Focus Profili Gianni De Luca, nato con la matita

Gianni De Luca, nato con la matita [Intervista]

romeo

6 – 12 dicembre 1989

L: Rieccoci qui ad aprire la nostra chiacchierata infinita. Dove eravamo rimasti?

G: Bah. La danza la conduci tu.

L: E tu non ti ricordi nulla?

G: Io sono qua. Aspetto di essere stuzzicato, messo alla prova, quello che preferisci.

L: Oggi vorrei cominciare dalle tue tipologie umane, dalla psicologia dei tuoi personaggi.

G: Prego.

L: Quello che francamente non riesco a capire è come riesci a moltiplicare le fisionomie. C’è una gamma infinita di soggetti, nelle tue storie…

G: Non ne avevamo già parlato?

L: Parliamone ancora.

G: Io mi guardo intorno, tutto qui. Ricordi l’esercizio dentro i portoni? I personaggi delle mie storie sono i personaggi della realtà… quelli che, letteralmente, mi passano davanti.

L: Cioè li copi?

G: Non usare certe espressioni.

L: Ti offendono?

G: Non è che mi offendano. Non sono esatte.

L: Anche Giotto copiava la realtà… Cosa c’entra?

G: Non direi. Guardava e reinventava, semmai. Attra-verso la sua particolarissima personalità.

L: Anche tu tieni ad averne parecchia.

G: Direi.

L: Guardi e reinventi?

G: Mi piace dire che io costruisco un vero… che è più vero del vero.

L: Se dovessi quantificare i tipi che hai reinventato in più di quarant’anni di lavoro, cosa mi risponderesti?

G: Che non amo le cifre. Potrebbero essere stati, in quarant’anni, anche solo quattro personaggi diversi, ma non è la quantità che conta. Nel cinema questa attività è denominata “casting”: ricerca dei tipi, dei caratteri. Io faccio qualcosa di più che cercare; io invento.

L: È più facile reinventare o limitarsi a copiare dal vero?

G: Se mi fai certe domande è perché già conosci la risposta.

L: Non è vero. Io, personalmente, ritengo che la fedeltà al vero richieda più disciplina. È qualcosa di simile all’oggettività che è richiesta allo storico.

G: Non ricominciamo con certi luoghi comuni. Ripeto: c’è una fedeltà al vero che non ha niente a che vedere col fotografare. Che passa per il carattere di chi cerca di rifare quel vero. La questione non è cosa è più facile e cosa più difficile. La questione è semmai, come mescolare il vero e l’inventato. E a questa domanda non c’è risposta. È, di nuovo, la misteriosa ricetta del Barolo.

L: Io, in questa tua duttilità alla varietà umana, ci trovo qualcosa che viene da lontano. Da quel quinterno ingiallito coi ritratti dei compagni di scuola…

G: Sì, ne convengo. Te l’ho detto che l’essere umano mi ha sempre attratto… divertito…

L: Si vede. In “Avventura sull’Orinoco”, un gruppo di scolari si scatena al riuscito scherzo del protagonista Billy Billie ai danni del professore… c’è una vignetta in cui cinque tipi fra di loro diversissimi vengono accomunati dallo scoppio di ilarità… io ci ho rivisto i tuoi compagni del 1947…

G: Probabile.

L: La vignetta è di passaggio. Mi sorprende la cura che tuttavia hai messo nella ricostruzione delle singole psicologie… c’è il pacato, il secchione, la canaglia, il timido…

G: I passaggi non richiedono cura? Guarda in Germania, cosa sta succedendo in questo momento di passaggio…

L: Cosa c’entra? Non volevo mica dire…

G: Il Fumetto, è una cosa seria. Anche se certe volte fa ridere.

L: E va bene. “Avventura sull’Orinoco” però mi ha richiamato un’altra scolaresca. Una scolaresca degli anni cinquanta. In “Braccia di pietra”, del ’53 ci sono i giovani scout… anche qui il lardoso, lo studioso, la lenza…

G: Te l’ho detto, i tipi sono a disposizione. Basta guardarsi intorno…

L: Oltre che guardare, a te viene anche da ridere… o sbaglio?

G: … I vizi degli uomini sono una mia specialità. E non perché me ne senta immune.

L: Nei riguardi del costume, dei vizi sociali, tu hai sempre usato una specie di “realismo automatico”, una fedeltà di trascrizione del vero anche nei suoi aspetti minuziosi, apparentemente trascurabili, appunto di passaggio… io la definirei “capacità di sintesi del quotidiano”. Effetto telecamera accesa. Non so, mi ricordo la tana di Sgrinfia. Tavolacci, calzini, brande posticce, mobilio di recupero, pentolame, bacinelle, fiaschi, caffettiere…

G: É così divertente osservare. Te l’ho sempre detto… se sapessimo osservare, sapremmo anche disegnare.

L: Io penso che tu sai vedere fuori perché hai anche le tue visioni interiori. O no?

G: Possibile. Anzi, certo.

