Tra fili e pulegge: l’umanità di William Heath Robinson

Il tentativo di raccontare le trasformazioni indotte dal progresso tecnologico attraverso la rappresentazione della “macchina” – feticcio che, per eccellenza, ha incarnato l’era moderna – ha avuto fra la metà dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale svariati cantori (e detrattori). Artisti che hanno saputo leggere nelle spire degli ingranaggi, nell’arditezza dei meccanismi e nella vertigine delle strutture i segnali di una radicale metamorfosi che avrebbe marcato (con il senno di poi) un punto netto di non ritorno nell’evoluzione del genere umano.

La macchina è manifestazione di potenza, organismo pulsante, capacità visionaria attraverso cui manifestare la fiducia o il timore verso un futuro. È magniloquente, simbolica. Come avrebbe reagito Albert Robida – creatore di cattedrali meccaniche e impressionanti oggetti volanti che invadevano le sue illustrazioni, piene di fede nel futuro e nell’elettricità – davanti a uno smartphone o un iPad?

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Le macchine hanno reso famoso il disegnatore inglese William Heath Robinson, al suo tempo talmente noto per i suoi bizzarri aggeggi meccanici da guadagnarsi sul campo l’epiteto di “The Gadget King”. La sua inventiva nel disegnare questi congegni gli concesse anche l’onore di diventare un vocabolo; “Heath Robinson” è un aggettivo che designa, secondo l’Oxford Dictionary, qualcosa di “ingegnosamente o ridicolmente complicato nella sua progettazione o costruzione”.

Nato a Islington nel 1872, William Heath Robinson è l’ultimo di una stirpe di disegnatori e incisori. Dopo gli studi artistici alla Royal Academy of London e una carriera mai iniziata di paesaggista (desiderava seguire le tracce di Corot e Turner, coltivava il sogno di vivere all’aria aperta e fronteggiare burrasche e tempeste, ma non si allontanò mai da Londra), William si fa strada nel mondo dell’illustrazione affiancando brillantemente i fratelli Tom e Charles, anch’essi disegnatori. Sebbene meno noti in Italia, in Inghilterra i nomi dei fratelli Heath Robinson sono spesso associati a quelli di Aubrey Beardsley, Edmund Dulac, Arthur Rackham e all’epoca d’oro dell’illustrazione vittoriana. Con questi autori condivide, fra gli anni Sessanta dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo, la produzione di Gift Books, una delle invenzioni editoriali più fiorenti nel Regno Unito, ovvero costosissime edizioni da regalare, appunto, in cui venivano impiegati i più avanzati ritrovati della stampa e della cartotecnica.

Il primo incarico di Heath Robinson risale al 1897, ma è nel 1900 che egli si fa notare realizzando le illustrazioni per le poesie di Edgar Allan Poe, a cui seguono quelle per le fiabe di Andersen, Le mille e una notte e molti altri grandi classici della letteratura per bambini e adulti. Il suo stile si appoggia in maniera del tutto personale agli stilemi dell’Art Nouveau, adattandosi e reinventandosi a seconda delle narrazioni chesi trova a interpretare. Nel 1902 William Heath Robinson scrive e illustra il suo primo libro per bambini, The Adventures of Uncle Lubin, dove per la prima volta fanno capolino i rocamboleschi dispositivi che segneranno la carriera “gadgettistica” di Heath Robinson.

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Uncle Lubin è un personaggio dalle forme bizzarre, un uomo gnomesco che spesso si prende cura di suo nipote, il piccolo Peter. Quando questo viene rapito da una cicognapellicano, Lubin attraversa le più incredibili avventure per ritrovarlo, dotandosi di una serie di mezzi di trasporto, congegni e strane mongolfiere che mettono in scena i rudimenti dell’inventiva para-tecnica dell’autore, preconizzando il gioco di pulegge, fili, candele, ingranaggi che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera. È proprio dopo il The Adventures of Uncle Lubin che Heath Robinson inizia a essere pubblicato su settimanali dell’epoca come The Sketch, The Bystander, The Tatler, con quelle illustrazioni a tutta pagina che prenderanno il proverbiale nome di Contraptions.

