I ricordi e le suggestioni di Stefano Ricci in La storia dell’orso

La storia dell’orso è l’opera più lunga del disegnatore di origine bolognese Stefano Ricci; un libro imponente, non solo nell’aspetto, ma anche per l’intensità delle emozioni che sa evocare.

A far nascere questo racconto è stata una fotografia, che appare riprodotta anche in calce al libro, insieme ad altre che sono state di ispirazione. È l’immagine di un orso. Come aveva scoperto l’autore da un articolo su un quotidiano sloveno, si trattava di un orso in fuga, tra la Germania e l’Italia, braccato da un gruppo di cacciatori incaricati di abbatterlo. Ricci seguì la sfortunata vicenda dell’animale, vi si appassionò, empatizzò nei suoi confronti. In lui sorsero emozioni forti, che lo portarono ad esprimersi sulla carta, con una lunga serie di illustrazioni e un racconto per parole – che le accompagna – estremamente evocativo e stratificato.

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La storia del libro unisce il percorso dell’orso alla vicenda umana di un giovane impegnato nel servizio civile come infermiere di un’ambulanza sugli Appennini (anche l’autore lo fece, in gioventù). Le parole del ragazzo scorrono ai bordi delle illustrazioni, raccontano la sua attività, come un diario, e sotto forma di lettere indirizzate alla fidanzata. La narrazione in prima persona aiuta l’immedesimazione dell’autore, nonostante la vicenda non sia esattamente la sua, nei fatti. Anche il lettore in più momenti può pensare di essere di fronte a un diario, a delle memorie ma, anche se sostanzialmente non è così, La storia dell’orso è comunque un diario dei sentimenti, una miscellanea di ricordi e finzione.

Il filo del racconto si muove sempre ai margini. Sia nelle tematiche, che nelle tecniche narrative, La storia dell’orso è un storia che su muove sui confini. Come l’orso che viaggi ignorando i limiti tra nazioni, ma superandoli, con la sua pericolosa innocenza animale, anche il protagonista vive quel momento della vita di crescita fondamentale, di fronte all’età adulta. L’ansia dell’animale – o almeno quella percepita ed empatizzata dall’uomo, visto che è impossibile conoscere di fatto l’ansia dell’orso – genera nell’autore una immedesimazione; anche Ricci si aggira tra la Germania e l’Italia per motivi personali, creando – evidentemente – in lui uno spaesamento.

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Ricci evoca nel lettore proprio la sensazione di spaesamento. Quando conduce per luoghi sconosciuti, cambiando spesso il punto di vista del narratore, ma mantenendo costante il senso di insicurezza, rappresentato anche grazie ai contorni massicci e irregolari delle sue figure, e ai colori dai contrasti paradossalmente accecanti.

La fuga dell’animale è spietata metafora del disadattamento umano, ma anche – probabilmente – della brutalità umana. Ricci racconta la fuga dell’individuo come necessità, oltre che l’emozione innegabile per il cambiamento e il passaggio verso qualcosa di nuovo e sconosciuto. Tutto ciò, senza mai abbandonare il confronto col passato, che rimane come una traccia, un peso, ma anche una ricchezza; per questo Ricci mescola le emozioni del presente con ricordi, memorie di famiglia o della giovinezza, col percorso dell’orso.

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Con le sue larghe tavole disposte su due pagine, Ricci incanta il lettore, facendolo perdere tra i boschi insieme all’orso protagonista della storia. Per farlo disorientare, non solo fisicamente, ma soprattutto emotivamente. C’è un abbandono in queste pagine; rassegnazione consapevole di fronte all’imponenza e alla forza della natura. Le sembianze degli uomini si (con)fondono con quelle degli animali. Il fatto che Ricci renda indecifrabili – a prima vista – certi scenari e certi personaggi appare come un modo per celebrare la natura stessa, in quanto forza mai del tutto comprensibile o immortalabile da mano umana. Il modo in cui imprime il segno sulla tavola – con pastelli e pennelli – è estremamente fisico, materico. Nel suo processo creativo il corpo diventa tutt’uno con gli strumenti e col colore. L’espressività delle sue immagini ha una dimensione tangibile, che sembrano poter uscire dalle pagine, trascendendo quasi i limiti della riproduzione della tavola, attirando e avvolgendo il lettore, idealmente.

La storia dell’orso
di Stefano Ricci
Quodlibet, 2014
432 pagine, 28€