Focus Profili Gianni De Luca, nato con la matita

Gianni De Luca, nato con la matita [Intervista]

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7 – 12 dicembre 1990 

L: Alla fine degli anni Ottanta sei tornato alla fantascienza. Dico tornato perché una delle tue prime storie fu proprio… di fantascienza. O quasi. Alludo a “Gli ultimi sulla terra”, del 1951. Nel 1988 esce invece Paulus.

G: Era un progetto di Tom [N.d.R: Tommaso Mastrandrea, direttore del Giornalino]. Lo spunto consisteva nel far rivivere nel lontano futuro la vicenda di Saulo di Tarso. Paulus è appunto il suo alter ego del terzo millennio che, per una serie di complicati casi, entra in contatto con documenti storici relativi alla vicenda di Cristo…

L: Intuizione laboriosa, direi. Il tutto per far digerire ai ragazzini un altro po’ di catechismo facendogli credere che invece stanno leggendo solo una storia di fantascienza?

G: E poi sarei io il personaggio scomodo?

L: Tu ci lavori da più di quarant’anni coi preti. Osi negare che le cose stiano realmente così?

G: Non me lo sogno neppure.

L: E allora perché ridi?

G: Perché certe volte si vede proprio che sei mia figlia.

L: Torniamo a bomba. Il problema di Paulus (e nello stesso tempo la sua novità) era far convivere i due generi, credo. Quello che io ho chiamato “catechismo” con la fantascienza. O sbaglio?

G: Non sbagli per niente. Proprio per questo ho impiegato una tecnica mista. La grafica tradizionale (tratto a china acquerellato) per il racconto principale. La tempera per mostrare il film storico (chiamiamolo così) della vita di Gesù.

L: In queste parti a tempera mi è sembrato di rivedere le vignette della storia della Chiesa o i cosiddetti filmini (le “diapositive a immagine fissa”) che facevi negli anni Sessanta per le Figlie di San Paolo…

G: L’intento catechetico era dichiarato.

L: Tuttavia, e volevo farti un complimento, si vede chiaramente che questi “santini” sono di trent’anni dopo. Perché, più che santini, sembrano piccoli affreschi.

G: Ti ringrazio. A quanto pare, qualcosa ho imparato, in tutti questi anni.

L: Era intenzionale anche questo? O è per caso?

G: Niente, in quello che faccio quando lavoro, è casuale. Questa storia mette a confronto un remoto passato con un lontano futuro. Le citazioni del passato dovevano accentuare il loro carattere di documenti di altre epoche.

L: La contaminazione di stili non è per te un fatto nuovo. In Amleto, quando il fantasma del re racconta al principe della sua uccisione, il flash back è reso da quello stupendo effetto a vetrata medioevale. Le figure stilizzate degli adulteri-assassini sono una vera e propria contronarrazione a sé stante. Voglio dire, con uno stile autonomo…

G: Lo scopo era, anche in quel caso, quello di isolare, di differenziare la “citazione” dal racconto principale.

L: Hai usato spesso questo “cambio di stili”, di linguaggi. Mi ricordo per esempio in “L’uomo senza ricordi”, uno dei primi episodi di “Spada”, l’anamnesi che il protagonista compie sul lettino dello psicanalista… il flashback è reso da un disegno piatto ma istoriato. Personaggi e cose restano riconoscibili ma risultano come slabbrati…

G: Sì, va bene… però sono cose banali… se è per questo, mi sono anche divertito a fare il disegno dentro il disegno…

L: Come?

G: In un altro episodio di “Spada”, Mario realizza il ritrattino di una sua amica, ricordandola con una certa nostalgia…

L: Sì, ho presente… era Laura Fontana, protagonista di un episodio precedente.

G: Il disegno fatto da Mario era approssimativo, infantile…

L: Hai fatto, anche in quel caso, una citazione?

G: Appunto. Altrove il cambio di registro è stato più funzionale alla narrazione. In “Fantasmi”, per esempio, tutto era molto giocato sull’alternanza fra bian-co/nero, a evidenziarsi rispetto al resto… In Paulus invece la citazione, o il cambio registro, è continuo. Le due vicende scorrono, in buona parte della storia, parallele. Il problema era diverso, il lavoro decisamente più impegnativo.

L: … Sicché, se capisco bene, dovendo mettere a raffronto le due epoche storiche, sei stato portato a esagerare i rispettivi stili?

G: Esagerare?