L: Come si fa a rendere questo “ottuso sguardo delle cose”?

G: In che senso?

L: Il “quotidiano”, appunto. Non nel senso di giornale.

G: Non sono mica scemo. Ho capito.

L: Quel covo in “Terroristi”, per esempio. Fetido cortile, panni stesi, scope, fustino di detersivo abbandonato sul ballatoio… oppure l’interno delle locande medioevali in La freccia Nera. Quegli ambienti sordidi spesso soltanto accennati, tratteggiati in forma lievissima… Oppure penso alle controstorie. In “Patto col diavolo”, mentre Spada è sulle tracce di un ricercato, in una pensione, sul pianerottolo si affaccia una bambina che si mette a sbirciare curiosa… la madre la trascina dentro, con prudenza, quasi con timore… o anche in Giulietta e Romeo, mentre i vicoli di Verona sono agitati dai duelli fra simpatizzanti delle due fazioni, si scontrano un cane e un gatto…Come si fa a inventarsi certe minime cose?

G: Si guarda. Oppure si immagina di guardare.

L: Questo è il punto. Dove si guarda? Puoi documentarti quanto ti pare su un’epoca o una situazione, ma non si inventano certi dettagli…

G:  E allora, cara mia, si guarda dentro l’uomo.

L: Ah. […] Senti, riprenderei il bandolo della tua produzione, forse è più semplice seguire un filo logico. Dopo la parentesi shakespeariana, sei tornato a fare “Spada”, gli episodi sul terrorismo di cui abbiamo già parlato, e ultimo “Fantasmi”, di cui pure abbiamo già detto qualcosa. L’esperienza diciamo “teatrale” ti aveva lasciato un segno, evidentemente…

G: Te l’ho già detto, non amo fare il critico di me stesso. Comunque è impensabile che una qualsiasi esperienza non lasci una traccia. Diciamo che nel caso di Shakespeare, era rimasta l’urgenza di dimostrare qualcosa, le possibilità del Fumetto… nonché la voglia di battere certe strade mai battute…

L: Ricordamelo, devo tornarci sopra. Le strade mai battute.

G: È una frase che ti ho già sentito dire, “devo tornarci sopra”.

L: È colpa mia e bontà tua. Dunque, dicevo. Finito anche “Spada”, ti sono state proposte poi storie di genere diverso, più tradizionale. Così, caso mai fossi stato preso dalla tentazione di continuare a fare rivoluzioni alla Shakespeare, te ne avrebbero subito fatto passare la voglia. Sbaglio?

G: Sbagli. Ti ho appena detto che l’esperienza con Shakespeare, la voglia di certe “rivoluzioni” me l’ha rinforzata.

L: Okay. Tuttavia hai fatto storie più tradizionali. Dopo Spada, due biografie, guarda caso, cinematografiche (Totò e Marilyn Monroe). Poi ti sono stati proposti ancora trattamenti da opere letterarie. Alludo a La freccia nera da Robert Louis Stevenson e a Il Giornalino di Gian Burrasca, da Vamba, che però difficilmente, quanto ai loro argomenti, avrebbero permesso raffinate acrobazie o innovazioni strutturali. Però oggi vorrei soffermarmi sul Giornalino di Gian Burrasca. Proprio riguardando questa storia mi è venuta infatti la domanda sulla molteplicità dei tipi, delle fisionomie…

G: Prego, soffermati.

L: Sono infinite. Mi richiamano i tipi creati per la storia della Chiesa (I dodici in cammino, cit.), sintomo di una autentica eterna giovinezza espressiva. Intendo: curiosità, spirito critico…

G: Uhm…

L: Esplode qui, tra l’altro, la verve del De Luca comico, del quale molti lettori critici si sono stupiti, non sospettandone l’esistenza…

G: Affar loro. Erano, evidentemente, lettori e critici di-stratti circa la mia produzione.

L: Nel senso che non eri nuovo a questo genere?

G: Infatti.

L: Il primo precedente di questo tipo, nei cui personaggi ho trovato sorprendenti affinità con altri, non dichiaratamente comici ma, diciamo, caricaturali, e cronologicamente molto vicini a noi, era “Non fumare la dinamite” del 1960…

G: Alludi a Mr Forbes?

L: Sì, quel tipo di inglese molto inglese, alla David Niven, per intenderci… parente del professore di “Avventura sull’Orinoco”. Li separano circa trent’anni… eppure hanno una loro parentela, pur essendo diversissimi. De Luca si ripete?

G: De Luca è sempre De Luca e si porta appresso qualcosa che lo contraddistingue.

L: Credo di aver capito cos’è. Nei riguardi dell’umanità hai un misto di divertimento e di misantropia. Totale: uno spirito caustico, critico,che marchia in modo indistinguibile tutti i tuoi caratteri…

G: Ah sì?

L: Penso anche a Sgrinfia in “Il commissario Spada” o all’agente Andreola, o ai compagni di scuola di Mario Spada… mi ricordo di un scucchione subdolo… e mi ricordo anche le caricature che facevi ai miei compagni di scuola. Guido Antolini, per esempio… insomma l’umanità la ami o la odi?

