Agent Carter, un passo avanti nella serialità televisiva Marvel [Recensione]

Dove eravamo rimasti? Come raccontato in Captain America: Il primo Vendicatore, Peggy Carter è un’agente al servizio dell’SSR (Strategic Scientific Reserve, un’agenzia di ricerca scientifica dell’esercito americano) durante la Seconda Guerra Mondiale. È qui che incontra Steve Rogers alias Capitan America e se ne innamora, salvo vederlo apparentemente morire in uno schianto aereo nel tentativo di fermare il piano del Teschio Rosso di distruggere New York.

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agentcarterlogo

La serie, i cui primi due episodi sono stati trasmessi negli Stati Uniti sulla ABC la sera del 6 gennaio, prende il via nel 1946, dopo la fine della guerra. Peggy Carter è isolata tre volte: un’inglese fra gli americani, una donna fra gli uomini al suo lavoro all’SSR e una persona triste nell’euforica sbornia collettiva scaturita dalla vittoria della guerra. Non se la passa meglio Howard Stark, papà del futuro Iron Man nonché principale costruttore di armi per l’esercito americano durante la guerra. È accusato di aver venduto armi e progetti ai paesi nemici e per questo l’SSR è sulle sue tracce. Stark chiede quindi all’agente Carter di investigare di nascosto su quello che è realmente accaduto, recuperare le armi e scagionarlo. Come supporto per questa missione, Stark mette a disposizione Jarvis, il suo fedele maggiordomo (inglese).

La buona notizia non è tanto nel fatto che Agent Carter sia meglio di Agents of S.H.I.E.L.D., dal momento che i finora 32 episodi trasmessi non sono stati nient’altro che un grosso «ehi, vediamo cosa fanno i giardinieri di San Siro durante la settimana fra una partita e l’altra». La buona notizia è che Agent Carter sembra aver chiaro cosa non ha funzionato per AoS e, perlomeno nelle due puntate trasmesse finora, pare avere una più profonda consapevolezza su cosa dovrebbe essere una serie televisiva. Un buon prodotto, dunque? Non del tutto, anzi. Un passo avanti? Gigantesco.

Il cast della serie
Il cast della serie

La sensazione è che Agent Carter non sia, a differenza di AoS, un mero riempitivo fra un film e l’altro, un gigantesco fegatello e una maniera di provare a brillare di luce riflessa grazie a comparsate randomiche (Lady Sif! Nick Fury! Maria Hill!) e a un name dropping strategico per ricordarti che questi tizi noiosissimi vivono nello stesso universo fittizio di quei personaggi che invece ti piacciono. Agent Carter è un progetto pensato e realizzato perché possa camminare sulle sue gambe, con ovvi riferimenti all’universo condiviso con gli altri lavori del Marvel Cinematic Universe, ma senza che questi ne inficino la possibile fruizione. A livello ideologico è corretta l’impostazione, è nello svolgimento che emergono i problemi.

Prima le cose belle però: le prime due puntate sono state divertenti e soprattutto ben recitate. (Scusami Agents of S.H.I.E.L.D. se continuo a tirarti in ballo, lo so che ti sei impegnato durante l’estate e infatti la tua seconda stagione è un po’ meglio della prima, ma confrontate il deadpan di Brett Dalton o l’insopportabile faccetta che fa sempre Elizabeth Henstridge con la Peggy Carter di Hayley Hatwell e il cumberbatchiano Jarvis di James D’Arcy. Sono ad anni-luce di distanza, non è nemmeno lo stesso sport.)

Hayley Atwell nelle vesti di Peggy Carter
Hayley Atwell nelle vesti di Peggy Carter

Le scene di lotta, fortunatamente, sono poche, così come sono regolati i momenti faceti (ogni tanto alla Marvel si ricordano che non è obbligatorio deadpoolizzare ogni roba). La ricostruzione del periodo storico è di ottimo livello, c’è un commovente cameo di Bubbs di The Wire nel ruolo di un disonesto proprietario di locale e alcune scene sono veramente ben riuscite (la scena di lotta verso la fine della seconda puntata narrata tramite il radiodramma delle avventure di Capitan America).