L: Nel racconto principale, di ambientazione fantascientifica, la tua tradizionale essenzialità di tratto è ancora più esasperata. Basta guardare i caratteri del protagonista o del suo aiutante meccanico, Alter Alter. Hai scarnificato il tratto, lo hai ridotto a un filo quasi evanescente quando hai fatto l’uomo e hai sfrondato altrettanto il “design” del robottino, che in pratica è una sfera…

G: Uhm…

L: Cos’è? Non sei convinto?

G: … Lo sai a che cosa mi sono ispirato, per il robot? Ai disegni infantili. Hai mai visto come un bambino di tre- quattro anni sintetizza la figura umana? Un cerchio per la testa e stecchi scheletrici per gli arti… Alter Alter è nato così.

L: Benissimo. Ma… questa essenzializzazione era… una necessità tua, di evoluzione stilistica, o un qualcosa di finalizzato all’ambientazione fantascientifica?

G: Tutte e due le cose.

L: Evoluzione, per te coincide con sottrazione?

G: No. Con semplificazione.

L: Eppure, se guardi all’evoluzione della specie, l’essere che è in cima, cioè l’uomo, è il più complesso di tutti.

G: Complesso non vuol dire complicato, cara la mia filosofa. E poi sei sicura che sia proprio l’uomo a trovarsi in cima alla scala evolutiva?

L: Che sia in cima all’evoluzione della specie, è un fatto. Che quella collocazione sia giustificata, è un altro paio di maniche.

G: Bene.

L: Dunque, semplificazione della linea, dicevamo. O essenzializzazione del tratto. In concomitanza a ciò, la storia parallela di Gesù, resa dalle vignette a tempera, assume una corposità da pittura a olio o, se preferisci, come dicevo, da affresco… hai assottigliato da una parte per “appesantire “ dall’altra…

G: Quanto più essenzializzavo un racconto, tanto più arricchivo l’altro, se è questo che vuoi sapere. Ma i due discorsi sono complementari.

L: In altre storie, la contaminazione di stili è occasionale. Come nel caso di Amleto, che citavo prima. Qui, questa contaminazione è un fatto strumentale alla storia, è una sua componente, quasi dall’inizio alla fine. Non ti ha pesato?

G: Perché avrebbe dovuto?

L: Non so, ti ha costretto a parlare due lingue…

G: E con questo?

L: Penso sempre a quelli che potrebbero rimproverarti di non avere uno stile tuo…

G: Se lo facessero, si rivelerebbero degli analfabeti, confondendo lo stile di un uomo col genere delle cose che fa… io posso fare il genere storico o western, poliziesco o fantascientifico, e anche, come in questo caso, due generi contemporaneamente. Resto, fino a prova contraria, me stesso, con il mio stile riconoscibilissimo. Se mi rimproverano di non avere uno stile riconoscibile, è più probabile che rimproverino a se stessi di non saperlo imitare.

L: Paulus, ti dò atto, ha confermato il fatto che la sperimentazione shakespeariana non era finita con Shakespeare. In senso doppio. Non ti sei fermato lì cedendo alla tentazione di replicare la stessa innovazione…

G: … Anche perché, in tal caso, non sarebbe stata più una innovazione, ma esattamente il contrario…

L: … E hai anche dato prova di poter continuare la tua ossessiva sperimentazione nel campo del Fumetto, ma in un altro senso.

G: … E in chissà quanti altri possibili sensi ancora.

L: Questa contaminazione di stili ne è un esempio. Io mi accontenterei.

G: Grazie di darmi fiducia. Ma non hai ancora visto niente.

L: Di nuovo con questa storia della storia nel cassetto?

G: Vedrai. Sarà qualcosa tutto mio. Farò io stesso il testo, oltre che i disegni.

L: Se ne potrebbero avere delle anticipazioni?

G: Preferirei di no, perché potrebbero essere fraintese.

L: Almeno l’argomento in generale…

G: Sarà qualcosa sull’uomo, sulla sua vicenda terrena… qualcosa di totalmente libero, che non dovrà rendere conto a nessun editore e a nessun pubblico…

L: Ma questo è impossibile…

G: Te l’ho detto. Sarà una storia per me.

L: Non credo alle opere realizzate a proprio uso e consumo. Nascondono un’ipocrisia. Quella del presumere di poter fare a meno degli altri. Se ti ricordi, ci feci una litigata storica col tuo amico Franco Micozzi.

G: Allora avevi ragione. Oggi hai torto.

L: Io comunque ho visto delle tavole, di questo tuo progetto. Sono quelle che hai intitolato “Io mio”…

G: Quelli erano appunti presi al volo. Niente di importante…

L: Allora è l’Apocalisse di Giovanni?