G: Cosa c’entra? La amo quando si fa amare… la odio quando… ma no, cosa mi fai dire? Io non odio mai. Semmai vedo certi limiti, te l’ho detto… certi vizi… e mi diverto a smascherarli… non mi stuzzicavi tempo fa, sulla “denuncia sociale”?

L: Fai denuncia sociale con quel tuo famoso sorrisino?

G: Perché no? Hai mai sentito parlare di “satira”?

L: Sì, Il Male, per esempio. Ma mi risulta che gli esperimenti di quel tipo ti tornino non troppo graditi…

G: Il Male fa parte delle rivoluzioni che non mi piacciono. Fumetti “eccessivi” si diceva all’epoca. E non solo. Anche servizi eccessivi e scherzi eccessivi… che satira è annunciare per scherzo la terza guerra mondiale?

L: È uno scherzo che non ti fa ridere?

G: Neppure sorridere, se è per questo, forse perché ho vissuto la seconda. Per me la satira è roba più sottile. Più che satira, quella là è provocazione. A volte fine a se stessa. E come tale, di maniera. Lascia il tempo che trova. Invece, se ci pensi, il Fumetto vanta progenitori che intesero fare proprio satira di costume. Mai sentito parlare di William Hogarth? Era un fior di pittore.

L: Nel Giornalino di Gian Burrasca anche tu hai fatto una satira di costume, diciamo così. Ma anche storica. Nel senso che investiva i gusti, le mode di tutta un’epoca: il primo Novecento… per questo, una satira colta, di citazioni… e forse non così prorompente…

G: Credi?

L: Non lo so… lì ci sono almeno tre strati di presa in giro: quella che investe la figura umana… (certe sagome sono al limite del mostruoso, non nel senso che sono deformi, ma deformate), poi c’è la satira che colpisce certi atteggiamenti umani “eterni” (penso al civettare delle sorelle di Giannino, agli occhiacci del padre, alla grinta della domestica Caterina, alle pose da gagà dei fidanzati delle sorelle) e infine c’è il gusto di ridicolizzare gli arredi, i costumi, quel gusto tipico del primo Novecento, quel liberty di ghirigori e falpalà (che tu, tra l’altro, se non sbaglio, detesti con tutto il cuore…) Ti sei, immagino, divertito come un matto…

G: Non lo nego. Ma ci ho anche studiato.

L: Che cos’è che ti ha divertito?

G: La deformazione del vero.

L: Questa è un’attitudine che ti porti dietro da sempre. O sbaglio? Su certi blocchetti vicino al telefono, su rubriche, su fogli sparsi, ci sono una marea di tuoi ghirigori fatti telefonando (sovrappensiero) in cui i mostri ritornano spesso…

G: Deformando la realtà, mi riposo. Esploro le possibili alternative che avrebbe avuto il Padreterno al crearci così come ci ha creati… penso a Bosch, a Dürer…

L: Allora potrebbero piacerti alcuni aspetti del fumetto underground americano?

G: Perché non il barocco francese, allora?

L: Alludi a Metal Hurlant?

G: Sì. Moebius… Dionnet… Druillet o L’Eternauta…

L: Ti piacciono?

G: In fatto di esagerazione, si potrebbe osare di più.

L: Addirittura?

G: Perché ti stupisci?

L: Non so… aleggia su di te il solito sospetto di conservatorismo formale. Ne abbiamo già parlato, del resto…

G: Di nuovo le etichette. Vedi… io non so dov’è il misterioso confine tra il deforme e l’armonico, la legge non scritta della loro silenziosa non contaminazione, o al contrario del loro proficuo contagio. Forse sta all’artista fissare entrambi. La soglia è, necessariamente, sottile. Come tutte le soglie. Ma, forse, l’unica soglia degna di questo nome è l’uomo. Possiamo deformarlo a piacimento, grazie al disegno, perché in fondo resta indeformabile. Perché in fondo resta fatto a immagine e somiglianza di Dio.

L: Azzardo un’ipotesi. Non è che, per caso, tanto rigore della forma, tanto ossessione di leggibilità, alla lunga ti hanno logorato, ti hanno imposto troppa disciplina impedendoti di spaziare come, dove, e quanto avresti voluto? Ed è per questo che sei attratto dalla deformazione?

G: Non mi entusiasma farmi psicoanalizzare. Comunque, quello che dici è possibile. In ogni caso io penso che il deforme e il mostruoso abbiano una loro dignità, una loro plausibilità… formale. È il ricordo vago del Caos originario che ci perseguita, dal quale proveniamo. È una concezione molto contemporanea, quella del rispetto per ciò che sfida le regole dell’equilibrio, della norma. Non senti quanto si blatera sul rispetto per il cosiddetto “diverso” (senza capire quello che si dice, peraltro)? Comunque il tuo Adorno aveva un’idea ben precisa, in proposito: “Il compito attuale dell’arte è di introdurre Caos nell’ordine”.

