Tintin Akei Congo, fra traduzione clandestina e riflessione sul colonialismo

Durante il Festival di Angoulême 2015 ha fatto la sua apparizione, su alcuni stand di editori e librai indipendenti, Tintin Akei Kongo, una traduzione di Tintin au Congo – il secondo album della celebre serie – in lingala, una delle lingue ufficiali della Repubblica Democratica del Congo. La traduzione è stata fatta senza il permesso dell’editore originale, in collaborazione con un traduttore professionista, citato in copertina come Masolo Ya.

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L’album di Tintin in lingala accanto a ‘Les Schtroumpfs noirs’ / foto di Jean-Noël Lafargue

L’autore dell’operazione – o gli autori? – è sconosciuto. Tuttavia, è assai probabile che si tratti di Ilan Manouach, uno pseudonimo con il quale erano già stati pubblicati Katz, una versione del Maus di Spiegelman nella quale tutti i personaggi avevano le fattezze di gatti (edizione poi distrutta, su richiesta del gruppo Flammarion), e una versione di Les Schtroumpfs noirs in cui tutti i colori, tranne il bianco, erano resi con la stessa tonalità di blu. Si tratta, in tutti questi casi, di operazioni che rientrano nell’ampio concetto di détournement, per ricorrere al lessico del Situazionismo: un prodotto culturale di grande notorietà viene trasformato in un suo particolare, tenendo intatto tutto il resto. Tuttavia, quel piccolo spostamento basta per mettere in crisi l’apparato simbolico dell’opera originale, producendo nuovi significati.

Il razzismo di Tintin in Congo, in breve

Il cuore della questione, qui, è quello del razzismo, come sottolinea chiaramente un breve comunicato stampa, diffuso online, che ha preceduto la presentazione – o meglio, la circolazione ‘clandestina’ – di Tintin Akei Kongo (traduzione mia):

Nonostante abbia ottenuto un grande successo di pubblico e sia diventata una delle opere fondamentali della tradizione fumettistica Franco-Belga, l’opera è stata anche oggetto di forti critiche per l’atteggiamento compiacente verso la politica coloniale e per la rappresentazione razzista dei congolesi, che vengono descritti come arretrati, pigri e bisognosi di una dominazione europea.

D’altra parte, Tintin in Congo è ormai diventato un caso di scuola. Sugli aspetti discriminatori di questo fumetto è stato scritto davvero molto (le pagine di Wikipedia dedicate al volume in francese e in inglese offrono, da sole, un discreto panorama della questione). Tra gli elementi più evidenti del fumetto di Hergé, innanzitutto, c’è la fisiognomica: tutti i congolesi sono pressoché uguali l’uno all’altro, con tratti somatici esagerati, cosa che non accade con gli europei, precisamente caratterizzati. Il loro abbigliamento, poi, è sempre “buffo”, frutto di una ridicola imitazione di quello europeo: pentolini rovesciati usati come cappelli, cappotti femminili, cravatte indossate direttamente sul petto nudo. Su questo aspetto sembra agire un altro détournement di cui la medesima opera è stata oggetto: un progetto online in cui Tintin è sempre disegnato nudo, mentre tutti gli altri personaggi rimangono vestiti.

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La ‘copertina’ del progetto pubblicato sul Tumblr tintinaucongoapoil.tumblr.com

Inoltre i congolesi sono rappresentati sempre come pigri, sciocchi, superstiziosi. Non sono nemmeno in grado di costituire un buon nemico: l’unico che ci prova, lo stregone Muganga, si trova a dover essere salvato dallo stesso Tintin proprio mentre cercava di ucciderlo. Dopo questo episodio si sottomette anche lui al protagonista, come prima, d’altra parte, era succube del cattivo bianco, Tom.

Ciò che colpisce di più di Tintin in Congo, in buona sostanza, sono i rapporti di potere tra bianchi e neri. Soprattutto, il ruolo di portatori di salvezza assegnato agli europei: una salvezza che ha un fondo religioso, come rivela chiaramente il ruolo educativo assegnato ai missionari. Ma è soprattutto Tintin a essere caricato di valenze quasi messianiche: risolve le controversie come Salomone, cura gli ammalati, vince le battaglie senza spargimenti di sangue. La sua è una religione della tecnologia: le sue armi, oltre alla furbizia, sono le medicine, una calamita, ma soprattutto la luce e l’immagine (le lenti d’ingrandimento, o il cinema). L’ultima vignetta, in cui statue di Tintin e di Milù vengono venerate come idoli, è esemplare: un congolese, seduto a un tavolo con un bicchiere davanti, dice sconfortato: “Dire che in Europa tutti i piccoli bianchi essere come Tintin…”

Tutti questi aspetti sono interessanti, quantomeno, perché dimostrano come la rappresentazione fatta da Hergé non sia per niente ingenua: sotto un primo strato di razzismo tanto ridicolo da essere quasi (quasi) autoironico, se ne percepisce un altro estremamente più complesso (la stessa cosa, tra l’altro, si potrebbe dire di molti aspetti dell’opera di Hergé).

