La vita, istruzioni per l’uso al cruciverba perché Perec di mestiere faceva il documentarista, faceva le ricerche di archivio per un laboratorio scientifico e stava immagazzinando materiale in certi quaderni che sono stati poi pubblicati anastaticamente in un bellissimo libro illustrato, perché ogni capitolo di La vita, istruzioni per l’uso corrisponde a delle pagine con dei diagrammi a colori. C’è stata una lavorazione veramente incredibile, terribilmente fantasiosa, nel costruire. I membri dell’OuLiPo, questo gruppo francese di cui faceva parte Perec dicevano: «Noi siamo i topi che devono costruire il labirinto da cui poi evadere». E lì, in questo libro pubblicato dopo la morte, c’è la mappa del labirinto.

Anche a me è capitato di aver scritto un libro troppo grosso. Mi ricordo che ho finito di scrivere L’orizzonte verticale una sera e l’ultimo atto è stato dare il contacaratteri ed è venuto fuori un numero le cui prime quattro cifre sono indimenticabili: era novecentonovantanovemilanovecento e qualcosa. Mi mancava una frase per aver scritto un milione di caratteri. La casa editrice mi aveva detto di non superare per nessun motivo i settecentomila caratteri per cui dopo aver finito di scrivere ho iniziato a cancellarlo. [Questo perché] È veramente una storia molto molto affascinante, perché è una storia che copre tutto il mondo e ogni cultura, ogni lingua, ma anche ogni cultura, perché c’è differenza anche tra il cruciverba americano e quello inglese dove la lingua è praticamente la stessa, ha adottato questa forma e l’ha adattata alle proprie caratteristiche. Io ho esplorato americano, inglese, francese e italiano: ognuno ha ricevuto l’idea originale di Arthur Wynn e ha ricevuto una propria impronta ed è quella la cosa interessante. Come è interessante la forma grafica. Molti come Paolo parlano della Settimana Enigmistica, che è una caratteristica italiana perché in tutti gli altri Paesi i cruciverba famosi sono quelli che vanno sui giornali generalisti. Soltanto noi abbiamo un settimanale specializzato di successo. E [Paolo] ha parlato di un oggetto, di un curioso oggetto. A me interessava anche la forma di questo elefante inavvertito. Le forme grafiche, le cose che subliminalmente ci hanno influenzato la nostra cultura visiva, della Settimana Enigmistica e degli incroci, più che non la tecnica enigmistica che stava sotto. perché poi, enigmisticamente, non è il rebus, che è la prossima infezione mentale che voglio passare a Paolo, e che è veramente il trionfo dell’arte verbo-visiva enigmistica. Il cruciverba è un gioco abbastanza povero. Però, proprio per questa povertà, ha consentito la sua diffusione. […] È bellissima questa tavola in cui si vede Arthur Wynn che inventa il cruciverba.

Perché c’erano già i quadrati magici. Lui cosa ha fatto? Ha inventato la casella nera. La casella nera, e questo è Pereciano come più non potrebbe esserlo, è stato il marchingegno, il dispositivo che ha permesso di fare cruciverba in tutte le lingue, di continuare a rinnovarli. Senza casella nera non ci sarebbe cruciverba. Sembra di parlare della casella mancante nell’analisi dello Strutturalismo fatta da Deleuze. Ci vuole sempre una cosa che manca, che sposta ed è bellissimo che in questa tavola si vede la procedura, la ricostruzione, peraltro molto verosimile della procedura mentale cheha fatto Arthur Wynn per arrivare a questa invenzione. Fatto quello il cruciverba è diventato una moda che non è più passata e resiste anche a videogiochi, alle novità che tutti conosciamo anche perché si rinnova con il rinnovamento del linguaggio, per cui entrano nuovi nomi […] le parole cambiano significato.

Bacilieri: Quello che ha detto Stefano è interessante anche per noi fumettisti perché basta sostituire la parola cruciverba e mettere la parola fumetto. E molto di quello che ha detto vale anche per i fumetti, che sono poveri , che sono uno schema semplice, che hanno avuto una diffusione e uno sviluppo, si sono adattati alla cultura del [singolo] Paese. Tutto ciò che ha detto del cruciverba è anche uno dei motivi per cui ho fatto questo libro. […] [Fumetto e cruciverba] hanno molto in comune. Un’altra cosa che secondo me hanno in comune è di parlare personalmente, proprio personalmente, a chi li legge. C’è un bellissimo episodio nel libro di Stefano che ho messo anche nel mio, di questo signore inglese che perde tutta la notte per cercare la definizione e poi scopre che la definizione è sé stesso, il suo nome. È quello che probabilmente hanno in comune questi due linguaggi, […] che ci troviamo qualcosa di noi dentro, ed è qualcosa di personale, nonostante sia di massa. Il cruciverba ti chiede di sederti lì a risolverlo e di non avere nient’altro da fare in quel momento. È esclusivo come rapporto. E lo stesso dicasi dei fumetti.