L: Tutto all’opposto di te. Le tue opere appaiono sempre classicissime.

G: C’è un classico che non è necessariamente ordinato.

L: No, in effetti. Guardando il tuo Gian Burrasca, direi che il segno rimane classico ma il tono generale (l’atmosfera) è di una bizzarria totale e, insieme, raffinata… da dove hai tirato fuori tanto… coraggio?

G: Mi è stato proposto un genere brillante e ho fatto un genere brillante. Di satira. A modo mio. Quale coraggio?

L: Secondo me, hai esagerato col grottesco.

G: Non ho esagerato io. È il grottesco che, di per sé, è esagerazione. Oppure non è. Perciò alcuni, che si presentano come dissacratori, potrebbero secondo me dissacrare meglio e perfino di più.

L: Ma se mi hai detto che non ti piaceva Il Male…

G: Un conto è l’eccesso… altro discorso è la dissacrazione. La dissacrazione può non essere eccessiva né esagerata, benché spinta al massimo. Mentre l’eccesso non necessariamente è dissacratorio, come certi invece pretenderebbero. L’eccesso è solo eccesso. Fuori dalle righe.

L: Cito una tua caricatura inedita. Maurizio Costanzo a forma di palla. Hai esagerato con cattiveria un suo difetto fisico…

G: La caricatura si basa su quello.

L: Sulla cattiveria?

G: E sui difetti fisici. Non nascondiamoci dietro un dito. Inoltre, in quel caso, non si trattava di un’esagerazione gratuita. Voleva significare una certa rotondità… non mi far dire altro…

L: Se, come dici tu, anzi, come dice Picabia, “ la testa è rotonda per permettere al pensiero di cambiare direzione… ”

G: Appunto. Costanzo probabilmente è rotondo per la stessa ragione.

L: Allora lo ritieni un genio?

G: O uno che cambia spesso direzione. Non mi far dire altro.

L: A te piacerebbe essere caricaturato?

G: Se è per questo mi sono autocaricaturato. Su richiesta di Franco Fossati per la sua Enciclopedia del Fumetto.

L: Lo conosco, quel bozzetto. Spada dipinge De luca. Un’inversione significativa…

G: Perché?

L: Dovrai dirmelo tu.

G: Non ci penso per nulla.

L: Dài…

G: E va bene: chi sono io, quando creo? Davvero il creatore o non anche il creato, la creatura? E sono davvero io, che invento un personaggio, o non è in qualche misura il personaggio, esistente in assoluto nel suo iperuranio, ad inventare me e la mia invenzione?

L: Santo Cielo… per tutto questo Spada ti dipinge?

G: Per tutto questo e per qualcos’altro…

L: … E c’è da dire che non ti dipinge con pietà… triplo mento, cipiglio, occhiaie, rughe, sopracciglia a siepi…

G: Le cose o si fanno sul serio o non si fanno per niente. Ho permesso a Spada di… vendicarsi di me.

L: Per cosa?

G: Forse per non averlo disegnato come avrei potuto. Forse per averlo costretto in quel solo ruolo del commissario. Forse, di non averne fatto un eroe eterno come Corto Maltese.

L: Sei volentieri impietoso anche contro te stesso?

G: Per un certo periodo lo sono stato. Poi ho smesso di castigarmi. Oramai non lo fa più nessuno. Anzi, è più frequente una spudorata autoincensazione.

L: Vuol dire che per un certo periodo hai temuto il giudizio degli altri?

G: “Esigete di essere giudicati”, scrive Manlio Sgalambro. È quello che ho fatto e che continuo a fare. Per certi versi è inevitabile.

L: La caricatura è parente del mostruoso. Sono entrambi modi di deformare la realtà, di esagerare il giudizio sulla realtà. Mi ricordo lo studio che facesti di Calibano per La tempesta. Non studiasti così a fondo i personaggi belli e convenzionali quanto lui, brutto e vagamente scimmiesco. Cos’è? Ti intrigava di più?

G: L’orrido è sempre attraente.

L: Quel Calibano è parente di una tua caricatura inedita di Lucio Dalla…

G: Probabile.

L: Perché l’orrido è più attraente?

G: Ti risponderò con Sartre. Anzi con il diavolo, che alla domanda del protagonista de Il diavolo e il buon Dio (“Perché fai il male, sempre il male?”), risponde, sfrontatamente e insieme con candore. “Ma perché il bene già esiste. Io invento”.

L: Capito. È per questo che quand’ero piccola, mi impartisti “lezioni di mostri”?

G: Anche. La “Mostritudine”, passami la parola, come provocazione a sbrigliare la fantasia… Il tuo Castelli definiva l’arte “nostalgia di un paradiso perduto che l’anormalità degli eventi permette sia raffigurata attraverso il mostruoso”.

L: In che senso?

G: Te l’ho detto. Nel senso di un Dürer o di un Bosch.

L: Che cos’è per te l’anormalità degli eventi?

G: Pensa a Chernobyl.