Il termine “contraptions” definisce gli arzigogolati marchingegni inventati dall’autore. Sono oggetti/situazioni che hanno un uso esatto e specialistico: una macchina da tavolo atta a infilare un intero cucchiaio di piselli in bocca a un corpulento signore, un perforatore di formaggi che trasforma il cheddar in groviera, un tosa-capelli per scolari in fila indiana, un bilanciatore magnetico di bretelle per averle sempre in linea. Ognuno di questi dispositivi è progettato con una serie di rudimentali componenti – corde, pesi, ruote, ganci, tiranti, palle, teiere, orologi ecc. – che sfruttano il principio dell’effetto domino per ottenere il risultato per cui sono stati assemblati.

I complessi meccanismi (a volte ottenuti solamente mettendo assieme gli oggetti più svariati) e i loro funzionamenti bislacchi, retorici, complicati servono all’uomo robinsoniano per rispondere ai quesiti più elementari, assolvere i compiti più banali del quotidiano: compiere delle azioni senza alzarsi dal letto o dalla tavola, farsi una fotografia, sistemarsi l’acconciatura. Più è semplice l’obiettivo, più è arzigogolato il macchinario. Heath Robinson usa la pomposità di queste macchine per mettere in scena il lato “ridicolo” della modernità, con un sorriso che ricorda quello di Jacques Tati.

Inevitabile spostarsi dai sistemi di Heath Robinson all’umanità che li produce, li utilizza e ne trae soddisfazione, spesso con la baldanzosa contentezza di chi può permettersi un oggetto brand new. Sfogliando il catalogo di queste illustrazioni, proprio l’umanità appare come la vera protagonista; a lei le mirabolanti Contraptions fanno da quinta scenica, come una cornice capace di dare valore a ciò che racchiude, ovvero un distillato di britannicità.

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Pur non negando la capacità di ridere dei vizi e delle virtù dell’uomo comune in relazione all’idea di “moderno”, quella di Heath Robinson è una satira gentile cucita sulle forme della british middle class. I temi ricorrenti dei disegni mettono in risalto questo aspetto: l’ossessione per i comfort della casa moderna e la necessità di escogitare stratagemmi salva-spazio (mini appartamenti con pareti mobili, pieni di finestrelle da cui far saltare il bacon o riempire la vasca mentre si è ancora a letto, giardini estraibili dalle finestre dell’ultimo piano, pollai casalinghi per attici, sport a misura di block of flats, marchingegni per sostituire la servitù che se n’è andata), lo sport (cricket fra i vasi, sci estivo, pattinaggio con calamita, golf e, più di tutti, la pesca), i rituali e il tempo libero (in particolar modo quello dei pasti, ma anche serate danzanti, cerimonie pubbliche), la mania per i test (si testano uno a uno i coriandoli, i denti artificiali, i cerini, le aringhe), il folle amore per il giardinaggio, e ancora l’ordine scolastico, le relazioni, la cura del corpo.

Gli inglesi di Robinson sono sempre composti, impeccabili nei loro abiti azzimati, maniaci nei confronti dell’apparecchiatura e della cura dei dettagli. Per certi versi ostentano le stesse qualità dei congegni, a rimarcare una stretta affinità fra macchina e costruttore. Non sono del resto forse gli inglesi i maestri indiscussi dell’hobbistica professionale, degli scantinati attrezzati? È questo lato “fai da te” che rende la tecnologia bislacca di Heath Robinson, “calda” nella sua assurdità. Questa meccanizzazione non può essere alienante, ma “disperatamente” funzionale, riflesso dell’ingenuità (o della supponenza, secondo la prospettiva da cui la si guarda) dell’uomo. Ne soddisfa principalmente i capricci, ne sottolinea i limiti continui.

Questa componente segna la grande distanza fra Heath Robinson e il suo doppelgänger americano Rube Goldberg (1883-1970). L’ingegnere cartoonist statunitense ha creato miriadi di precisissime macchine inutili (capaci di ispirare le costruzioni surreali di Bruno Munari) che giocano anch’esse sull’effetto comico delle reazioni a catena, ma senza svelare così palesemente la carne nuda del creatore, le sue debolezze, mettendone invece in risalto il côté divertente e ingegneristico.

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William Heath Robinson disegnerà Contraptions ininterrottamente dal 1904 al 1944, anno della sua scomparsa. Finirà in qualche modo per esserne prigioniero, quando, tentando di esplorare altri sentieri del disegno umoristico, il pubblico, i settimanali e le compagnie per cui si occupava di campagne pubblicitarie rimanderanno indietro le sue illustrazioni con il rimprovero di non essere abbastanza “heathrobinsoniane”.

