Saga volume 4, il più supereroistico della serie [Recensione]

Anche solo dal punto di vista estetico, il quarto volume di Saga è quello che più di tutti flirta con gli stilemi del fumetto supereroistico. I personaggi, recuperando in questo arco una dimensione stanziale – al contempo, meno fantascientifica – si ritrovano liberi di appropriarsi di caratteristiche visive e narrative proprie della grande tradizione statunitense, come i costumi sgargianti, le identità segrete ed i (poco probabili) team-up. Ma andiamo con ordine.

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La variant cover di ‘Saga vol. 4’, disegnata da Massimo Carnevale

Ancora una volta scritto e diretto dalla premiata ditta Vaughan e Staples, il quarto arco narrativo di Saga si apre esattamente dopo il time-skip anticipato dall’ultima tavola del precedente volume. Ci troviamo quindi a Gardenia, pianeta periferico della galassia, dove i nostri eroi (e le nostre eroine) stanno cercando di recuperare un po’ di stabilità. Spazio cittadino composto da downtown e suburb, nella più scontata tradizione urbanistica nordamericana, Gardenia ospita anche degli studi televisivi – il Circuito cui si faceva riferimento nel precedente volume – in cui trova lavoro proprio Alana. Marko, da parte sua, cerca di adattarsi alla nuova condizione di rinnegato e, per così dire, stay-at-home-dad.

Mettendo quindi da parte la coppia di reporter, Il Volere e gli altri irresistibili comprimari, il quarto tomo si concentra sulle nuove dinamiche della coppia di protagonisti. Vengono messe in luce quindi le necessità prosaiche e le tentazioni carnali di un’esistenza relativamente quotidiana, e ancora una volta Vaughan affonda in questioni e tematiche ben note a un pubblico di lettori non giovanissimi: le difficoltà di coppia, il rapporto fra vita privata e lavoro, persino l’uso (o abuso) di sostanze stupefacenti.

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Il nuovo lavoro di Alana, caratterizzato da maschere, mantelli e superpoteri, permette agli autori di sbizzarrirsi nei cliché estetici del genere, inserendo anche un paio di gustose citazioni. Saga 4 apre le possibilità anche a una lettura metanarriva di tali scene, esplorando le dinamiche per cui l’arte sequenziale riesce a trovare rifugio (materiale e altresì simbolico) in prodotti di intrattenimento popolare caratterizzati da una serialità becera e formulaica. Prodotti in cui violenza e sentimentalismo gratuiti la fanno da padrona. Ma Saga – per fortuna – conferma di non essere un prodotto fumettistico qualunque.

Per stemperare forse un’eccessiva concentrazione sulle (dis)avventure terrene e sentimentali della famiglia protagonista, la trama trova un bilanciamento approfondendo la stirpe ‘regale’ televisivo-robotica. Lo aspettavamo da tempo: Vaughan ci racconta il background storico e sociale di quei bizzarri personaggi, che comprende l’apparizione del Re Robot, e la nascita dell’erede al trono. Ma non manca anche l’inserimento di nuovi personaggi, tra cui il working-class hero Dengo, nonché l’androgina sorella de Il Volere. Per quanto modellati intorno a tipi narrativi decisamente consolidati (e la sorella The Brand, intravista già nel terzo volume, ricorda un po’ troppo Desiderio nel Sandman di Gaiman), servono a portare una ventata di aria fresca in una narrazione che, dopo la prima ventina di episodi, potrebbe mostrare qualche segno di stanchezza e deragliare verso l’autoreferenzialità. Contribuisce a sventare tale rischio anche il marcato sottotesto politico, che pervade le dinamiche esterne alla coppia.

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Quest’ultimo punto ci permette di ricollegarci con i nostri protagonisti, ma anche con le altre coppie di genitori o semplici amanti che sorreggono la narrazione. Il punto di forza di Saga, ora più che mai, è proprio l’ibridazione fra un contesto esterno e imprevedibile (la guerra) e una serie di micro-dinamiche private e domestiche. L’incontro-scontro fra grand histoire e petit récits, direbbe qualcuno. Una configurazione che si riverbera nella caratterizzazione dei personaggi, che giungono a rappresentare la difficile, tormentata, riformulazione identitaria che un processo di crescita comporta. Nel loro essere genitori, consorti, soldati ed eroi, rimettono in discussione la monodimensionalità che caratterizza una buona fetta del fumetto seriale americano. E le loro identità ibride vengono infine enfatizzate dall’inserimento del quotidiano all’interno di una struttura complessiva che è propria della narrativa di genere.

Certo, anche Saga ha ovviamente i suoi difetti. Per quanto brava ed efficace sia Fiona Staples, il comparto grafico del volume risente forse di un’eccessiva rigidità nelle scelte di design – il “freno a mano tirato” di cui parlava Evil Monkey in un articolo di qualche tempo fa. Gli ambienti di quest’ultimo ciclo, in particolare, sembrano poco ispirati. Poca cosa, certo, rispetto a una narrazione che non perde certo in freschezza. Tuttavia, si sente ancora la mancanza di un piano, una visione unificata che proietti i personaggi verso la conclusione del proprio arco narrativo. Per quanto l’ultimo episodio del volume riallacci alcuni punti lasciati in sospeso qua e là, si affaccia la sensazione di “navigare a vista” e di non percepire una chiara direzione per lo sviluppo futuro della storia. Ma forse si tratta proprio di uno dei punti di forza della serie. Come dice Gwendolyn alla giovane Sophie, «for the last time, this is not a stupid quest».

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Saga volume 4
di Brian K. Vaughan e Fiona Staples
Bao Publishing, 2014
160 pagine, 14.00€