Over Easy, un fumetto a cottura media

Over Easy, l’ultima opera di Mimi Pond, è un graphic novel autobiografico. Ma chi è Mimi Pond? La sola parola Simpson dovrebbe farvi drizzare le antenne. Eppure non sono in tanti a ricordarsi di lei, almeno in Italia. Per farla breve (qui c’è la versione lunga): nativa di San Diego, impara a disegnare dal padre, cartoonist amatoriale, per poi frequentare il California College of the Arts. Dopo la perdita della borsa di studio, è costretta ad abbandonare il college e, come ripiego, va a lavorare al Mama’s Royal di Oakland, pur continuando a tenere vive le sue ambizioni artistiche. I semi per Over Easy vengono gettati in quel momento: «Il primo giorno di lavoro sapevo già di avere una storia tra le mani». Entra nel National Lampoon e, dopo alcuni libri umoristici di successo e la striscia Famous Waitress School, una sorta di precursore di Over Easy creata per Tables, un magazine dell’industria della ristorazione, si dedica alla televisione: Pee-wee’s Playhouse, I Simpson, Quattro donne in carriera.

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Non dissimile, per temi, tratto e impostazione a un altro libro autobiografico del 2014, Can’t We Talk About Something More Pleasant? di Roz Chast, Over Easy – la sua prima opera dopo anni di inattività – è il racconto di formazione della giovane Margaret alla fine degli anni settanta e del suo periodo come cameriera all’Imperial Cafe di Oakland, California, popolato da una vera e propria armata Brancaleone di camerieri, cuochi e clienti: su tutti spicca il carismatico leader Lazlo Merengue. In questo covo di artisti frustati e tumulti punk mascherato da tavola calda, Margaret viene educata alle droghe e al sesso.

Over Easy è innanzitutto un bildungsroman; Margaret, l’alter ego dell’autrice, è un’adolescente d’estrazione borghese che, dopo aver perso la borsa di studio per il college, si è stancata di una vita ovattata, consumata tra studenti con aspirazioni artistiche alte e burini privi di spessore. Aspira anche lei a essere un’artista ma è convinta che l’arte per l’arte sia un circolo vizioso morto. L’arte si alimenta di vita vera, è quella la benzina della creatività, e lei ne vuole un assaggio, di questa vita vera. La trova nei ristoranti, nei lavori di manovalanza, nei piedi stanchi delle cameriere e nelle schiene curve dei cuochi. La ragazza si rammarica inoltre di essere nata troppo tardi, si è persa la rivoluzione e ora naviga a vista in una società spaccata alla ricerca di un’identità, come la protagonista d’altronde. Odia i gruppi, non tollera i punkettoni, gli hipster, gli hippie. Particolarmente gli hippie, che vede come un movimento ormai svuotato da ogni valore e preoccupato solo di avere abbastanza birkenstock per l’inverno. È rimasto l’amore universale e l’attitudine, rovinosa per Pond, alla happy-go-lucky. In lei, però, non è alieno il concetto di gruppo in sé, perché quando trova la combriccola di spostati non desidera altro che essere una di loro. L’immedesimazione è tale che, quando uno dei cuochi chiama una cameriera ‘troia bugiarda’, Margaret esclama «Vorrei essere anch’io una troia bugiarda». All’Imperial, Madge – così la chiamano i suoi colleghi – perde la verginità, l’innocenza e acquista i mezzi per analizzare il mondo attraverso occhi più consapevoli.

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Altro tema principale del volume è il cibo. Si parte dal titolo: Over Easy è un riferimento alla modalità di cottura delle uova, con l’albume ben cotto e il tuorlo ancora liquido. È il grado minimo di cottura, più in basso di così c’è solo il crudo. Che è anche la condizione in cui si trova la protagonista all’inizio del libro. La prima cosa per cui l’Imperial si distingue è la qualità dei prodotti: il loro caffè è macinato fresco, usano il burro invece della margarina, le omelette sono soffici e turgide. C’è il piacere dell’ordine, dei tovaglioli ammucchiati in piramidi composte, delle zuccheriere sempre piene, della cura del dettaglio pur essendo in una bettola di provincia si contrappone all’abbandono fisico dei lavoratori, sporchi, spigolosi, in continuo stato d’alterazione. Quella del diner è una società in scala, microcosmo con ritmi, comportamenti e perfino linguaggi diversi – tanto che l’autrice è costretta a inserire note esplicative. Pond guarda a Fun Home di Alison Bechdel e a Hanif Kureishi, il cui The Black Album ha molto in comune con Over Easy, a partire dallo stesso protagonista (uno studente che entra in contatto con gruppi di cui vorrebbe far parte ma che riconosce distanti dalla propria mentalità – fondamentalisti islamici, drogati, professoresse ninfomani) e dal modo in cui le vicende dei singoli si scontrano con quelle della collettività.

La scansione della pagina è diaframmatica, spesso la soluzione adottata da Pond è di riempire la tavola con vignette e testo in maniera quasi bulimica (non a caso Margaret afferma di aver disegnato tutto il ‘disegnabile’ ma che ancora non le basta) e poi aprirsi a splash page mute. L’espediente restituisce bene l’effetto delle droghe, con improvvisi effluvi euforici e poi momenti di vuoto. Anche le inquadrature sono dirette e quasi sempre tagliano i personaggi alla vita (se non sono mezzi busti l’alternativa più adoperata è il piano americano) quasi tra loro e il lettore ci fosse il bancale del diner a separarli e a renderli clienti per tutta la durata del libro. I dialoghi sono ridotti al minimo, il peso narrativo è tutto sulle spalle della voce narrante di Margaret. La prima persona, però, non chiude attorno a sé il perimetro del racconto. O meglio lo fa – perché restiamo con lei per tutto il tempo – ma, oltre a usare una grammatica autodeprecativa, quando trova degli appigli esterni, come il passaggio di un hippie o l’aneddoto di un amico, Pond li usa come valvola di sfogo per evitare di parlarsi troppo addosso. In quei punti diventa letteralmente invisibile e le storie sono quelle degli altri. Sta qui la forza del libro che, per quanto abbia un tono spiccato da memoir, delinea bene la società e il periodo in cui i personaggi vivono e agiscono. È il perfetto esempio di autobiografia ad ampio respiro. Non è autoreferenziale chiudendosi nel suo piccolo mondo, ma si apre alla situazione coeva dell’intera società.

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E se Over Easy gestisce bene la parte autobio: il cosa – non senza scivolate (a volte ci si perde su sentieri paralleli che non aggiungono molto al discorso) – l’altro aspetto degno di nota è quello autografico: il come. Intanto i disegni, disciolti in segni tachigrafici, assumono l’aspetto di una ricerca esteriore personale – è una ragazza adolescente e come tale alla ricerca di una forma stabile in cui cristallizzarsi – e poi le parole: il testo è vergato a mano e la scrittura diventa parte del disegno in maniera talmente intensa da essere inciso sulle fiancate dei camper, dentro le tazze o nei piatti da portata. Quando parla del caffè, per esempio, cita il suo gusto rotondo e le scritte si adeguano di conseguenza disegnando una spirale nel liquido nero: la sinergia tra parole e immagini è totale.

Over Easy
di Mimi Pond
Drawn & Quarterly, 2014
271 pagine, 24,95$