Nonostante questo, nel corso del tempo molti piccoli dettagli cambieranno nel suo stile, pur sempre accuratissimo, e nella sua attitudine verso i soggetti che affronta. Un periodo particolare è quello della Prima guerra mondiale, che rende ancora più necessaria la capacità di “deridere” la supremazia della tecnica, in particolar modo per sminuire la paura dell’apparato bellico schierato dalle armate del Kaiser. È proprio sugli armamentari che Heath Robinson si accanisce, ridicolizzando i tedeschi attraverso le loro stesse armi.

Gli huns avanzano verso la trincea inglese su ridicoli tricicli, sparando gas esilarante al posto dell’iprite; i proiettili lanciati a raffica dalle mitragliatrici sono respinti da biciclette con pale a girandola; nella lotta di trincea l’arma segreta è un prezioso sistema di tubi sotterranei per rubare la birra direttamente dal boccale del nemico. Alleggerire il carico dell’evento bellico attraverso il disegno sarà uno dei motivi di successo dell’autore, che non riuscirà però, davanti al gelido terrore hitleriano nella Seconda guerra mondiale, a ricaricare le stesse “armi”. Metterà allora in scena la resistenza dei piccoli, una guerra il cui fronte è casalingo e dove sono le piccole azioni di un manipolo di onesti e impettiti cittadini a dissimulare l’ombra del conflitto, arrivando perfino a scoperchiare Saint Paul Cathedral attraverso una bilancia umana. Se ci si distanzia per un momento dalla poetica e dai soggetti, le illustrazioni appaiono smaglianti ed eleganti, grazie alla raffinatezza dei segni col pennino e ai colori utilizzati.

Nelle scenette ritroviamo un’attenzione meticolosa ai particolari, alla distribuzione spaziale degli oggetti, alla costruzione prospettica, fatta di grandi vuoti e piccolissimi contrappunti in forma di elementi del quotidiano. In questa architettura spesso sfugge la grandissima abilità di narratore di Heath Robinson. Egli riesce, attraverso gli strumenti del disegno, a trasformare un’unica figura in una storia completa. Bastano la foggia di una zuppiera, il percorso più o meno ritorto di un filo, lo sguardo di un gatto, le decorazioni di una coperta o un abito, una nuca in primo piano, il sorriso ebete di una signorotta al mare.

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L’immagine non si esaurisce mai in un’unica visione, ma l’occhio del lettore è in continuo movimento, colleziona informazioni, ricostruisce legami e parentele, storie pregresse o catastrofi imminenti. La forza narrativa del dettaglio, insieme all’elemento ridicolo delle sue Contraptions, è uno dei tratti che più ha influenzato gli eredi “spirituali” di William Heath Robinson. Il cartoonist Rowland Emett, ad esempio, con le sue sculture cinetiche, e soprattutto Nick Park, creatore assieme a Peter Lord e David Sproxton dell’animazione in plastilina Wallace e Gromit. Nel 1934 William Heath Robinson progetta e costruisce la Gadget Home per l’esposizione Ideal Home, che si tenne a Olympia Station (vedi immagine in basso).

Si tratta di una casa su scala 1 a 2, dotata di bambolotti che riprendono le fattezze delle creature di inchiostro, fornita di tutti quei comfort “heatrobinsoniani” che potevano rendere funzionale e all’ultimo grido la dimora di una famiglia inglese. Macchine per lavare, pulire e rivestire lattanti, per alleggerire il lavoro della tata; tavoli, camere e sale da pranzo sovrapposte con carrucole, leve e piani basculanti; persone che sgusciano dal letto direttamente a tavola tra i toast e le uova fumanti. È facilissimo rivedere in questa creazione tridimensionale le colazioni di Wallace e Gromit i marchingegni creati dai pennuti di Galline in fuga per evadere dal pollaio.

William Heath Robinson si spegne nel 1944. Lascia dietro di sé una ponderosa mole di disegni, che dovrebbero diventare il corpus dell’Heath Robinson Museum di Pinner, sobborgo residenziale nel nord di Londra. Il museo avrà sede nella West House, dal cui studio per anni l’artista ha guardato il mondo e sorriso, preconizzando alcune macchine che si sarebbero trasformate in realtà e osservando come sotto una lente d’ingrandimento la sua Inghilterra. L’unico dispositivo meccanico presente in tutta la casa era un tubo con un filo che collegava lo studio alla sala da pranzo. Solo per sapere quando il pasto puntualmente sarebbe stato messo in tavola.

Ilaria Tontardini // Hamelin Associazione Culturale