G: Anche di quella ho fatto alcuni schizzi, ma… posso dirti che sarà qualcosa di grandioso, che metterà insieme esperienze diverse e che farà accapponare la pelle a molti.

L: Mi metti quasi paura. Tutto con un fumetto?

G: Tutto con un fumetto, sissignora. E te lo dimostrerò. Hai poco da fare la spiritosa.

L: Scusa, ma io sento puzza di alibi.

G: Uffa.

L: Scusa, uno che dice da almeno quindici anni: vedrete cosa vi tirerò fuori domani, e questo domani non lo fa arrivare mai, dà da pensare che stia prendendo tempo per continuare a fare le cose che ha sempre fatto… cioè santini per preti più o meno evoluti.

G: Sei proprio prevenuta.

L: Perché dico le cose come stanno?

G: No, perché non capisci le cose come stanno.

L: Io guardo ai fatti. Dov’è questo tuo capolavoro? Io temo che perfino la creatività si possa usurare..

G: Ti sei fatta contagiare da Castellani?

L: Può darsi. Dài e dài, potrebbe smettere di essere energia e ridursi a pura forza… tu, mi dispiace, mi dai esattamente quell’idea lì. Per adesso, di questo capolavoro, ti sento parlare, da anni. E ti ho sempre detto che invece di parlare, tu dovresti limitarti a disegnare. Anzi riempire il tuo tempo facendo soprattutto quello.

G: Il mio tempo non ha bisogno di essere riempito. In ogni caso, allora mi dici perché mi stai facendo parlare, perché mi stai distogliendo?

L: Già. Perché?

G: Sei tu che sei venuta a bussare con quel tuo registratore. Poi non capisci niente e mi fai anche venire i nervi.

L: Anche tu.

 

[Conversazione interrotta. Ripresa il giorno dopo]

 

L: Toc, toc.

G: Uhm…

L: Dove eravamo rimasti?

G: Al fatto che sei prevenuta e mi accusi di propagandare soltanto alibi.

L: Mostrami le tue opere. Allora ti crederò. Non capisci che sto cercando di stuzzicarti perché sono curiosa di vedere questo capolavoro?

G: Lo vedrai. Stai sicura che lo vedrai.

L: Perché dici sempre che non hai tempo?

G: Perché è la verità.

L: Uno come te dovrebbe essere capace di averne sempre a disposizione. Dovrebbe poterlo padroneggiare, non farsene tiranneggiare.

G: Parole. Io devo lavorare.

L: E allora?

G: Ho contratti, scadenze da rispettare… fingi di non saperlo?

L: Però, lavorando, ti permetti di fare certi discorsi… sperimentazione, tecniche miste, eccetera…

G: Il lavoro non è un’altra cosa rispetto a me. Io, lavorando, mi esprimo, guarda caso. Non al massimo, non quanto e come vorrei, ma comunque mi esprimo. Esprimo il mio stile. E questo può essere oggetto di di-scorso, a quanto pare. Altra cosa è quanto di me stesso, in percentuale più o meno soddisfacente, io riesco a esprimere veramente col mio lavoro. Poco, per ora, ma già molto, rispetto ad altri che possono esprimersi solo spazzando una strada, per esempio. Per godere di questo resto, dovrai avere un po’ di pazienza.

L: Va bene, va bene. Lasciamo perdere. Ieri parlavamo della fantascienza. La tua è rimasta ancorata al modello classico di stampo cattolico, costretta nel suo ruolo di veicolo catechetico. Che pensi degli altri fumetti di fantascienza attualmente in circolazione?

G: Alludi a Frigidaire e a Valvoline, per caso?

L: Sì. Per esempio.

G: Esperimenti.

L: Non ti sembra interessante la loro mascherata futuristica del disagio circa il presente?

G: Il mio dubbio è questo: se volevano esprimere un di-sagio, perché hanno dovuto mascherarlo?

L: Per la stessa ragione per cui Mastrandrea ha mascherato di fantascienza il catechismo.

G: Ah, bè. Allora vedi. Siamo tutti uomini di parrocchia.

L: Io alludevo a qualcos’altro… tutta questa mescolanza di stili, di esperienze… Incroci, visuali, il design, la moda…

G: Se volevano raccontare il presente, certo avranno avuto i loro problemi. Disfacimento sociale, trasformazioni di ogni tipo… però penso che i deliri tecnologici di un Davide Fabbri per L’Eternauta (penso a Maelstrom, per esempio), o la sua progettazione del futuro per Cyborg somiglino più a un kolossal hollywoodiano…

L: Il Fumetto si deteriora?