L: Quella anormalità ha prodotto mostri in senso letterale. Deviazioni genetiche.

G: Appunto. Castelli fu profetico. Ancora una volta è la realtà a rivelarsi “artistica”, producendo mostruose deviazioni del DNA… e l’orrore di certe guerre, di certi soprusi, di certe violenze, non è un altro aspetto di questa deviazione? E non produce, per l’appunto, no-stalgia di un equilibrio irrecuperabile?

L: Mi fai venire in mente il primo antagonista storico del commissario Spada, il ladro di uranio, protagonista dell’episodio omonimo, che diede avvio alla serie. Era l’emblema di un’imminente morte da disastro nucleare…

G: Sì, in pratica era un teschio. Appena rivestito di un sottile strato di epidermide…

L: Mi ricordo lo sguardo senza sguardo di quelle due fosse nere al posto degli occhi… il naso schiacciato, microscopico, gli zigomi appuntiti, le labbra inesistenti… porta il marchio di quegli anni di guerra fredda. O freddina. Come hai fatto, nonostante la sua glacialità a renderlo espressivo?

G: Il mostro consiste nella sopravvivenza di un residuo di umanità. Se no, non è un mostro, ma soltanto una maschera.

L: Alla fine della storia, le due fosse nere si accendono di un imprevedibile sguardo chiarissimo. È il momento del ravvedimento. Questo intendi con “residuo di umanità?

G: Sì. Il riscatto che è dovuto al peggior delinquente.

L: Ci sono tuoi mostri che non presentano nessun possibile riscatto…

G: Quali?

L: Quelli degli antichi incubi di Lucia Spada in “I figli del serpente”.

G: Dovevano rappresentare appunto il male senza riscatto, il male dell’Inferno. Strane creature a metà fra giganteschi insetti ed enormi crostacei…

L: Pensavi alle mutazioni genetiche?

G: Non pensavo. Mi sono lasciato andare.

L: Anche facendo i mostri per Paulus ti sei lasciato andare?

G: Eccome. Nasi a proboscide di insetto… facce scheletriche… e poi queste tute spaziali come costumi del Rinascimento, e improbabili omini Michelin…

L: Mostri come quelli de “I figli del serpente” non ti hanno mai lasciato insonne? Visioni come quelle che si vedono nella chiesa sconsacrata de “La scelta” con quell’uomo impiccato a una stampella?

G: Io insonne? Un William Blake, può darsi…

L: Perché citi Blake? Per alcuni era un pazzo…

G: Si rifiutava di disegnare dal vero e si affidava solo al suo occhio interiore… è follia?

L: Anche tu segui un tuo occhio interiore, mi pare.

G: Ma non dimentico di guardare anche il mondo esterno. La scuola della realtà… ricordi?

L: Sei un visionario anche tu…

G: Se vuoi. Ma io, almeno rido.

L: È vero. A volte hai creato dei mostri comici… penso al chirurgo plastico Nardi, incaricato di ricostruire il volto di Spada dopo l’incidente. Naturalmente, dovendo fare uno che si occupa di migliorare l’aspetto delle persone, l’hai reso assolutamente mostruoso: labbroni, barbozzo, dentoni…

G: Perché no?

L: E poi penso a quell’esperimento… ti ricordi? Volevi illustrare le mie novelle… ti ricordi Signora Guerra e Alessandro che scappa?

G: Certo che mi ricordo.

L: La tua Signora Guerra era quasi simpatica. Il corpo a forma di missile, i piedi come carri armati. Le mani di strega sollevate in posa di spauracchio… e poi bandiere, mitra e fucili che le spuntavano da un ideale faretra agganciata dietro le spalle… anche qui la faccia è un teschio, coi denti in fuori, i capelli ispidi… solo che fa ridere. Sfiata nuvolette…

G: Semmai fiotti di gas venefici.

L: Le fa da contraltare Alessandro, il bambino protagonista col culetto in fuori… il tuo mettere in ridicolo la guerra e il militarismo è inedito… ha qualcosa a che vedere con la tua simpatia per i bambini?

G: Tutto ha qualcosa a che vedere con tutto… Io posso essere crudele e insieme tenerissimo…

L: Alcuni dei malviventi nei quali si imbatte Spada sono al limite della normalità. Verso di loro, più che crudele sei stato impietoso… in quel caso, davvero nessuna simpatia.

G: Attenta. Entri in un terreno minato. Qualcuno ti potrebbe domandare che cosa intendi per “normalità”.

L: In che senso?

G: La cultura dominante si riempie la bocca di questo rispetto per il diverso, non ti risulta? Una marea di luoghi comuni demagogici. Tutto questo far finta che il diverso non esista, che sia normale… insomma, omologarlo. Non ti accorgi dell’equivoco universale che c’è sotto?

L: No.

G: Il livellamento spacciato per democrazia.

L: La democrazia, sotto qualche aspetto, è livellamento.

G: Bell’affare. Nella polis greca le cose non stavano così.

