Agent Carter o del perché non voglio essere costretto a sospendere del tutto la mia incredulità

Un riassuntino del giudizio di qualche settimana fa dopo le prime due puntate di Agent Carter: buon approccio, mediocre svolgimento. Sei puntate e un finale dopo, è cambiato qualcosa? La risposta è sì, principalmente in meglio, anche se non mancano alcune magagne.

LYNDSY FONSECA, HAYLEY ATWELL

Al di là della conferma di quanto detto la scorsa volta, ossia che Agent Carter è pensato e sviluppato per poter essere fruito come prodotto a se stante dal resto del Marvel Cinematic Universe, l’impressione che si ricava dalla visione completa di tutti gli episodi è che la serie sia un prodotto unitario ed equilibrato. C’è un buono sviluppo narrativo orizzontale, senza che per questo le puntate perdano forza nello sviluppo narrativo verticale.

Il timore che Agent Carter si trasformasse in ‘Carter e Jarvis alle prese con l’indagine del giorno’ è scongiurata. Purtroppo, questo vuole anche dire che col progredire della serie Jarvis diventa sempre meno centrale all’interno della vicenda. Quando il fulcro delle operazioni si sposta dalle ricerche di Peggy e del maggiordomo di Stark a quelle dell’intero SSR, inevitabilmente il ruolo di Jarvis diventa marginale.

Il che è un peccato per due motivi: 1) James D’Arcy è decisamente l’attore migliore del cast e il suo Jarvis il miglior personaggio e 2) il ruolo di Jarvis viene preso dall’agente Thompson, interpretato da quel Chad Michael Murray che forse ricorderete per capolavori come Quel pazzo venerdì con Lindsay Lohan e La maschera di cera con Paris Hilton. Non un grande scambio, considerato che parliamo dell’attore capace di stabilire il record di aver partecipato a ben 187 puntate di One Tree Hill senza mai muovere un muscolo facciale (#TeamNathan).

agentthompson

Più in generale, è l’intero cast a sembrare disomogeneo. A fronte di comprimari validi come Shea Whigham e Lyndsy Fonseca (il cui falso accento newyorkese, da nativa di Oakland, è la cosa più simile a ‘Kim Rossi Stuart che parla milanese nel film su Vallanzasca’ che mi sia mai capitato di vedere), ci sono prove mediocri da parte di Enver Gjokaj e Bridget Regan – sebbene il suo personaggio, Dottie la spia assassina, sia uno dei più interessanti.

Ecco, parliamo un attimo dei cattivi. Ora, io sarò ossessionato dalle troppe puntate viste di The Americans e mi ritrovo più del dovuto a sospettare che mio padre tenga una pistola fra le camicie o che mia madre nasconda fiale di cianuro fra le spezie con cui mi cucina il cous cous. Però, probabilmente, nel momento in cui un sedicente dottore di cui non so nulla e che ho trovato in una cella di un edificio abbandonato in Russia si offre di fornirmi informazioni super-riservate su una sezione super-segreta dei servizi segreti sovietici, magari ci andrei con i piedi di piombo prima di farne il perno delle mie investigazioni e dargli libero accesso al mio quartier generale pieno di super-armi tecnologiche. O perlomeno è quello che farei se fossi la più importante agenzia spionistica americana.

E sempre a proposito dei cattivi: quanto è bella la vita, quando il tuo antagonista principale ha un potere ‘ipnotico’, inspiegato e senza limiti?

Mi immagino gli sceneggiatori di Agent Carter come quelli di Boris, bloccati al “siamo riusciti a farlo entrare nel quartier generale e poi?” finché qualcuno non se ne salta fuori con “diamogli un potere ipnotico per cui basta che parli alle persone toccando un anello qualsiasi per fargli fare quello che vuole”. GENIO.


(sì, lo so, il personaggio originale, il Dottor Faustus, lo hanno creato Stan Lee e Jack Kirby, però era anche l’anno 1968. Nel 2015 magari sarebbe un filo più appagante avere un cattivo le cui origini non siano “ha studiato un botto di libri di psicologia e poi ha sviluppato delle nuove tecniche di controllo della mente”)

Per fortuna, ad assistere il dottor Johan Fennhoff c’è Dottie Underwood, superspia sovietica che dapprima si finge una vicina di stanza un po’ oca di Peggy Carter, ma si scoprirà poi essere una letale assassina. Ha tutto quello che Fennhoff non ha: una bella storia di background (è cresciuta in una spettrale caserma militare russa adibita alla creazione di letali spie sin dalla tenera età), un notevole scarto fra ciò che sembra e ciò che è e delle motivazioni un po’ balzane ma che alla fine sono sempre l’aspetto migliore di questi cattivi.

Peccato che suo malgrado sia coinvolta nella scena più stupida di tutte le otto puntate: durante il sesto episodio, quando ancora il dottor Fennhoff non si è rivelato per la canaglia che è, c’è un’intera sequenza in cui Dottie monta un fucile di precisione nella finestra di fronte a quella del dottore. Tutto sembra suggerire che Fennhoff presto si ritroverà con un buco in testa, ma – SORPRESA! – in realtà Dottie ha montato il fucile di precisione solo per usare i riflessi del mirino e comunicare con il codice morse con il dottore. Molto funzionale. Perché usare uno specchio e basta, quando puoi montare un intero fucile.

D’altronde, dalla socia del dottor super-spia membro del Leviatano che manda a monte il piano perché si fa scoprire a usare il codice morse in pieno quartier generale del SSR (bastava chiudere le veneziane dell’ufficio in cui era!), non c’era niente di meglio da aspettarsi.

agentcartertel

Il punto di tutto questo però non è deridere Agent Carter, quanto piuttosto chiedere ad Agent Carter di non deridere noi. Quando guardo una serie televisiva (ma vale per qualunque altro prodotto di intrattenimento), voglio che le cose abbiano senso, voglio non essere costretto a sospendere tutto il tempo la mia incredulità. Posso farlo per accettare che quel dottore ha il potere dell’ipnotismo e va bene, ma non più di quanto è lecito chiedere a uno spettatore. Ricordatevi che siamo quelli che hanno incendiato l’internet perché la svolta decisiva nelle indagini di True Detective era stata un estemporaneo “ehi, forse con mostro dalle orecchie verdi in realtà intendeva quel giardiniere che pitturava le case con vernici verdi” o perché Rust Chole del Villaggio del Pessimismo si riscopre ninja e penetra da solo come Diabolik in ville super-blindate per rubare delle prove.

Alla fine di tutto quindi, cosa portano a casa la Marvel e con lei l’intero futuro filone delle serie televisive tratte dai fumetti? Principalmente, la consapevolezza del fatto che ogni prodotto deve suggerire l’idea di essere parte di una grande magia, senza che però questo si trasformi nella minaccia che ogni prodotto in realtà sia soltanto l’ingranaggio di un meccanismo più grande, entrambi legati a doppio filo ed entrambi dipendenti l’uno dall’altro. La gente deve poter vedere ogni puntata di una serie anche senza sapere cos’è la Marvel e godersela semplicemente perché è scritta, girata e recitata bene. Sembra la più grande banalità del mondo, ma 33 puntate di Agents of S.H.I.E.L.D. sono lì a sostenere il contrario.

La strada è lunga, e la qualità di questo primo esperimento è stata altalenante (il top: la quinta puntata e il viaggio in Russia; il flop: la terza puntata, troppo interlocutoria), però perlomeno sembra quella giusta. Per farsi un’idea più chiara sulla direzione intrapresa basterà comunque aspettare il prossimo 10 aprile, quando esordirà la serie di Daredevil su Netflix.