G: Succede al Fumetto esattamente quel che questi esperimenti rivelano: un mescolamento di arti visive, a loro volta intaccate dai sistemi informatici, dalle realtà virtuali…

L: Ti hanno mai chiesto cosa fai nel tuo tempo libero?

G: Il tempo libero è una realtà virtuale. E questa è una domanda che mi irrita.

L: Lo sapevo. Perché?

G: Perché il tempo non è mai libero. Il mio. È sempre occupato da qualcosa, finalizzato a uno scopo.

L: Bah…

G: Vedi, io, finché campo, disegno. Non avrò mai tempo per annoiarmi o per aspettare la morte.

L: E disegnando, godi dell’attività fine a se stessa. O che altro?

G: Godo ed esploro. Le sue possibilità, i suoi percorsi possibili, i suoi… sentieri interrotti, passami l’espressione.

L: Perché per te è sempre necessario sperimentare?

G: Se sono uno sperimentatore io, che dire di altri?

L: Non ti seguo…

G: Come definiresti le iniziative di un Lucio Fontana, le sue tele strappate, le provocazioni di Baj o dei nucleari? O il MAC di Gillo Dorfles?

L: Tentativi di varia natura… non so quanto e in cosa figurativi… in ogni caso già vecchi, già archiviati.

G: Attenta, non confondere la tragedia dell’arte figurativa contemporanea, che è molto lontana dall’essere archiviata, col solito conflitto fra astrattismo e concretismo.

L: Ancora non riesco a seguirti…

G: Ti ricordi la camera oscura di Fontana?

L: Quella illuminata dalla luce di Wood?

G: Ci galleggiavano dentro forme gonfie di materia… Fontana diceva che voleva cercare di liberarsi da una forma plastica statica. Ognuno avrebbe reagito a suo modo. Lo spettatore era con se stesso, con la sua materia… ecco il problema: la materia. L’assillo dell’artista, di tutto l’uomo contemporaneo, se vuoi…

L: Dimmi perché?

G: Perché cosa?

L: Siamo assillati dalla materia.

G: Perché ne avvertiamo il peso, il fatto che non potrà mai diventare spirito.

L:  Secondo me c’è dell’altro. La pensavamo indivisibile fino all’inizio del secolo. Poi si è scoperto che non lo è affatto, che è divisibile e sottodivisibile e poi ancora divisibile. Praticamente all’infinito. Non vedi che si sfalda tra le mani? La materia, che cos’è? È niente…

G: Benissimo. E allora, per l’appunto, come non sperimentare? Come non provare e riprovare a domarla, a farla e a disfarla, fino a convincerci che qualcosa esiste per davvero? Sai cosa risposero gli artisti degli anni Cinquanta a Togliatti che li invitava a essere onesti sull’astrattismo e ad ammettere che in certi casi uno “scarabocchio era uno scarabocchio”? Risposero: “Noi sappiamo che la nostra posizione attuale è di ricerca”.

L: Gli artisti, compartecipi del dramma della scienza?

G: Lo scandalo è sempre la materia, per gli uni e per gli altri. Fontana diceva: “La materia è sempre un compromesso per l’artista, eppure una documentazione: da quella non ti puoi liberare”.

L: Gli stracci e i ferri vecchi di Burri secondo te dicevano questa stessa angoscia?

G: Ancora di più. Quei panettoni di terra… quei palloncini tagliati e aperti come bocche… è un cercare continuo, non ti accorgi? Più, meno sincero, non lo so. Ma c’è di mezzo, davvero questa volta, la sapienza dell’artigiano, che prova, riprova, manipola, fa…

L: Questo intendi per “sperimentare”?

G: Questo e altro. Picasso ripeteva sempre un concetto di Delacroix: “Io non cerco, trovo”… solo provando e riprovando si può avere la misura dei propri mezzi, domare sempre un po’ di più il nostro limite fisico, terrestre…

L: Qual è la materia che ti fa paura? Tu hai sperimentato diverse tecniche e dunque diversi materiali… affresco, incisione, scultura a creta, scultura in gesso…

G: Il foglio bianco. Quello è il solo che mi dà i brividi. Una specie di vertigine cosmica.. È il vuoto. L’eterno possibile.

L: Lì ti senti Dio?

G: Mi sento col mio immane compito di potergli, teoricamente, diabolicamente assomigliare (Eritis sicut Dei…) E col dato di fatto di restare un uomo. Con tutti i miei limiti.

L: Quale, soprattutto?