L: Di nuovo la Grecia. Viviamo nel Ventesimo Secolo. Te ne sei accorto?

G: E tu ti sei accorta degli sforzi che si fanno per incoraggiare questo progetto di appiattimento universale?

L: Sì. Ma… perché discriminare chi sta su una carrozzella, per esempio?

G: Cosa c’entra? Io non ho niente contro chi sta su una carrozzella, né mi sogno di discriminarlo o di prenderlo in giro per il fatto che sta su una carrozzella. Dico solo che certi discorsi rivelano una mentalità: che le differenze non devono esistere. Invece, se lo vuoi sapere, ci vuole più coraggio nel guardarle in faccia e nel rispettarle per quelle che sono, le differenze, piuttosto che propagandare, ipocritamente, che non esistano. Se no, si dimostra solo una cosa: che si fa finta di niente, di fronte all’handicappato, perché se ne ha paura. O meglio: che si ha paura di se stessi, di fronte all’handicappato. Si ha paura di non riuscire a rispettarlo davvero come essere umano.

L: Come ci siamo arrivati, fin qui?

G: Partendo dal discorso del mostruoso, del deforme, (non nel senso di handicapppato, però)… parlavi di tutto ciò che si discosta da certi canoni cosiddetti “normali”. E che ci spaventa per il solo fatto che non ci assomiglia.

L: Nel Giornalino di Gian Burrasca i tuoi disegni fanno ridere perché invece quei personaggi, pur nelle loro deformazione satirica, continuano ad assomigliarci…

G: Quello è un altro discorso, e riguarda di nuovo la caricatura. La caricatura è la realtà, appunto, caricata. Di sottintesi, di effetti aggiuntivi, di intenzioni… la realtà, ma non proprio la realtà… e tuttavia, ancora e sempre la realtà.

L: Hai uno spirito caustico e criticissimo. Non si può guardare un programma televisivo insieme a te senza essere costantemente disturbati dai tuoi commenti al novanta per cento denigratori sui personaggi che vi prendono parte. Saresti stato un caricaturista eccellente. Lo provano, tra l’altro, alcuni ritratti al vetriolo che hai realizzato proprio dei personaggi televisivi. Mai pubblicizzati, peraltro. Vedi Costanzo. Perché non ti sei specializzato per esempio in questo genere?

G: Specializzarmi? Io semmai mi sforzo di capire quelli che asceticamente ed esclusivamente si votano a un genere solo. Già è così difficile difendersi dai pericoli della deformazione professionale…

L: Negli anni Settanta, se non sbaglio, realizzasti alcune vignette umoristiche per Famiglia Cristiana. Mi ricordo una caricatura di La Malfa in forma di ranocchio, una di Andreotti in forma di topo, una anche di Aldo Moro…

G: Fu un filone che non andò avanti. Forse perché c’era già Il Male, chissà. O gente come Feiffer.

L: Non sei spiritoso.

G: … O forse i tempi non erano maturi perché si facesse satira da un giornale cattolico, non lo so…

L: Sempre il solito problema. Oggi invece lo sarebbero?

G: Che ti debbo dire? Con la crisi di certi partiti, può anche darsi…

L: Non è che, sotto, sotto, ritieni che il genere comico potrebbe essere considerato il… sottogenere di un sottogenere? Insomma, non è che ti vergogneresti di fare sempre e solo Gian Burrasca e simili?

G: Intanto, ti sfido a dimostrare che Gian Burrasca si rifacesse solo al genere comico. Hai affermato tu stessa poco fa, che c’era una precisa critica sociale. Secondo: di cosa mi dovrei vergognare? Di riuscire a far sorridere? Diciamo che certe cose non mi sono state proposte molto spesso. Evidentemente, avendo iniziato con i cineromanzi storici, la presunzione generale è che Gianni De Luca sia più adatto a storie di questo tipo. Non è mio compito dimostrare il contrario.

L: Anche perché, nel caso, lo avresti già fatto nelle stesse opere diciamo “serie”. Non so in quanti si sono accorti di certe concessioni al tuo famoso sorrisino presenti in Amleto o in Giulietta e Romeo o nella serie del “Commissario Spada”. Penso ai piedoni di frate Lorenzo, alla faccia rubizza della balia di Giulietta, al vecchietto Sgrinfia…

G: Sono contento che almeno tu te ne sia accorta.

L: Non hai lasciato da parte il sorrisino nemmeno nella storia della chiesa, dicevamo. Certi imperatori romani sembrano macchiette da cabaret.

G: Vedi… la realtà è così.. non univoca. Ci sono gli aspetti tragici e quelli irridenti… il più delle volte fusi insieme. Anche per questo, ogni mio personaggio è diverso dall’altro. Perché perfino una stessa figura può risultare comica oppure tragica a seconda delle circostanze, a seconda, bada bene, delle contrazioni della sua faccia…

L: Spiegati meglio.