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Barbieri: Tra l’altro c’è una comune radice, il luogo di nascita americano. In quegli anni negli Stati Uniti nasce il fumetto, nasce il cruciverba, nasce il jazz (?) Tutte cose che nascono là perché l’Europa era schiacciata dalla sua stessa tradizione. Poi quando arrivano in Europa si trasformano e prendono forme magari a volte più interessanti di quelle originali americane. Però devono nascere e prendere forza, prendere forma in questo contesto in cui non c’era una tradizione a chiuderle e schiacciarle. Per molto tempo in Europa il fumetto è quelle cose nel Corriere dei Piccoli che si chiamano fumetto ma lo erano in un senso un po’ lato e cominciano a diventare davvero tali solo a fine anni ’20, anni ’30, che sono più o meno gli anni in cui se non sbaglio il cruciverba arriva anche in Europa, all’incirca, e comincia a prendere forme più colte che nel paese d’origine, cosa che peraltro succede anche col fumetto in Francia quasi dall’inizio. Per cui c’è questo destino americano di matrice di fenomeni culturali che poi, dopo, diventano importanti anche in Europa ma che non sarebbero nati qua.

Bartezzaghi: Se posso aggiungere a questo… il giornalismo! Il World era il giornale di Pulitzer, non fondato ma rigenerato da Pulitzer. Ci sono degli studi interessantissimi sull’influenza del giornalismo sportivo. A un certo punto i giornali, alla fine dell’800, decidono… prima il giornale era veramente top-down nel senso che dava lui dei contenuti ai lettori. A un certo punto hanno cominciato a pensare: «Ma che cosa vogliono i lettori?». I lettori, per esempio, si occupano molto di sport. [All’epoca] I giornali non parlavano di sport – come ha fatto La Repubblica dal ’76 al ’78-79, avevano questo snobismo – e hanno cominciato a dare le notizie sportive, hanno iniziato a commentare le partite di baseball e il linguaggio dei cronisti sportivi che mutuava il linguaggio gergale, quindi era un linguaggio molto più informale, ha svecchiato il linguaggio fino ad arrivare alle pagine della politica. C’è stato questo avvicinamento tra le agenzie culturali che prima erano molto staccate dalla base e la base stessa che veniva istruita dai giornali ma al tempo stesso li modellava sui propri gusti e a un certo punto si sono incontrate ed è nata la cultura di massa, che è il vero fenomeno sociologico del ‘900 ed è dentro la cultura di massa che cose come il fumetto prima e il cruciverba hanno da un lato spinto e dall’altro hanno ricevuto una spinta, in una specie di gioco vorticoso che ha allargato le sue onde fino ad arrivare in Europa e a coprire il mondo. E noi siamo il prodotto di questa cosa qui. Per questo non bisogna trascurare anche gli elementi più frivoli, perché sono le cose a cui ci siamo affezionati. Le cose che come appunto diceva Paolo, il “rapporto personale”.

Le tre cose che hanno contato nella mia formazione, a parte i libri, le letture fatte, sono state l’album delle figurine, la Settimana Enigmistica e poi Linus. Noi adesso pensiamo che finalmente il mondo è diventato interattivo ma queste erano cose più che interattive. I Wutki facevano il gioco e mettevano il tuo nome sul giornale. Il cruciverba è l’unica cosa che personalizza la copia. Una copia del giornale è di chiunque la legge ma in realtà se c’è un cruciverba, [il giornale] è di chi ha il diritto a risolvere il cruciverba. È il punto in cui il giornale dice: «Adesso mi scrivi tu!», «Adesso sei tu che metti il tuo inchiostro e io ti metto delle caselle da riempire.» E questi semplici e inconsapevoli dispositivi di interattività hanno, penso, cambiato la faccia dei mass-media e non solo quella.

Via Nicola D’Agostino.net

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