G: Quello del finito, cioè, ancora una volta, della materia. Benedetta materia.

L: Mi fai pensare a Theillard de Chardin…

G: Cosa? Perché?

L: Aspetta. Ti trovo un passo…

“Benedetta sii tu, aspra Materia, sterile gleba, dura roccia, tu che cedi alla violenza e ci obblighi a lavorare se vogliamo mangiare…

[…]

Benedetta sii tu, potente Materia, Evoluzione irresistibile, Realtà sempre nascente, tu che spezzando a ogni istante i nostri schemi, ci costringi a inseguire ancora e sempre la Verità.

[…]

Benedetta sii tu, universale Materia, tu che dissociandoti un giorno da noi, c’introdurrai, necessariamente, nel cuore di ciò che è”

G: Grandioso. Dove l’hai preso?

L: Dall’Inno dell’universo di Theillard de Chardin… lo sapevo che ti sarebbe piaciuto.

G: Lasciami quel libro. Debbo approfondire. Forse, potrei anche pensare di farne qualcosa…

L: Anche di questo?

G: Perché no… perché no…

L: Perché invece hai provato a realizzare a fumetti l’Apocalisse di Giovanni?

G: Uhm?… perché ha delle immagini… tremende. Da fine dei tempi. Nel testo, intendo.

L: Che pensi dell’apocalisse di Baj?

G: Che mi ricorda un po’ troppo Guernica, non so…

L: Dove arrivano i tuoi bordi del foglio?

G: Non lo so. Perché me lo chiedi?

L: Così. Per immaginare che cosa ti spaventa in quel vuoto da foglio bianco.

G: Posso dirti che arrivano dove arriva il mio occhio e anche dove arriva la mia immaginazione. E che il mio occhio e la mia immaginazione non so dove arrivino.

L: Sei stato male, qualche anno fa, con tutto quello che comporta. Ricoveri in ospedale, cambio di vita… che altro?

G: Nient’altro. Se non un normale ampliamento delle mie esperienze umane. Ora cosa c’entra?

L: Avrei pensato a una riduzione.

G: Dipende dai punti di vista.

L: Ho rovistato tra i tuoi fogli sparsi, qualche tempo fa e ho trovato questo qui. Cos’è?

G: Cosa? Fa vedere?… intanto, come ti sei permessa?

L: Lo sapevo. Era qui. Tu stavi al telefono. Io stavo aspettando. Se era una cosa segreta, potevi metterla sotto chiave.

G: Uhm…

L: A riguardo ho immaginato una cosa. Che forse questo schizzo risale proprio alla tua prima esperienza con la malattia.

G: Forse…

L: Perché sei vago?

G: Neppure mi ricordo…

L: Tu hai realizzato molto di questi schizzi totalmente estemporanei, senza scopo apparente e senza giustificazione. Io, per inciso, farei una mostra di queste cose freudiane, di questi “ghirigori telefonando”. In certi casi li ritengo più degni di interesse delle tue tavole a fumetti o delle illustrazioni ufficiali. Appartengono alla categoria “sentieri interrotti”.

G: Io invece non so proprio che motivo di interesse potrebbero rappresentare per gli altri. Sono cose mie, sperimentazioni, prove della carta o del pennino… cose del tutto private.

L: Questo schizzo qui io lo intitolerei “La malattia”. Sbaglio o è la trascrizione di un tuo sogno? Di un tuo stato di coscienza alterata, magari successivo alla somministrazione di qualche farmaco o al risveglio in ospedale dopo il tuo primo attacco di cuore?

G: Forse non sbagli.

L: Debbo lasciar perdere?

G: Bah.

L: Mi ha fatto venire in mente quei racconti che molte persone fanno dell’esperienza di “pre-morte”. Quando si sentono librare nell’aria, sganciati dal corpo. Qui c’è una figura maschile che dà proprio questa sensazione di volo, di smaterializzazione… o anche di nuoto, chissà…

le due braccia potrebbero sembrare ali, anche a causa delle dimensioni delle mani… da sotto l’incavo di un’ascella sbuca un mostro, specie di squalo o pesce vorace… al di sotto del corpo si intravedono porzioni di città gotiche arcate e ruderi romani, ponti o gallerie… l’uomo abbraccia questo universo urbano oppure lo sorvola come un aereo, non saprei decidere…

G: Probabilmente non c’è da decidere. Possono essere vere entrambe le cose.

L: Ah sì?

G: In alcuni universi può non essere necessario scegliere… la civiltà del computer, rigorosamente binaria è, da questo punto di vista, ridicolmente arretrata.