G: Ti faccio un esempio. Proprio all’epoca in cui disegnavo Gian Burrasca, una sera la tivù mostra un documentario sull’Afghanistan. Il superstite di un villaggio bruciato dai russi raccontava la sua storia… aveva una faccia tirata, sembrava una maschera di Carnevale… grottesco… canino… insomma… comico. Eppure stava raccontando che le bombe al napalm gli avevano fatto fuori moglie, figli, fratelli… è atroce, ma quel ghigno aveva qualcosa di ridicolo… tra qualche secolo, forse, quel documento filmato, se sopravviverà alle nostre apocalissi, potrebbe far ridere milioni di extraterrestri… ne sarà stata tagliata fuori la componente etica e se ne vedrà solo l’aspetto sensitivo, la somma delle linee di quella faccia. Forse.

L: Mica ti seguo tanto… cosa stai cercando di dirmi?

G: Che la comicità e le provocazioni sono sempre un fatto di prospettive (di punti di vista)… in ultima analisi, di linee… ti faccio un altro esempio. La bomba alla stazione di Bologna, nel 1980. La televisione mostrava sangue, lamiere, vagoni contorti, macerie… un caos di linee, un intrico di direzioni. Per un disegnatore, guarda, un’occasione d’oro…

L: Che hai detto?

G: Per dimostrare le sue capacità drammatiche, intendo. Il suo impegno, se preferisci. Ma che fai, la moralista, ti scandalizzi?  Non leggevi Il Male, tu?

L: Cosa c’entra?

G: Quello che intendevo è che, nonostante quel caos, quel dramma, quell’orrore perfettamente restituito dalle telecamere, entra in video a un certo punto un cronista la cui faccia sarebbe andata bene in un film con Totò. Una faccia da pupo, ti dico, rotonda… anzi, sferica… che ispirava buonumore. Insomma, completamente dissonante con quelle schegge, con quello spezzettamento, con quella frantumazione… insomma, uno scandalo. Se ne poteva ridere, infatti… e infatti io ne risi.

L: Colpa del regista?

G: O delle circostanze?

L: Aspetta. Tu, certi drammi come te li spieghi?

G: Cosa? Che drammi?

L: Il Fumetto ora non c’entra. L’Afghanistan. La bomba sul treno. Gli attentati, le violenze, le guerre…

G: Che mi fai l’ingenua?

L: Rispondimi.

G: Non me li spiego. Così come non mi spiego l’uomo. Il vero mostro è lui. Noi. I veri diversi siamo noi. Ma non so in quanti di questi che fanno le anime belle l’hanno capito veramente.

L: Mi viene un altro pensiero. Il Fumetto deve essere sempre in qualche modo legato alla cattiveria?

G: Bestemmi? Non farti sentire da Tom, da tutti quelli che lottano per i fumetti sani, pedagogici, educativi…

L: Non capisci… io guardo te, per esempio. Questa tua cattiveria di metodo. Non voglio dire che tu sia crudele d’animo, ma certi discorsi che mi hai fatto adesso adesso…

G: Se sono cattivo, non lo sono certo perché faccio i fumetti.

L: Non è solo questo. Penso a tutti i bambini terribili da Yellow Kid in poi. Max e Moritz di Bush, i Katzenjammer Kids… erano cattivi che facevano ridere, d’accordo, ma erano pur sempre cattivi, gente di confine, parenti di tutti i Franti di tutti i libri Cuore del mondo. E poi penso alla definizione che di Yellow Kid ha dato Oreste del Buono: “uno peggio che grottesco. Un autentico mostro. Un ragazzaccio mongoloide, la testa calva, le orecchie a sventola, la bocca sdentata…”

L: Esagerato.

G: Condivido. Comunque, è un fatto. Diabolik e Il Male in fondo, veramente non hanno inventato niente.

L: Lo avevo già detto io. Comunque, all’inizio, la satira cattiva contro i valori tradizionali aveva uno scopo molto terra terra. Concorrenziale. Yellow Kid per esempio, e non so se lo sapevi, fu conteso da due editori… Uno dei due era Pulitzer…

G: Pulitzer quello del premio Pulitzer?

L: Già. Le storie furono disegnate sia dal creatore di Yellow Kid, Outcault, sia da George Luks. E chi più ne aveva più ne metteva.

G: Di cosa?

L: Di battutacce, di spregiudicatezze, di brutalità… figurati che quelle storie incontravano perfino il gusto degli immigrati, da sempre considerati ai margini… ci trovavano espressioni vicini al loro stile di vita…

G: Allora è sempre il mercato a fare cultura?

L: Te ne meravigli? Non hai studiato Carlo Marx?

G: Tu non sei “cattivo” per ragioni di mercato.

L: Forse lo sono per hobby, allora. Ma io che c’entro? Te l’ho già detto…

G: Per quale altra ragione gli eroi dei fumetti spesso sono stati così di confine?

L: Non lo so… Quelli de Il Vittorioso, per esempio, si incattivirono man mano che saliva la tensione, la paura della guerra… è ovvio che certi personaggi rispecchiano il momento storico nel quale vengono alla luce. Pensa a Dick Tracy, alla sua lotta contro il gangsterismo…

G: E quello che stiamo vivendo adesso, è un momento “di cattiveria”?

