Recensioni Novità Sin Titulo, e la costruzione di mondi di Cameron Stewart

Sin Titulo, e la costruzione di mondi di Cameron Stewart

C’è più di una ragione che porta l’autore di un’opera a chiamarla “Senza titolo”. La resa, l’indecisione, l’insicurezza, la volontà di non definirla imponendo la propria visione sull’oggetto. E d’altro canto, “Senza titolo” è a sua volta un titolo, una scelta fatta con, si presume, coscienza e intenti. Il paradosso è il primo di una serie di cortocircuiti interni che percorrono Sin Titulo, il fumetto di Cameron Stewart teso tra l’essere un prodotto di genere e il tentativo di elevarsi a materiale artisticamente rilevante.

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Le premesse del lavoro – un giovane alienato si ritrova a fronteggiare una serie di misteri legati alla morte del nonno – sono da thriller hitchcockiano bello e buono, e i rimandi al cinema sono molteplici; è innegabile che la mente del fumettista sia presa più da un certo tipo di racconto cinematografico e da certe dinamiche (tanto per dirne una, l’uso dello stacco a nero, per indicare la conclusione di ognuno dei tre atti) che dai fumetti. Ma se in fase di scrittura i debiti verso il mezzo filmico sono palesi, ai disegni Stewart dimostra capacità da affabulatore che trascendono le categorie. Sarebbe tanto facile parlare di ‘cinematograficità’ della tavola – e la divisione in unità sempre uguali di certo punta a quel modello – quanto sbagliato, perché quelli dell’artista sono semplici strumenti di un buon racconto per immagini. La grammatica è variegata, specie nelle sequenze concitate, in cui non usa mai la stessa angolazione due volte.

Sin Titulo è anche un lavoro che parla della costruzione di mondi. Nell’accezione classica, il worldbuilding è quel grandioso apparato di costruzione di universi fittizi, tipico di architetture fantasy o fantascientifiche. Sin Titulo è intanto una creazione di per sé, che si priva del gioco tassonomico su razze e geografie, ma guadagna in cambio la possibilità di un’espansione infinita grazie al filtro del realismo magico. Ma è anche una riflessione su quello stesso processo, sullo spirito creativo umano: Stewart sostiene che ognuno di noi, nel proprio privato, attiva quei meccanismi che portano alla costruzione di un mondo interiore, scollato da quello normalmente percepito, in cui poterci raccontare storie. E quando la nostra costruzione mentale entra in conflitto con quella degli altri – e noi non possiamo più proseguire le nostre narrazioni – si crea dissonanza, da cui poi la frustrazione, la rabbia e l’escalation di violenza e morte (la donna al telefono che nega la maternità, il nonno che rigetta la vita) che Sin Titulo non prova nemmeno a nascondere.

La soluzione è il problema stesso, il worldbuilding: creando un universo condiviso, intessuto nelle connessioni che creano i personaggi tra di loro – quello che, per mancanza di appellativi migliori, viene chiamato il “Qui” – Alex riesce a spurgarsi dal bisogno di escapismo che lo attanaglia. Non sente più la necessità di raccontarsi addosso. È il lettore ora che deve impegnarsi a unire i puntini lasciati spuri dal creatore.
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E forse è questa la pecca più vistosa di Sin Titulo, perché se da una parte vuole essere uno studio non banale su un carattere e sul mestiere dell’artista (e il peso dell’arte è evidente, visto che l’unica potente splash page del libro è dedicata a un quadro), con tanto di tavola enucleativa dei discorsi di Platone su forma e apparenza, dall’altra offrendosi come lavoro di genere, non può lasciare dietro di sé una sequela di buchi di sceneggiatura e tangenti non recuperate come invece fa.

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Sono ben disposto ad accettare la visione di una realtà in cui più si tenta di dare senso alle cose e più si è soverchiati dalla mole di domande e dubbi che emergono a ogni pagina. Perché, arrivati alla fine, la riflessione sul protagonista e l’arco che compie trovano un senso compiuto (da apatico a ossessivo fino a individuo stabile) e, nell’ultima scena [spoiler], non è tanto importante a chi telefoni ma il fatto che faccia quella chiamata, a indicare la crescita e la conclusione del percorso narrativo del personaggio.

Il problema sta, semmai, nelle aspettative che l’autore ha creato; non si sta chiedendo di inserire la scena sovraespositiva – che comunque a tratti è presente – dell’Architetto che racconta l’origine di Matrix, dello spiegone sui midi-chlorian, o come fa Dom Cobb a entrare nei sogni altrui, ma neanche di potersi parare dietro al paravento della libera interpretazione lasciata al lettore per coprire le lacune di sceneggiatura.

Sin Titulo
di Cameron Stewart
Bao Publishing, 2014
168 pagine, 17€

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