Il discorso di Blutch al ritiro del premio ‘Charlie Hebdo per la libertà d’espressione’

Nell’ambito del Festival International de la Bande Dessinée d’Angoulême 2015 è stato istituito un nuovo premio per la libertà d’espressione in ricordo delle vittime dell’attentato terroristico alla redazione di Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio.

Il premio è stato consegnato al fumettista francese Christian Hincker in arte Blutch, già vincitore del Gran Prix nel 2009. L’autore aveva collaborato con la rivista, serializzando su quelle pagine il lungo racconto autobiografico Il piccolo Christian (pubblicato in Italia da Rizzoli Lizard), una storia sulla sua infanzia raccontata attraverso le proprie ossessioni – in primis le donne.

Blutch conosceva personalmente gli autori coinvolti nell’eccidio dello scorso gennaio e il discorso tenuto durante la premiazione – a tratti molto duro e critico nei confronti della autorità lì presenti – è infatti una testimonianza autentica e sincera di dolore.

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Secondo Blutch per ‘essere Charlie’ non basta appuntarsi un simbolo sul bavero della giacca o manifestare in nome di una libertà d’espressione. Quella libertà ora, agli occhi dell’autore, appare qualcosa di vuoto e scontato.

Di seguito la traduzione completa del discorso:

«Signore e signori, stamattina ho scritto un breve discorso di ringraziamento, che mi permetto di leggervi:

Chiedo scusa,

sono qui su questo palco, sotto queste luci, perché la gente che cerca di passare inosservata per strada me l’ha chiesto. Gente come voi e come me, ma protetta dalle forze dell’ordine, gente che scende a comprare il pane con una scorta, che squadra i passanti e che dalla finestra sorveglia i movimenti giù nella strada. I superstiti pagano un debito che non gli appartiene, per la vostra famosa ‘libertà d’espressione’ – chiedo scusa – ma ha un prezzo esorbitante.

Soprattutto dal momento che in questo Paese, faro dell’occidente, terra del pensiero e dei lumi, di Cartesio e di Voltaire, noi pensavamo fosse qualcosa di scontato la libertà d’espressione, che facesse parte dei nostri diritti acquisiti… ebbene no. La nostra presenza qui su questo palco ce lo ricorda tristemente. È penoso! Qualcuno, da qualche parte, a quanto pare non ha fatto il suo lavoro.

Chiedo scusa.

Per quanto manifestiamo, ci congratuliamo, ci riconosciamo tra ‘giusti’, noi, la borghesia illuminata, ci concediamo abbracci, trofei e simboli sul bavero delle giacche, ci rassicuriamo… qualcosa di grave è comunque accaduto.

E questa cerimonia continuerà, e ognuno di noi continuerà ad aprire il proprio negozietto e a cercare l’occhio della telecamera, ad inviare dei segnali a comete lontane 500 milioni di chilometri da qui, a mantenere il proprio posto ben in fila sulle scale del Palais des Festivals, ma il male è fatto, il male è fatto!

Chiedo scusa miei cari colleghi, ma il paradiso non esiste, non esistono ali bianche e nuvolette, gli dei non esistono, siete da soli! C’è solo quello che fate e quello che dite che da un senso al corso delle cose, ed è qui, la vostra responsabilità.

Chiedo scusa S.ra Ministro, ma gli anarchici del passato che assassinavano sovrani, imperatrici, presidenti del consiglio e personaggi che detenevano il potere, venivano giudicati responsabili.

Voi avete fatto in modo di accaparrarvi il potere e non essere più responsabili, sono altri che pagano le conseguenze.

Quello che è spaventosamente successo lo scorso 7 gennaio, di mattina, è forse una versione moderna della lotta di classe, la rivendicazione sociale non è più attuabile, e allora avremo a che fare con la vendetta sociale.

Quando ho scritto queste righe, ovvero stamattina, mi sono venute in mente delle parole di Voltaire – che ora va di moda – “La gente non merita che le si parli.”

Per questo, chiedo scusa, non vi dico grazie.»

*Traduzione di Serena Devillanova