La serie 1992 e il cameo (apocrifo?) di Andrea Pazienza

La penultima puntata della serie televisiva 1992 – prodotta da Wildside con la collaborazione di Sky e La7 – ci ha regalato un cameo d’eccezione. O due, se consideriamo l’apparizione del buon Giovanni Rana che, nel ruolo di stesso, è riuscito nella mirabile impresa di miscelare product placement con il trash dal sapore nostrano.

Batracofania a parte, nel quinto episodio trasmesso una settimana fa è stato citato nientemeno che il fumettista di nascita marchigiana Andrea Pazienza. Citazione indiretta, s’intende, richiamata da un disegno firmato “Paz” apparso in mano al protagonista Leonardo Notte, interpretato da Stefano Accorsi. Tavola che, con ogni probabilità, è un’inedita opera di un imitatore e non sembrerebbe quindi provenire dal vasto repertorio di disegni creati dall’artista scomparso 27 anni fa.

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paz1992

Perché proprio Pazienza? Il motivo è semplice. Nella scena in questione il pubblicitario Notte sta maneggiando con nostalgia alcuni cimeli della propria gioventù, quando ritrova il disegno all’interno di un vecchio vinile dei Clash. Il personaggio di Accorsi è un ex militante di sinistra, reduce dei movimenti studenteschi bolognesi di fine anni 70, e successivamente assoldato nelle fila di Publitalia 80 sotto la guida di Marcello Dell’Utri. Una figura tormentata da un oscuro passato che, in parte come il suo interprete, resta legata al capoluogo emiliano e al clima di quegli anni.

Pazienza viene quindi evocato come preciso riferimento culturale, al fine di richiamare il periodo della contestazione, della controcultura, di Cannibale. Ma anche gli anni di eccessi, di abusi e di vite bruciate, sempre per mantenere il collegamento con il personaggio Notte.

Per certi versi sembra insolito vedere Paz usato in questa serie tv. Eppure non è la prima volta che il cinema o la televisione italiani, sebbene molto meno avvezzi al ‘gioco’ del citazionismo culturale (fumettistico in primis) rispetto alla produzione americana, usano l’artista marchigiano per evocare un preciso contesto storico, politico e finanche estetico. Ricordiamo almeno la pellicola Ovosodo (1997) di Paolo Virzì, in cui Paz viene citato a più riprese.

Tornando a 1992, ci rimane solo da chiedere perché – se la paternità ‘apocrifa’ dell’opera venisse definitivamente confermata – non sia stato utilizzato un disegno autentico, bensì un’imitazione stilistica. Che ci sia stata una precisa volontà da parte degli autori di introdurre il motivo del simulacro – e pertanto del trionfo dell’immagine – che si collega su un piano tematico allo sviluppo del Berlusconismo? Forse sono stati più prosaici problemi (o quantomeno dubbi) relativi al diritto d’utilizzo delle immagini? Difficile reperibilità di uno specifico originale?

Qualunque sia la ragione, quel che resta è una sensazione straniante: che la riconoscibilità abbia prevalso sull’autenticità, la ricostruzione sul documento storico. Per un dettaglio che – ci sembra di poter dire – avrebbe guadagnato in credibilità se la mano fosse stata inequivocabile. Un’occasione persa, insomma. E pazienza. O forse, citando Paz stesso: «la pazienza ha un limite, Pazienza no».