Nel comunicato che accompagna Tintin Akei Kongo troviamo questo giudizio sull’autore belga:

È possibile che Hergé non fosse più razzista della media dei suoi contemporanei belgi, ma il problema è che non mette mai in discussione il discorso dominante razzista e le politiche coloniali, che invece negli stessi anni venivano criticate apertamente da altri artisti e intellettuali francesi e belgi.

Il comunicato ricorda anche come i primi due volumi delle avventure di Tintin, l’alquanto discutibile Tintin nel paese dei Soviet e proprio Tintin au Congo, fossero stati commissionati a Hergé dal giornale Le Vingtième Siècle, apertamente allineato su posizioni conservatrici.

Tintin in lingala, o dell’uso (postcoloniale) del fumetto

Ma al di là dell’occasione per ritornare sul dibattito intorno al “caso” Tintin in Congo, la domanda che ci facciamo è: quale valore può avere, oggi, questa traduzione (illecita) in lingala? Prima di tutto, come suggerisce il comunicato, possiamo considerarla un ragionamento sul ruolo dell’artista che perde lo statuto di autore, fino quasi a scomparire: uno pseudonimo che commissiona una traduzione di un’opera altrui. Un secondo aspetto, poi, è quello di una riflessione sul linguaggio del fumetto basata, a sua volta, sull’uso del fumetto.

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Soprattutto, però, il comunicato sottolinea che lo scopo “non è quello di riparare a un errore storico rendendo accessibile l’opera di Hergé ai principali interessati, agli oppressi, agli offesi”. L’opera è già accessibile ai lettori dei paesi che furono colonizzati dalla Francia e dal Belgio, perché una delle eredità del colonialismo è proprio la lingua. Il francese, infatti, come l’inglese, rimane in molti paesi dell’Africa la lingua veicolare del potere economico. Ed è qui che il comunicato si fa particolarmente interessante:

Tintin au Congo, nella sua versione originale in francese, è ancora, per quanto la cosa possa inquietare, uno dei fumetti di maggior successo nell’Africa francofona. Il fatto che un’edizione congolese non abbia mai trovato nessuno spazio commerciale ricorda al lettore di Tintin Akei Kongo che la distribuzione dei prodotti culturali non è governata solamente dal profitto e dal valore commerciale. Aggiungere il lingala alle 112 traduzioni esistenti dell’”Impero Tintin” svela l’esistenza di punti ciechi nei processi di espansione e distribuzione della cultura.

Il cuore della questione, insomma, non sta in un atto di beneficenza fatto “per loro”, ma piuttosto nello stimolare una riflessione sul valore economico e sociale della diffusione culturale e della traduzione. Una riflessione che ha diverse sfaccettature e che serve soprattutto a noi, eredi – volenti o nolenti – del colonialismo.

Prima di tutto, credo sia importante chiederci cosa significa essere oggetto di una rappresentazione razzista, o percepita come tale. Ma non basta: ciò che è centrale è la posizione economica e culturale da cui arriva la rappresentazione, che in questo caso fa sì che l’opera di Hergé abbia avuto un enorme successo e una diffusione globale. Insomma, questa traduzione aiuta a renderci conto che anche noi occidentali siamo soggetti postcoloniali e dobbiamo assumercene le responsabilità.

In questo senso, potremmo chiederci quali siano i motivi culturali, sociali ed economici che fanno sì che ancora oggi quest’opera sia letta, e molto, nei paesi dell’Africa francofona. E stiamo anche attenti a non dare per scontato che venga letta ‘ingenuamente’, perché altrimenti staremmo ragionando proprio come faceva Hergé, quando scrisse Tintin in Congo.

tintin akei congo

Inoltre, perché quest’opera, alla quale evidentemente non manca la fortuna commerciale, non è mai stata tradotta in una delle lingue ufficiali del Congo? Il fatto che il francese sia parlato da molti congolesi non è una ragione sufficiente (in Europa molti comprendono l’inglese, ma la letteratura inglese continua a essere tradotta). “Non bisogna mai dimenticare il consenso implicito che sta alla base della scelta di tradurre un’opera in una certa lingua”, si legge nel comunicato. È un concetto interessante. Una traduzione di questo genere, tra l’altro, ha dei risvolti linguistici piuttosto disturbanti. Nell’originale, per esempio, i congolesi parlano con i verbi coniugati sempre all’infinito, come nel più classico degli stereotipi (“Tintin essere arrivato”). Come parleranno nella traduzione in lingala? ‘Sbaglieranno’ ancora nel parlare … la loro stessa lingua? Oppure saranno invece gli europei, a sbagliare?

E qui arriviamo a un terzo aspetto interessante della questione: la stragrande maggioranza dei lettori europei è esclusa dalla lettura di questa traduzione. L’unica parte fruibile, per noi, è il comunicato. Dobbiamo fidarci di quest’ultimo, o di un parlante in lingala, per affermare che la traduzione non fa dire ai personaggi cose totalmente diverse da quelle che dicono in francese. Insomma, ci fa sentire nella scomoda condizione di non avere le sufficienti conoscenze linguistiche per interpretare un prodotto culturale che, in fondo, parla soprattutto di noi.