L: Cosa dici?

G: Dico.

L: Non ci avevo mai pensato.

G: Eppure il computer lo usi…

L: Sì, l’onnipotenza del computer è molto fragile. E non solo perché è costretta dentro la logica…

G: Ma anche perché è basata sul sì oppure sul no. Invece sai benissimo che tra questi due estremi, possono darsi infinite sfumature…

L: Tu disegni per dare ragione di queste sfumature?

G: Soprattutto.

L: Torno a quello schizzo. L’uomo in volo è una figura scarna, naturalmente essenziale, calvo come uno scampato a un’esplosione nucleare, dall’espressione staccata dalla realtà. Ci sono spezzoni di parole nel suo cielo, scritte con un lettering fantasioso, nello stile dei fumetti, ma non solo. È come se il personaggio captasse deboli segnali dal mondo intorno a lui, voci che lo richiamassero alla vita, o, al contrario, lo accompagnassero verso la morte. È così? Hai raccontato la tua pre-morte?

G: Guarda, nemmeno mi ricordo. Te l’ho detto: sono schizzi fatti così, buttati là magari per provare qualche pennino. Tu hai davvero troppa fantasia e vuoi farmi dire quello che non è.

L: Prima hai citato Fontana. Te lo cito io adesso: “La ragione non crea. Nella creazione delle forme la sua funzione è subordinata a quella del subcosciente”. Sono le forme che riflettono l’inconscio. Anche se tu lo neghi.

G: Sarà…

L: Va bene, secondo me hai i tuoi invalicabili ritegni.

G: Non dovrei?

L: Sai che questo schizzo mi ricorda i nuovissimi del Fumetto francese?

G: Non sono anch’io un “nuovissimo”?

L: Certe volte fai di tutto per sembrarlo. Altre volte sembri radicato in un posto che trascende qualsiasi epoca.

G: Lo ritengo un complimento.

L: A questo proposito, c’era un altro schizzo, insieme a questo, che magari è pure una prova pennino, ma che, secondo me, sintetizza bene la tua filosofia del vedere… tu hai trascritto una certa frase e l’hai illustrata con un altro dei tuoi disegni assolutamente estemporanei…

G: Dammi qua, fammi vedere… sì. Forse era una frase captata per radio. O forse un pensiero mio, occasionato da una frase captata per radio, non so…

L: “Dietro i nostri occhi, per così dire, e nei profondi abissi della vita della razza di cui ogni individuo è un punto momentaneo, è accumulato il remoto passato del mondo: e attraverso i nostri occhi GUARDANO GLI OCCHI DEI NOSTRI ANTENATI. Così noi non vediamo semplicemente l’oggetto nudo ma…”

Ecco qui. Ci siamo arrivati a quello che tante volte abbiamo sfiorato a proposito degli orizzonti che stavano davanti agli occhi di tuo nonno casellante. Di questo, oggi, sei ancora convinto?

G: In buona parte sì. te l’ho detto: io ho ricevuto un’eredità di cromosomi, ma anche di prospettive, di sguardi. Quell’incrocio di orizzonti, quei colori particolari, quella luce… sicuramente ho ereditato un modo di guardare, che poi è un modo di essere…

L: La vignetta, chiamiamola così, che illustra questo concetto, presenta una serie di profili in una successione ascendente. Da un branco di scimmie fino all’astronauta sono tutti protesi a guardare, a scrutare l’orizzonte. La serie termina con due soli bulbi oculari vignettiscamente (e quasi comicamente) sgranati sull’oggetto di tanto guardare: il triangolo, simbolo di Dio. Trovo questa vignetta scandalosamente sintetica, nonché, ancora una volta, tragica e comica insieme. Oltre che densissima, filosofica, pregna. Prima domanda: anche il vedere è un’evoluzione? Seconda domanda: siamo davvero ciò che vediamo? Terza domanda: davvero ritieni che l’evoluzione della specie ci porterà a un tale perfezionamento del vedere che, sulla via della semplificazione dell’essere umano, non rimarranno che gli occhi? Quarta e ultima: davvero ritieni che l’oggetto ultimo del vedere umano sia Dio?

G: Frena un attimo, bambina. Quanti ami mi lanci?

L: Afferrane qualcuno.

G: Prima risposta: sicuramente il vedere è un’evoluzione. Quello che vedi a tre anni, non è quello che vedi a cinquanta. Il vedere è un atto primario, istintivo, ma anche perfettibile, sensibile all’apprendimento, migliorabile con l’educazione.