In maniera del tutto normalizzata, è ribaltata la solita dinamica della coppia formata dal protagonista uomo-che-sa-cosa-deve-fare che dice all’aiutante donna emotiva e impulsiva cose come «placa le tue emozioni» e «aspettami in macchina, è troppo pericoloso». Peggy Carter è un personaggio forte ed è una donna, ma non per questo, ancora una volta fortunatamente, la serie passa tutto il suo tempo a esclamare in maniera ridondante «guarda, una donna che spara, allora è tosta!». Il suo sidekick Jarvis è invece il giusto contrappunto, intrappolato fra la voglia di rendersi utile e il suo essere un imbranato. E nonostante nella prima puntata venga esplicitamente detto che Jarvis ha una moglie, fra i due protagonisti scatta inevitabile il sottotesto romantico, anche se sarebbe davvero triste scoprire che Jarvis è un fedifrago (parentesi 1; una delle poche fortune del fatto che i diritti dell’universo dell’Uomo Ragno siano in mano a Sony: non c’è il rischio di veder replicata nel MCU una delle idee più stupide della storia Marvel, la relazione fra Jarvis e Zia May) (parentesi 2: MA I MAGGIORDOMI SI POSSONO SPOSARE? DITELO A CARSON, CHÈ È L’ORA CHE RENDA MRS. HUGHES UNA DONNA ONESTA!).

L'agente Carter in compagnia di Jarvis
L’agente Carter in compagnia di Jarvis

Cos’è che non funziona, allora? Il problema di Agent Carter parte dalla contestualizzazione del momento che sta vivendo la serialità televisiva. Per una naturale catena logica, nel momento in cui l’alto e la qualità diventano la norma, il medio e la mediocrità diventano il basso. Serie televisive chic, raffinate, scritte bene e girate altrettanto, un tempo highbrow e probabilmente destinate a una cerchia relativamente ristretta di spettatori, sono ora viste e discusse da una fetta di pubblico sempre più grossa e variegata. Gli spettatori che stai cercando di attirare con Agent Carter sono spettatori che ormai partono da standard di qualità media piuttosto alti, quando guardano una serie televisiva, di qualunque tipo, si aspettano un’ottima scrittura e, da qualche anno, anche un ottimo approccio visivo (non che mancassero esempi estemporanei negli anni precedenti – Quentin Tarantino, Peter Berg, Barry Levinson – ma pressappoco dal 2010, con il pilota di Boardwalk Empire diretto da Martin Scorsese, la serialità televisiva ha visto approdare sulle sue sponde sempre più registi cinematografici desiderosi di cimentarsi col mezzo, un processo passato per David Fincher e House of Cards, Jane Campion e Top of the Lake, e culminato nel 2014 con i sei minuti di piano sequenza di Cary Fukunaga in True Detective e i 10 episodi di The Knick diretti da Steven Soderbergh).

E queste sono tutte cose che mancano ad Agent Carter. Per quanto non sia un prodotto che ti faccia venire voglia di cavarti gli occhi piuttosto che guardarlo, la serie si ritrova a essere un thriller/action/spy-story come tanti, con una trama (per il momento) piuttosto scolastica e una regia piuttosto piatta. Se il nerd che è in me non sperasse di vedere comparire dal momento all’altro qualche personaggio secondario Marvel sconosciuto ai più o una citazione capibile soltanto da chi ancora spera di fidanzarsi con Emma Frost, dopo aver guardato la prima puntata avrei pensato «bello, ma ho smesso di guardare questa roba quando ho smesso di guardare Italia 1 le mattine in cui stavo a casa dal liceo per la febbre». Il problema quindi è sempre lo stesso: l’USP di Agent Carter, nonostante le buone intenzioni, è ancora la sua appartenenza al Marvel Cinematic Universe.