L: Chi è in prigione, in qualche modo “è stato cattivo”.

G: Non sarà vero il contrario?

L: Cioè?

G: Chi è cattivo non è già in partenza prigioniero di qualcosa, della sua stessa ignoranza?

L: Forse hai ragione.

G: Comunque ti tranquillizzo. O ti deludo, non so. Più che incattivirsi, i personaggi dei fumetti sono diventati sempre più dei superuomini…

L: È ancora così?

G: No, non più. Quand’ero ragazzo io, forse. Perché era il momento di gonfiare i muscoli. Salvo poi farseli sgonfiare qualche anno dopo.

L: Miti di carta?

G: Forse.

L: Torno a te e alla tua “cattiveria”. Non pensi che anche questa tua potenzialità derisoria (unita alla tua enorme capacità di osservazione) ti renda temibile agli occhi di certi tuoi colleghi? E per questo “cattivo”?

G: Perché dici certe cose?

L: Perché so che molti ti reputano scomodo. Per esempio, il tuo amico Claudio Nizzi, ebbe a dire, una volta…

G: Se per alcuni lo sono (ed è da dimostrare) dipende, probabilmente, da fattori di tutt’altro genere. E non alludo certamente a Nizzi.

L: Invidiuzze?

G: Lo hai detto tu.

L: Ma per che cosa, scusa? Non hai il successo che meriteresti…

G: Di nuovo con questa storia. Scusami tanto, cos’è il successo? Coincide con gli applausi? Bè, allora io ne ho a sufficienza. Oppure “successo” significa, più sensatamente, poter fare quello che piace? Bè, io lo faccio, più o meno, da mattina a sera.

L: Potresti avere ancora più applausi e fare, sono sicura, qualcosa che ti darebbe ancora più soddisfazione.

G: Questa vita è sempre perfettibile. E poi, le strade non battute sono un argomento ancora da affrontare in questa intervista. O sbaglio?

L: Io credo che tu risulti scomodo, per esempio, anche per il modo in cui concepisci i tuo lavoro.

G: Questa è nuova.

L: Di una serietà al limite del maniacale, oltre che di una lucidità crudele. Quanto tempo impieghi, per esempio, per fare una tavola?

G: Uno, due, tre giorni… a volte anche una settimana, non so. Dipende dalla tavola e dipende dai giorni.

L: Lo vedi?

G: Sono troppo pignolo per ispirare simpatia? Può anche darsi. Io però, se faccio una cosa, di solito la faccio col massimo impegno, anche se devo cambiare soltanto una lampadina. Questa è cattiveria? Questa, forse, è una provocazione per altri, che invece tirano via…

L: Queste tavole come affreschi… ti meravigli, tra l’altro, che siano state oggetto di traffici al limite del lecito?

G: Non me ne meraviglio per niente. Semmai mi ci infurio. E spero che tu me lo conceda, senza tacciarmi di crudeltà o di eccesso di polemica. Tuttavia, in proposito, ho avuto soddisfazione giudiziaria.

L: Una soddisfazione che ti è costata un mucchio di denaro in avvocati…

G: Mi è costata quello che mi è costata. Arrabbiature, più che soldi. Ma alla fine ho ottenuto il riconoscimento che volevo.

L: Che non ha prezzo, suppongo.

G: Supponi bene.

L: Sei proprio un uomo del Sud.

G: In che senso?

L: Nel senso dell’onore, dell’essere tutto d’un pezzo. Per forza non vai di moda, come disegnatore.

G: Ti avviso che stai facendo del razzismo sui meridionali. Oltre a dire una marea di sciocchezze.

L: Guarda che l’onore per me non è un limite, semmai un pregio. Anche se, fatalmente, in questa società di merda, questo tipo di “onore” non paga.

G: Nel senso che se hai certi principi non sei di moda?

L: Appunto.

G: Te l’ho detto che le mode sono molte limitate. Oltre che limitanti.

L: Per il fatto che passano?

G: Io voglio restare.

L: A proposito. Qualcosa, finalmente, sulle strade ancora non battute. Sul fatto che, come dici tu, l’esperienza shakespeariana ti ha mostrato infiniti possibili percorsi grazie ai quali rischi di passare davvero alla storia…

G: Vedi… ognuno di noi ha un mondo da tirar fuori. Le tecniche, gli strumenti, si affinano ogni giorno di più. Ma la vera abilità sta nel tirare fuori questo mondo un pezzo alla volta. Sotto metafora, io mi vanto di non aver sparato ancora tutte le mie cartucce.

L: Nel senso?

G: Nel senso che ne ho ancora qualcuna in canna e qualcuna ancora nella cartuccera.

L: Il tuo famoso “capolavoro”?

G: Sì, lui.

L: Dove sta? L’hai iniziato?

G: Devo averne il tempo, lo sai.

L: E quando lo troverai?

G: Quando non lo so, ma lo troverò.

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