Seconda risposta: certo che siamo ciò che vediamo, credevo di essermi profuso abbastanza su questo punto. Il cavernicolo vedeva forme selvagge, non raffinate, vergini di civiltà… Era, infatti e non a caso, un cavernicolo. Se qualcuno gli avesse mostrato Gentile da Fabriano, dubito che lui avrebbe decifrato qualcosa. Insomma, non avrebbe capito… Era quello che vedeva. L’uomo del futuro magari vedrà schermi computerizzati, realtà virtuali… (Non so, fra i due, chi potrà dirsi il più evoluto. O il più felice…) Quello del futuro sarà comunque, io reputo, un uomo a una dimensione, sotto certi aspetti, anche se non in senso riduttivo. Assommerà nella sua visione sintetica il ricordo di intere generazioni di spettatori, di contemplatori, di artisti…

L: È anche per questo che il tuo Paulus è così filiforme?

G: Forse. Anzi sicuramente. Morale: il vedere condiziona inevitabilmente il nostro modo di essere. E il nostro modo di essere, di trovarci nel mondo legati a una determinata civiltà, detta leggi al nostro occhio.

Possiamo, certo, essere educati a vedere. Ciò vuol dire, infatti, che possiamo essere educati ad essere. Se l’immagine non avesse questa forza sconvolgente, perché allora gli iconoclasti se la sarebbero presa tanto?

L: Non lo so, dimmelo tu.

G: Perché avevano intuito la sua forza e se ne stavano zitti. Non certo come certi tromboni contemporanei che continuano a cadere nell’errore di credere (stavo per dire “vedere”) l’immagine come impedimento a pensare e a fantasticare…

L: Gli iconoclasti avevano “visto” giusto?

G: Sì, per questo imposero quei divieti assurdi. Perché avevano capito che l’immagine libera, educa, consola…

L: Avrebbero preferito, al contrario,un popolo di schiavi, di ignoranti, di disperati?

G: Credo di sì. Nella storia non sarebbe la prima volta. Ma tu mi avevi posto altre domande…

L: Le riassumo: credi che il perfezionamento della specie umana ci porterà a potenziare massimamente la vista? E pensi che oggetto ultimo del vedere umano sia Dio?

G: Sì, ti posso rispondere. Il presumere che il perfezionamento della specie umana porti alla semplificazione-riduzione della macchina uomo in un semplice paio di occhi è, chiaramente, un espediente teatrale, vignettistico, per esprimere al meglio, sinteticamente, questa verità: che l’atto del vedere chiede costantemente di essere migliorato. Ovvero che l’educazione all’immagine, in teoria, non finisca mai, e che sia dotata di una sua forza totalmente autonoma.

Ultima risposta: per forza di cose l’oggetto autentico del vedere è ciò che trascende. Ricordi Maritain?

L: Anche se vediamo solo ciò che ci circonda?

G: Vediamo ciò che ci circonda perché e in quanto siamo attratti da ciò che ci trascende. Perché siamo orientati a ciò che ci trascende. Diversamente, nulla avrebbe senso, nemmeno ciò che ci circonda. Vedremmo ombre. Ombre di ombre. Pensa a Platone.

L: A proposito. Tu non disegni quasi mai le ombre, nelle tue storie. Perché?

G: Le ombre sono forme di forme. La linea che racchiude una forma è già ombra, sul foglio di carta. Dato che vediamo per forza di contrasto, io preferisco aiutarmi con quello cromatico.

L: Il tuo sforzo costante è sempre quello di aiutare il cervello a vedere?

G: Semplificandogli le operazioni, certo. Perciò hai la sensazione di un segno fluido e riposante, quando guardi i miei disegni. Quello che tu chiami un santino.

L: Un momento. Quella tua frase non è compiuta.

G: Cosa?

L:  … Attraverso i nostri occhi GUARDANO GLI OCCHI DEI NOSTRI ANTENATI. Così noi non vediamo semplicemente l’oggetto nudo ma… ma cosa?

G: Quello che avrebbero visto loro.

L: I nostri antenati?

G: Io vedo quello che vedeva Fortunato il casellante. Vedo i suoi sogni, le sue aspettative, le sue visioni…

L: Vedi per lui?

G: Anche. Tramite lui e in suo onore, diciamo così. Oltre che tramite e in onore di un sacco di altra gente.

L: Vorrei tornare a Io mio, se permetti. Mi gira un po’ la testa.

G: Perché non ti calmi?

L: Non c’è niente che mi agita di più di uno che mi dice: perché non ti calmi? Dicevo. Quelle tre tavole le ho “lette”.

G: Sei andata a ficcare il naso pure lì?

L: Credo proprio di no. Me le mostrasti tu, anni fa. Anche se adesso non ti ricordi o fingi di non ricordarti.

G: Sì, va bene, va bene.

L: È la storia di un bambino che perde un palloncino, vero?

G: Detto così sembra proprio una cavolata…

L: E allora è la storia di cosa?

G: Forse proprio di una cavolata. Di quello che l’uomo cerca, che ha perduto e che lotta per ritrovare.

L: Cos’è?

G: Se ti sapessi rispondere, l’avrei già trovato.

L: La scena si apre su una città del Duemila. O del Medioevo. O non lo so. Cupole, volte di pagliai, grattacieli… comunque è una metropoli-simbolo: popolata di infelici, si direbbe. Potrebbe ricordare la torre dantesca del Purgatorio. Uomini tristi sono accovacciati dentro finestre come cellette… monaci, o disperati, o aspiranti suicidi…

G: Te l’ho detto che era una storia sull’uomo. Sull’Uomo contemporaneo con la “U” maiuscola.

L: … Il bambino si imbatte in una divinità femminile bellissima e dolcissima alla quale lamenta invano lo smarrimento del suo tesoro. Dico “invano” perché lei non lo aiuterà a ritrovare un bel niente. Anzi, si volterà con una certa dolorosa indifferenza, dall’altra parte. Chi è?

G: Non lo so. La vita? Una delle tre Parche? Madre Natura? Non lo so…

L: Le tue figure femminili sono sempre così angelicate, più perfette delle tue solite figure perfette.

G: Falso. Ho disegnato anche vecchi tegami, casalinghe sfatte…

L: Volevo chiederti: la donna per te coincide sempre con Madre Natura, con la perfezione e l’armonia del creato?

G: Fai sempre domande così stupide, nelle tue interviste?

L: Perché devi sempre offendere le mie domande solo per il fatto che non sai o non vuoi rispondere?

G: Perché mi attribuisci cose che non sono vere. Se vuoi, a domanda banale, ti risponderò in modo banale. Per me la figura umana è veicolo di eleganza formale. Maschio o femmina che sia, senza differenza alcuna. C’è un’eleganza femminile e c’è un’eleganza maschile…

L: Nella storia del Fumetto, ti piace l’immagine che viene fuori della donna?

G: Diciamo che si è più o meno oscillato fra il modello antico della piccola orfana (vedi “Annie” e le sue storie lacrimevoli alla Dickens) e quello della compagna del supereroe, pronta il più delle volte a seguirlo nelle peggiori efferatezze. Che ti debbo dire?

L: E quel bambino?

G: Cosa?

L: … è un po’ Giannetto?

G: Chi?

L: Giannetto, non te lo ricordi? Il protagonista di quelle storie che mi raccontavi quand’ero piccola… quello che entrava dentro un corpo umano con un’astronave piccolissima… come in Viaggio Allucinante di Asimov… fu così che mi insegnasti l’anatomia…

G: Forse è Giannetto. E anche tutti i bambini della terra.

L: E alla fine della storia, ritroverà il suo palloncino?

G: Non lo so, anche perché non so neppure se ci sarà una fine della storia e neppure se quella storia avrà un seguito…

L: Cosa volevi raccontare?

G: Te l’ho detto, la parabola dell’uomo, la sua vicenda terrena, metafora del suo eterno cercare, da Socrate a Diogene, fino ad Einstein e oltre.

L: Per te, un eterno sperimentare?

G: Debbo proprio risponderti?

L: Va bene, capito. Senza che tu mi risponda. Secondo te pure Einstein avrà avuto il suo palloncino?

G: Se l’avessi conosciuto personalmente, avrei saputo risponderti.

L: Che intendi per “averlo conosciuto”?

G: Averlo guardato in faccia, presumo.

L: Perché questo titolo, Io mio?

G: Per dire che la storia riguarda me stesso in quanto esponente della specie uomo, e per sottolineare che stavolta il mio lavoro non vuole passare attraverso la mediazione di nessun soggettista. È un lavoro, appunto, mio.

L: Tu una volta, in un’intervista, hai affermato che difficilmente chi scrive storie a fumetti le saprebbe disegnare, e che, altrettanto difficilmente chi li disegna saprebbe scriversele da sé.

G: Questa non è una storia in senso classico, destinata a un pubblico classico. Questa è la mia filosofia.

L: Allora sbrigati a concluderla, perché io non ti chiederò mai di sintetizzarmela a parole, non sono mica matta.

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